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lunedì 1 aprile 2019

Se non si è convinti del proprio valore...


Se non si è convinti del proprio valore,
non ci si farà mai rispettare: senza autostima non si va lontani.
Dignità e autostima vanno di pari passo.”
(Paolo Crepet)


Spesso si leggono consigli e luoghi comuni che tendono ad indicare quale sia la via migliore per affrontare la vita e quali i comportamenti più corretti per “dominare la realtà” a nostro vantaggio.
A volte sono utili letture mentre sempre più spesso restano piccoli e flebili bagliori nel buio.
Se fin da piccoli abbiamo imparato a giudicare la nostra vita come un luogo complicato e pericoloso ove il massimo che si può ottenere è "limitare i danni", il maggiore risultato ottenibile dalla nostra esistenza è dato da brevi tregue tra una situazione di ansia ed un momento di paura (genitore dell’ansia stessa).
Quando si vive nel profondo tale filosofia di vita, se anche ci accade il bello dell’esistere non ci si crede e, peggio che mai, non si riconosce affatto, sottovalutandolo e dando per scontato che gli altri ci debbano necessariamente capire, esulando da noi la comprensione reciproca e incentrando su noi stessi ogni necessità che, se non soddisfatta, ci butta tra le braccia della depressione esistenziale, facendo sì che si realizzi il famoso detto del “topolino che partorisce la montagna”: ogni piccola cosa risolvibile diviene ostacolo insormontabile che getta nel panico e trascina a fondo chi sta vicino. Ovviamente, in tale stato siamo portati ad accontentarci di ciò che accade, tentando di barcamenarci tra una vita senza soddisfazioni ed il desiderio di “restare a galla” perché convinti di non poter avere più di quanto si possa avere e, soprattutto, di non essere in grado di meritare di più.
Il pensiero ricorrente diventa il tristemente noto "non può durare", rendendoci schiavi della prima idea malsana di una felicità “costruita” su basi assai fragili come il classico castello con le fondamenta di carta che, nel momento dell’inevitabile crollo, porta lo sconforto e rafforza la filosofia di vita appresa, la quale, di solito ma non sempre, è acquisita dalla famiglia di origine e per questo assume una certa autorevolezza.
Vi sono intere vite che trascorrono sotto il fardello di questi modelli e macinano rapporti, relazioni ed amicizie come un malefico ingranaggio che non perdona e dal quale è impossibile sfuggire.
Tra questi modelli ce n'è uno molto dannoso che considera la vita come una sorta di equilibrio tra compromessi, in cui nulla corrisponderà mai a ciò che si desidera o si sogna e costringe ad una corsa incessante nella quale si accetta di tutto, pur di avere almeno l’ombra del desiderato e del dovuto.
È una sorta di “sguardo castrante” che uccide la spontaneità alle azioni, esaltandone l’istintività e le scelte compiute non saranno mai decise, ma sempre frutto di ripensamenti e valutazioni che gettano l’individuo nel continuo procrastinare perché convinto dell’assenza del proprio valore, una carenza che crea frustrazione continua ed uccide la propria autostima.
Che la vita richieda adattamenti e compromessi, in verità, non è certo un segreto, ma non è mentalmente corretto accettare appunto i compromessi come “abito interiore” da indossare sempre. Spesso, difatti, accade che proprio grazie alle difficoltà ed alla improvvisa incapacità di realizzare la via prima sognata, si scoprono qualità e risorse che mai pensavamo di avere e che ci portano a qualcosa di nuovo e di fortemente soddisfacente ed è anche questo che accresce la nostra autostima. Una vita in cui dovessero realizzarsi le cose esattamente nel modo in cui lo desideriamo, non sarebbe una situazione positiva per lo sviluppo psichico (perdita di stimoli fondamentali all’elaborazione del nuovo) senza considerare che, spesso, le cose che vogliamo, nella modalità in cui le desideriamo, non fanno realmente per noi. Noi crediamo di volerle in tal modo, ma, ahimé, non è vero e perdiamo quello che di più prezioso esiste: la dignità.
I troppi compromessi, spesso figli della paura e rinforzati dall’azione dell’ansia, distruggono tale bene (la dignità) portando il nostro esistere in un livello materiale che, per definizione, è instabile e poco duraturo, costringendoci a livelli di stress altissimi: se si avvertono troppi “compromessi” significa che siamo dominati da eccessivi schemi mentali ed aspettative troppo particolareggiate che vanno per forza abbandonati, pena l’esser proni alle volontà altrui che uccidono le nostre iniziative divenendo passivi di fronte alla propria vita.
Si diventa, cioè, deboli ed in balia del primo vento di traverso che può rovesciare la nostra imbarcazione se non governata in modo opportuno rispettando le caratteristiche per cui è stata costruita. Si finisce, cioè, per “accettare tutto” ed il risveglio postumo diventa doloroso ed a volte rabbioso, travolgendoci e gettando via tutte le occasioni che potrebbero veramente cambiare la nostra vita in meglio. La dignità si perde soprattutto nella passività di esistere e nella paura prima di noi stessi, poi degli altri.
Di fronte a qualcosa che non corrisponde più alle nostre aspettative, in realtà, possiamo fare molto: cercare nuovi linguaggi, analizzare i propri comportamenti e vedere come applichiamo i modi di considerarsi e smettere di esser proni a situazioni ormai decadute e passate, senza elucubrare se quanto si faccia sia connesso a queste, ma liberi dalla zavorra di “ciò che poteva essere ma non lo è più”.
Gli psicologi Gottman e Schwartz Gottman nel 2017 esaltarono la “prospettiva positiva” rispetto ai conflitti che vengono a determinarsi nella quotidianità dell’esistere, ma tale sano senso di vivere non può coesistere con una forte carenza del senso di “valere” (autostima) e nella mancata affermazione della propria vita di fronte alla società che ci circonda prima ed al mondo intero poi.


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