“Se non si è
convinti del proprio valore,
non ci si farà mai rispettare:
senza autostima non si va lontani.
Dignità e autostima
vanno di pari passo.”
(Paolo Crepet)
Spesso si leggono consigli e
luoghi comuni che tendono ad indicare quale sia la via migliore per affrontare
la vita e quali i comportamenti più corretti per “dominare la realtà” a nostro
vantaggio.
A volte sono utili letture
mentre sempre più spesso restano piccoli e flebili bagliori nel buio.
Se fin da piccoli abbiamo imparato a giudicare la nostra
vita come un luogo complicato e pericoloso ove il massimo che si può ottenere è
"limitare i danni", il maggiore risultato ottenibile dalla nostra
esistenza è dato da brevi tregue tra una situazione di ansia ed un momento di
paura (genitore dell’ansia stessa).
Quando si vive nel profondo tale filosofia di vita, se anche
ci accade il bello dell’esistere non ci si crede e, peggio che mai, non si riconosce
affatto, sottovalutandolo e dando per scontato che gli altri ci debbano
necessariamente capire, esulando da noi la comprensione reciproca e incentrando
su noi stessi ogni necessità che, se non soddisfatta, ci butta tra le braccia
della depressione esistenziale, facendo sì che si realizzi il famoso detto del “topolino
che partorisce la montagna”: ogni piccola cosa risolvibile diviene ostacolo
insormontabile che getta nel panico e trascina a fondo chi sta vicino. Ovviamente,
in tale stato siamo portati ad accontentarci di ciò che accade, tentando di
barcamenarci tra una vita senza soddisfazioni ed il desiderio di “restare a
galla” perché convinti di non poter avere più di quanto si possa avere e,
soprattutto, di non essere in grado di meritare di più.
Il pensiero ricorrente diventa il tristemente noto "non
può durare", rendendoci schiavi della prima idea malsana di una felicità “costruita”
su basi assai fragili come il classico castello con le fondamenta di carta che,
nel momento dell’inevitabile crollo, porta lo sconforto e rafforza la filosofia
di vita appresa, la quale, di solito ma non sempre, è acquisita dalla
famiglia di origine e per questo assume una certa autorevolezza.
Vi sono intere vite che trascorrono sotto il fardello di
questi modelli e macinano rapporti, relazioni ed amicizie come un malefico
ingranaggio che non perdona e dal quale è impossibile sfuggire.
Tra questi modelli ce n'è uno molto dannoso che considera la
vita come una sorta di equilibrio tra compromessi, in cui nulla corrisponderà
mai a ciò che si desidera o si sogna e costringe ad una corsa incessante nella
quale si accetta di tutto, pur di avere almeno l’ombra del desiderato e del
dovuto.
È una sorta di “sguardo castrante” che uccide la spontaneità
alle azioni, esaltandone l’istintività e le scelte compiute non saranno mai
decise, ma sempre frutto di ripensamenti e valutazioni che gettano l’individuo
nel continuo procrastinare perché convinto dell’assenza del proprio valore, una
carenza che crea frustrazione continua ed uccide la propria autostima.
Che la vita richieda adattamenti e compromessi, in verità,
non è certo un segreto, ma non è mentalmente corretto accettare appunto i
compromessi come “abito interiore” da indossare sempre. Spesso, difatti, accade
che proprio grazie alle difficoltà ed alla improvvisa incapacità di realizzare
la via prima sognata, si scoprono qualità e risorse che mai pensavamo di avere
e che ci portano a qualcosa di nuovo e di fortemente soddisfacente ed è anche
questo che accresce la nostra autostima. Una vita in cui dovessero realizzarsi
le cose esattamente nel modo in cui lo desideriamo, non sarebbe una situazione positiva
per lo sviluppo psichico (perdita di stimoli fondamentali all’elaborazione del
nuovo) senza considerare che, spesso, le cose che vogliamo, nella modalità in
cui le desideriamo, non fanno realmente per noi. Noi crediamo di volerle in tal
modo, ma, ahimé, non è vero e perdiamo quello che di più prezioso esiste: la
dignità.
I troppi compromessi, spesso figli della paura e rinforzati
dall’azione dell’ansia, distruggono tale bene (la dignità) portando il nostro
esistere in un livello materiale che, per definizione, è instabile e poco
duraturo, costringendoci a livelli di stress altissimi: se si avvertono troppi “compromessi”
significa che siamo dominati da eccessivi schemi mentali ed aspettative troppo particolareggiate
che vanno per forza abbandonati, pena l’esser proni alle volontà altrui che uccidono
le nostre iniziative divenendo passivi di fronte alla propria vita.
Si diventa, cioè, deboli ed in balia del primo vento di
traverso che può rovesciare la nostra imbarcazione se non governata in modo
opportuno rispettando le caratteristiche per cui è stata costruita. Si finisce,
cioè, per “accettare tutto” ed il risveglio postumo diventa doloroso ed a volte
rabbioso, travolgendoci e gettando via tutte le occasioni che potrebbero
veramente cambiare la nostra vita in meglio. La dignità si perde soprattutto
nella passività di esistere e nella paura prima di noi stessi, poi degli altri.
Di fronte a qualcosa che non corrisponde più alle nostre
aspettative, in realtà, possiamo fare molto: cercare nuovi linguaggi, analizzare
i propri comportamenti e vedere come applichiamo i modi di considerarsi e
smettere di esser proni a situazioni ormai decadute e passate, senza elucubrare
se quanto si faccia sia connesso a queste, ma liberi dalla zavorra di “ciò che
poteva essere ma non lo è più”.
Gli psicologi Gottman e Schwartz Gottman nel 2017 esaltarono
la “prospettiva positiva”
rispetto ai conflitti che vengono a determinarsi nella quotidianità dell’esistere,
ma tale sano senso di vivere non può coesistere con una forte carenza del senso
di “valere” (autostima) e nella mancata affermazione della propria vita di
fronte alla società che ci circonda prima ed al mondo intero poi.

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