Stamani, sulla prestigiosa rivista “Nature”, è uscito un
articolo nel quale si riporta un esperimento in cui sono state ripristinate le
funzioni cellulari cerebrali di cervelli di animali (in questo caso maiali)
dopo quattro ore dal decesso (https://www.nature.com/articles/d41586-019-01216-4).
La notizia è oltremodo interessante ed ha subito suscitato
diversi commenti di tono differente che vanno dall’incredulo allo sconvolto poiché
trattare di “ripristino” funzionale post-mortem rende tutti alquanto “suscettibili”.
L’articolo scientifico relativo all’esperimento (scaricabile se abbonati alla
rivista: https://www.nature.com/articles/s41586-019-1099-1)
è piuttosto intrigante e dall’abstract si legge che, grazie ad un sistema che
permette il ripristino del microcircolo cerebrale dal nome “Brain-Ex”(abbreviato
con “BEx”), si riesce ad osservare “the preservation
of cytoarchitecture; attenuation of cell death; and restoration of vascular
dilatory and glial inflammatory responses, spontaneous synaptic activity, and
active cerebral metabolism in the absence of global electrocorticographic
activity. These findings demonstrate
that under appropriate conditions the isolated, intact large mammalian brain
possesses an underappreciated capacity for restoration of microcirculation and
molecular and cellular activity after a prolonged post-mortem interval” (“la
conservazione della citoarchitettura; attenuazione della morte cellulare; e
ripristino delle risposte infiammatorie dilatatorie e gliali vascolari,
attività sinaptica spontanea e metabolismo cerebrale attivo in assenza di
attività elettrocorticografica globale. Questi risultati dimostrano che in
condizioni appropriate il cervello di mammifero isolato e intatto possiede una
capacità sottovalutata per il ripristino della microcircolazione e
dell'attività molecolare e cellulare dopo un prolungato intervallo post-mortem”).
Altre peculiarità biologiche riportate nell’articolo (che
qui evito di citare) indicano come sia in realtà possibile un recupero
biochimico-funzionale delle strutture interessate dopo un danno che l’assenza
di circolazione sanguigna e mancanza di ossigeno cerebrale inducono come
reazione dopo la morte.
A quanto sembra le cellule (e probabilmente la struttura
stessa) può sempre manifestare una forma di “recupero” anche dopo quattro ore
dall’avvenuto decesso, grazie ad opportuna perfusione, sino a mostrare un ripristino
metabolico e di attività elettrofisiologica cellulare, compresa la termoregolazione,
preservando l’integrità tissutale.
Chiunque sia appassionato di Neurobiologia (compreso il
sottoscritto, lo ammetto) si trova a leggere una serie di dati molto
interessanti che aprono, biochimicamente e neurofisiologicamente, nuovi ed
appassionanti interrogativi.
Sembra che il dottor Frankenstein, alla fine, non abbia così
torto e che al posto del fulmine rigeneratore vi sia “BrainEx” con la sua
potente ed intelligente tecnologia.
Le cose, però, non stanno proprio così.
In verità, siamo ben lungi dal “rianimare” un individuo
post-mortem come nei migliori film horror e questo esperimento non tratta tanto
del ripristino mentale globale (manca l’attività elettrocorticale globale, ad
esempio), quanto della possibilità di agire su distretti colpiti
patologicamente da un danno ipossico (per carenza di ossigeno) come l’ictus o l’ischemia;
lo studio, difatti, riporta nelle sue conclusioni che “overall, the ability to utilize this technology to investigate
neurophysiological recovery of the brain following global anoxia or ischaemia provides
the basis for a new class of tools. We have found encouraging evidence
that brings into question the time-course and cessation of molecular and
cellular brain functions following prolonged circulatory arrest. Future
studies and considerations will spur further development and implementation of
this technology to study broad scientific questions in the large, mammalian
brain” (“nel complesso, la capacità di
utilizzare questa tecnologia per studiare il recupero neurofisiologico del
cervello in seguito all'anossia globale o all'ischemia fornisce la base per una
nuova classe di strumenti. Abbiamo trovato prove
incoraggianti che mettono in discussione il corso del tempo e la cessazione
delle funzioni cerebrali molecolari e cellulari dopo un prolungato arresto
circolatorio. Studi e considerazioni futuri
stimoleranno lo sviluppo e l'implementazione di questa tecnologia per studiare
ampie questioni scientifiche nel grande cervello dei mammiferi”) ed
ovviamente, trattandosi del cervello, mette in guarda considerando le implicazioni
etiche che vi sono nel riportare alla funzionalità certi elementi cerebrali definitivamente
compromessi: “this possibility
raises important ethical considerations that must be addressed by researchers,
institutional boards, and funding agencies, requiring the establishment of
unambiguous standard operating procedures to preclude the possibility of
re-activating and maintaining remnant wareness or brain functions that may
result in inadvertent suffering” (“questa possibilità solleva importanti
considerazioni etiche che devono essere affrontate dai ricercatori, dai
consigli istituzionali e dalle agenzie di finanziamento, che richiedono
l'instaurazione di procedure operative standard inequivocabili per impedire la
possibilità di riattivare e mantenere le restanti capacità o funzioni cerebrali
che possono causare sofferenze involontarie”) citando un altro interessante
articolo prodotto da Farahany, N. A. et al.: Farahany, N. A. et al. “The ethics of experimenting with human brain
tissue” Nature 556, 429–432 (2018).
Se sia possibile ristabilire un’attività cerebrale
elettroencefalica post-trattamento ancora non è chiaro e molti dubbi rimangono
sulla funzionalità effettiva dell’organo isolato e sottoposto alla tecnologia
BEx: “in the absence of longer perfusion
studies, it is still unclear whether the technology we describe is capable of
restoring global ECoG activity in the isolated brain. However, the inclusion of
various antagonists in the BEx perfusate might exert an overall inhibitory tone
within the brain, further dampening global network activity” (“in assenza di studi di perfusione più lunghi, non è ancora
chiaro se la tecnologia che descriviamo sia in grado di ripristinare l'attività
ECoG globale nel cervello isolato. Tuttavia, l'inclusione
di vari antagonisti nel perfusato BEx potrebbe esercitare un tono inibitorio
generale all'interno del cervello, indebolendo ulteriormente l'attività della
rete globale”) tanto che il complesso sistema di reti neuronali di
elaborazione non sembra possa essere a sufficienza ripristinato.
Interessante, nell’esperimento,
è anche la risposta infiammatoria da parte della microglia cerebrale (che funge
da sistema immunitario del distretto) quando l’organo perfuso da BEx viene
iniettato con lipopolisaccaride, indicando pure una certa reattività ad
elementi esterni.
Certo, non dovete pensare ad un
bel cervello intero a cui viene fatto di tutto, ma ad una serie di piccole “fette”
su cui sono state condotte prove e verificati dati elettrochimici e il nostro
povero cervello sembra, in tal modo, più un salame affettato che l’organo
principe delle ricostruzioni alla Dario Argento. Siamo quindi ad una svolta
epocale ?
Forse… sicuramente siamo più
vicini alla comprensione di qualcosa di insolito e collocato ad un limite che
ci pone di fronte a tanti interrogativi sulla nostra vera “sostanza” che ci
costituisce ed identifica come individuo prima ed essere umano poi, ma
attenzione: lo studio non indica certo la possibilità di far “risorgere” chi è
defunto o la realizzazione quasi “fantasy” del trasferimento di coscienza o
della modificazione animica !
Quello che qui viene proposto non
riguarda la religiosità o le credenze di ognuno di noi, ma fatti biologici che
possono esser impiegati sia per una ricerca scientifica su quello che risulta
essere uno dei sistemi più complessi del vivente, sia per una possibile cura per
malattie altamente invalidanti e potenzialmente letali e sperimentare nuovi
farmaci; nel caso dell’uomo potrebbe esser possibile ritardare la
neurodegenerazione tipica di tante malattie (Alzheimer, Parkinson, etc…) permettendo
ricerche ad oggi non realizzabili dato che le tecniche di conservazione
tissutale in uso impiegano processi (il “freezing”,
ad esempio) che modificano la struttura cellulare in modo irreversibile.

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