“Attenti a quelli che cercano continuamente la folla,
da soli non sono nessuno.”
(Charles Bukowski)
Un mio caro amico filosofo, durante una cena ed in uno dei
suoi momenti ipercritici, si chiedeva come mai tutti ci fossimo dimenticati di
ciò che Socrate annuncia nell’Apologia a lui dedicata da Platone, ossia: “se vuoi
conoscere che cosa vuole dire l’oracolo, dicevo tra me, bisogna tu vada da
tutti coloro che hanno fama di essere sapienti” e danno credito agli “indovini
e i vaticinatori; i quali infatti dicono molte cose e belle, ma non sanno
niente di ciò che dicono”.
Bella domanda.
La risposta, durante
quella cena, in realtà non arrivò mai. Era tardi quando, congedandoci, quel mio
amico mi prese sottobraccio e, avviandoci verso l’auto, mi disse: “perdona il
mio esser così polemico, ma più invecchio e più divengo intollerante all’arroganza
dell’ignorante”. Io risposi che non era stato tanto polemico come lui pensava
di esserlo e che, in verità, aveva dato molti spunti di riflessione che
invitavano a chiedersi se davvero non sia il caso di far funzionare di nuovo la
poltiglia di neuroni che abitano la nostra scatola cranica pensando e
soprattutto meditando su quanto i grandi saggi hanno lasciato a noi sia come
insegnamento che come monito.
Lui però continuò con un
suo ragionamento che profuma di amara realtà: “vedi” mi disse “io penso all’ignorante,
che identifico non solo in colui che non ha studiato ottenendo un diploma od
una laurea, ma anche chi semplicemente abbandona l’esercizio della lettura e
della riflessione su basi logiche necessarie al funzionamento della sua mente
formando così una propria coscienza critica che rende indipendenti e liberi;
insomma, penso a questo povero individuo che esercita la sua ignoranza come
fosse un valore assoluto ed impone il suo stupido vaneggiare con l’arroganza
tipica di chi non sa nulla od arrangia il poco che legge, per lo più
frammentario e male inteso, e lo vorrebbe imporre a tutti coloro che ascoltano,
impedendo una critica costruttiva. In breve, penso a colui che limita
volontariamente e per pigrizia la sua vita ai bisogni quasi istintivi quali
mangiare, bere, sesso, apparenza e denaro. Purtroppo, una volta questi
ragionamenti imbelli vivevano in un bar di paese e spesso colui che voleva
imporre questo, incontrava il limitare imposto dagli astanti ed il tutto si
riduceva in pochi minuti di vaneggiamento. Adesso questi poveracci sono quasi
la maggioranza e li troviamo un po’ dappertutto, inquinando i settori della
vita sociale come fosse un’infezione virale”.
Poi, aprendo lo
sportello della sua auto, terminò con una frase che mi ha riportato indietro
nel tempo: “caro amico mio, nel regno dei ciechi, beati i monoculi”.
Quella frase la citava
sempre mio nonno, ex normalista che fu letteralmente “fregato” dal regime
fascista e obbligato ad una carriera militare mai svolta dato che divenne
partigiano combattente e forte oppositore del regime stesso.
Come purtroppo abbiamo ben sperimentato, l’ignoranza inconsapevole
è la madre di tutte le arroganze ma, anche se di valore inconscio, dato che
nessuno dice al poveretto che sta “sparando” stupidaggini e lui non ne ha consapevolezza
alcuna, non è meno criminale. In genere, io non insegno ad un neurochirurgo ad
eseguire un’operazione sul cervello per rimuovere un tumore (non mi passa
nemmeno nell’anticamera del cervello), invece il poveretto sì, perché forte dei
post su facebook o del blog del primo idraulico che promuove le cure naturali a
base di bicarbonato di sodio.
Questa banda di individui hanno tutti i difetti del povero italiota
attuale, ossia incapacità di analizzare un qualsiasi fatto secondo solida
logica basata su conoscenza, scarsità nella sintesi, settarismo acceso ed a
volte anche bacchettone nelle sue ipotesi sulla presenza della sua vita su
questo piccolo pianeta.
Per costoro vale l’aberrazione del valore socratico: sanno di sapere, comunque e sempre. Ma non
solo: loro sanno di essere e la nòesis
(il grado più alto della conoscenza razionale o scientifica, illuminazione intellettiva
delle idee) e la dianoia (elemento imprescindibile di
un procedimento conoscitivo condizionato da una serie di ragionamenti; è
contrapposto alla nòesis, dato che
questa è immediata e non permette il graduale apprendimento) platoniche, sono
per loro parte animica naturale, e neppure la logica aristotelica ha segreti
alcuni.
Disgraziatamente l’arroganza è una conseguenza
dell’ignoranza che si alimenta del complesso interno di inferiorità e del non
voler ammettere la propria scarsissima conoscenza dell’argomento trattato; una
grave mancanza di umiltà che una volta rendeva ridicoli e "ciechi",
pretendendo di avere ragione ad ogni costo.
Spesso sarebbe meglio tacere piuttosto che aprir bocca tanto
per parlare; se determinati argomenti non si conoscono è corretto ed istruttivo
il silenzio, per poi informarsi ed essere più consapevoli, imparando qualcosa
di nuovo ed arricchendoci a vicenda.
Questo, ahimè, non avviene praticamente più, in svariati settori
del viver quotidiano e l’imparare ad ascoltare non è ormai da tutti, tanto che
è quasi divenuta un’arte, una prerogativa di pochi.
Ingolfati dalle spinte dei “nuovi media”, dei social network,
dell’informazione rapida ed a pillole che impone un vuoto accettare totalmente
acritico (anche perché abbiamo perduto le basi su cui poter giudicare una
bufala da una oggettiva realtà), ci muoviamo quasi come degli zombie con il
viso piantato sullo schermo di uno smartphone, strusciando il dito su quegli
schermi luminosi, come un gregge di imbecilli alla ricerca di qualcuno o di
qualcosa che pensi per noi, che abbia studiato al posto nostro o che convalidi
quegli stereotipi idioti che fanno tanto comodo, ma che rendono la nostra mente
sempre più rigida, quasi “fibrosa”, che nemmeno si nutre più della
conversazione di chi ci sta davanti, magari seduto con noi ad un tavolo.
Il grande filosofo Friederich Nietzsche disse: “meglio è non saper niente che saper molte
cose a metà” e forse, adesso, è il caso di valutare bene questo aforisma.

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