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mercoledì 8 maggio 2019

"Meglio è non saper niente che saper molte cose a metà"


“Attenti a quelli che cercano continuamente la folla,
da soli non sono nessuno.”
(Charles Bukowski)


Un mio caro amico filosofo, durante una cena ed in uno dei suoi momenti ipercritici, si chiedeva come mai tutti ci fossimo dimenticati di ciò che Socrate annuncia nell’Apologia a lui dedicata da Platone, ossia: se vuoi conoscere che cosa vuole dire l’oracolo, dicevo tra me, bisogna tu vada da tutti coloro che hanno fama di essere sapienti e danno credito agli “indovini e i vaticinatori; i quali infatti dicono molte cose e belle, ma non sanno niente di ciò che dicono”.
Bella domanda.
La risposta, durante quella cena, in realtà non arrivò mai. Era tardi quando, congedandoci, quel mio amico mi prese sottobraccio e, avviandoci verso l’auto, mi disse: “perdona il mio esser così polemico, ma più invecchio e più divengo intollerante all’arroganza dell’ignorante”. Io risposi che non era stato tanto polemico come lui pensava di esserlo e che, in verità, aveva dato molti spunti di riflessione che invitavano a chiedersi se davvero non sia il caso di far funzionare di nuovo la poltiglia di neuroni che abitano la nostra scatola cranica pensando e soprattutto meditando su quanto i grandi saggi hanno lasciato a noi sia come insegnamento che come monito.
Lui però continuò con un suo ragionamento che profuma di amara realtà: “vedi” mi disse “io penso all’ignorante, che identifico non solo in colui che non ha studiato ottenendo un diploma od una laurea, ma anche chi semplicemente abbandona l’esercizio della lettura e della riflessione su basi logiche necessarie al funzionamento della sua mente formando così una propria coscienza critica che rende indipendenti e liberi; insomma, penso a questo povero individuo che esercita la sua ignoranza come fosse un valore assoluto ed impone il suo stupido vaneggiare con l’arroganza tipica di chi non sa nulla od arrangia il poco che legge, per lo più frammentario e male inteso, e lo vorrebbe imporre a tutti coloro che ascoltano, impedendo una critica costruttiva. In breve, penso a colui che limita volontariamente e per pigrizia la sua vita ai bisogni quasi istintivi quali mangiare, bere, sesso, apparenza e denaro. Purtroppo, una volta questi ragionamenti imbelli vivevano in un bar di paese e spesso colui che voleva imporre questo, incontrava il limitare imposto dagli astanti ed il tutto si riduceva in pochi minuti di vaneggiamento. Adesso questi poveracci sono quasi la maggioranza e li troviamo un po’ dappertutto, inquinando i settori della vita sociale come fosse un’infezione virale”.
Poi, aprendo lo sportello della sua auto, terminò con una frase che mi ha riportato indietro nel tempo: “caro amico mio, nel regno dei ciechi, beati i monoculi”.
Quella frase la citava sempre mio nonno, ex normalista che fu letteralmente “fregato” dal regime fascista e obbligato ad una carriera militare mai svolta dato che divenne partigiano combattente e forte oppositore del regime stesso.
Come purtroppo abbiamo ben sperimentato, l’ignoranza inconsapevole è la madre di tutte le arroganze ma, anche se di valore inconscio, dato che nessuno dice al poveretto che sta “sparando” stupidaggini e lui non ne ha consapevolezza alcuna, non è meno criminale. In genere, io non insegno ad un neurochirurgo ad eseguire un’operazione sul cervello per rimuovere un tumore (non mi passa nemmeno nell’anticamera del cervello), invece il poveretto sì, perché forte dei post su facebook o del blog del primo idraulico che promuove le cure naturali a base di bicarbonato di sodio.
Questa banda di individui hanno tutti i difetti del povero italiota attuale, ossia incapacità di analizzare un qualsiasi fatto secondo solida logica basata su conoscenza, scarsità nella sintesi, settarismo acceso ed a volte anche bacchettone nelle sue ipotesi sulla presenza della sua vita su questo piccolo pianeta.
Per costoro vale l’aberrazione del valore socratico: sanno di sapere, comunque e sempre. Ma non solo: loro sanno di essere e la nòesis (il grado più alto della conoscenza razionale o scientifica, illuminazione intellettiva delle idee) e la dianoia (elemento imprescindibile di un procedimento conoscitivo condizionato da una serie di ragionamenti; è contrapposto alla nòesis, dato che questa è immediata e non permette il graduale apprendimento) platoniche, sono per loro parte animica naturale, e neppure la logica aristotelica ha segreti alcuni.
Disgraziatamente l’arroganza è una conseguenza dell’ignoranza che si alimenta del complesso interno di inferiorità e del non voler ammettere la propria scarsissima conoscenza dell’argomento trattato; una grave mancanza di umiltà che una volta rendeva ridicoli e "ciechi", pretendendo di avere ragione ad ogni costo.
Spesso sarebbe meglio tacere piuttosto che aprir bocca tanto per parlare; se determinati argomenti non si conoscono è corretto ed istruttivo il silenzio, per poi informarsi ed essere più consapevoli, imparando qualcosa di nuovo ed arricchendoci a vicenda.
Questo, ahimè, non avviene praticamente più, in svariati settori del viver quotidiano e l’imparare ad ascoltare non è ormai da tutti, tanto che è quasi divenuta un’arte, una prerogativa di pochi.
Ingolfati dalle spinte dei “nuovi media”, dei social network, dell’informazione rapida ed a pillole che impone un vuoto accettare totalmente acritico (anche perché abbiamo perduto le basi su cui poter giudicare una bufala da una oggettiva realtà), ci muoviamo quasi come degli zombie con il viso piantato sullo schermo di uno smartphone, strusciando il dito su quegli schermi luminosi, come un gregge di imbecilli alla ricerca di qualcuno o di qualcosa che pensi per noi, che abbia studiato al posto nostro o che convalidi quegli stereotipi idioti che fanno tanto comodo, ma che rendono la nostra mente sempre più rigida, quasi “fibrosa”, che nemmeno si nutre più della conversazione di chi ci sta davanti, magari seduto con noi ad un tavolo.
Il grande filosofo Friederich Nietzsche disse: “meglio è non saper niente che saper molte cose a metà” e forse, adesso, è il caso di valutare bene questo aforisma.


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