“A questo punto,
diventa straordinariamente facile comprendere la nostra vita:
comunque siamo, non
potevamo essere altrimenti.
Niente rimpianti,
niente strade sbagliate, niente veri errori.
L'occhio della necessità
svela che ciò che facciamo è soltanto ciò che poteva essere.”
(James Hillman)
Un noto aforisma recita: “se la tua vita ricalca quella
degli altri, è una vita sprecata” e benché questa frase possa essere quasi in
antitesi con i vari diktat imposti dall’odierna società dei consumi, è una
delle realizzazioni essenziali che dobbiamo necessariamente acquisire.
Nel balletto autoimposto della corsa verso un giudizio
estremo che, come una mannaia, taglia la testa al riconoscimento del proprio
valore, può accadere che si proietti di continuo all’esterno i disagi interiori,
nella speranza di mollare il carico del malessere su altri soggetti (od
oggetti), realizzando una sorta di transfert nei confronti di chi (o di cosa)
viene disgraziatamente a trovarsi sul nostro barcollante percorso.
In genere, le pratiche di svalutazione interiore poggiano su
giustificazioni che attribuiscono ad altri “gruppi sociali” la colpa di
maltrattamenti od ingiustizie (presunte o reali) che si subisce, realizzando in
tal modo una sorta di pigra apatia che alimenta il disagio interiore e scagiona
il nostro disturbo con una sorta di “ineluttabilità del destino”.
Si assumono gli attributi denigrati come propri e si
accettano le valutazioni negative che vengono dettate da stereotipi del tutto
personali ed oscuri persino a noi stessi, ma tanto potenti da inibire qualsiasi
tipo di reazione evolutiva.
Se pensiamo che la felicità venga da qualcuno o da
qualcosa, stiamo fallendo tutta la partita della vita e, in tal modo, preparando
la via a molte delusioni (che forse intimamente pure ricerchiamo per rafforzare
l’immagine del disagio) ed a rapporti del tutto malati. Non riconoscendo il
momento opportuno, parafrasando il Kairos
greco, in cui si deve necessariamente abbandonare qualcosa di sé che ormai non
è più utile al proprio sviluppo interiore, impediamo al nuovo ed al bello di
entrare nelle nostre stanze che risultano, invece, chiuse da un portone
blindato a doppia mandata.
Impediamo l’avvento di qualsiasi cosa: nuove occasioni, nuovi
incontri, nuovi sviluppi interni ed esterni e, come un vagabondo senza fissa
dimora, giriamo a tondo nella nostra anima, impedendo il riconoscimento di noi
stessi. Ricerchiamo di continuo approvazioni esterne e conferme che debbono per
forza corrispondere con la nostra idea svalutante perché il mancato
rafforzamento negativo di chi non ha più stima di sé, porta a sconvolgere l’idea
stessa di essere e di esistere.
Dobbiamo però ricordare che non siamo fatti tanto per stare
con gli altri, quanto con noi stessi e questa, forse, è davvero la partita più
importante di tutta la vita.
Nel gorgo della svalutazione di sé, non si riesce a
distaccarsi dai giudizi altrui come se fossero la spada di Damocle della nostra
esistenza, non si focalizzano più i successi, ma si guarda solo ai fallimenti,
non si pensa a sé stessi come degni di cose buone, ma solo come elementi
difettosi che non possono aspirare a qualità mentali più elevate.
Si diventa ipercritici sia verso l’esterno che verso l’interno,
assumendo una durezza senza pari che, oltre a svilire qualsiasi tentativo che
introduce il positivo, denigra anche le buone qualità possedute; si pensa,
cioè, che non saremo mai accettati dagli altri e che questi ultimi possono
trattarci male a ragion veduta, rendendoci schiavi di immagini distorte che
impediscono il far bene o l’aver successo: si urla ai quattro venti la nostra
ragione, ma non la si fa valere.
La tristezza, la mediocrità e la superficialità divengono i
tre pilastri su cui si poggia la vita intera.
Nel suo bellissimo libro “Il codice dell’anima”, lo
psicologo junghiano James Hillman enuncia la “teoria della ghianda” per la
quale, al momento della nascita, ogni individuo possiede una sorta di “seme unico”, totalmente differente da
quello degli altri, una specie di consapevolezza della propria “essenza” e del destino personale che però, nel tempo e durante la vita, può a
volte affievolirsi, indebolendo la capacità di un veritiero auto-giudizio e della
valorizzazione di sé; siamo quindi paragonabili ad una ghianda che ha dentro tutte
le potenzialità per diventare in futuro una forte e duratura quercia oppure no,
in base alla via che caratterizzerà il suo sviluppo.
Hillman continua nel suo scritto esprimendo la forza del daimon, ossia della spinta interiore che
tira fuori, dall’angolino in cui è stata reclusa, la consapevolezza di noi stessi e del proprio destino (che non è affatto scritto a-priori, ma plasmabile dalle
nostre azioni), indicando come la propria autostima non sia “scolpita su di una
pietra”, ma totalmente modificabile, anche se il lavoro di mazzuolo e scalpello
è duro ed a tratti penoso.
L’autostima si sviluppa quando affrontiamo le nostre paure, in nostri fantasmi interiori ed
impariamo dalle nostre esperienze di vita, senza che le stesse impongano una
loro possibile negatività, ma risultino un valido insegnamento. Per raggiungere
queste conquiste, spesso, è necessario l'aiuto di uno psicologo che diventa fondamentale
proprio per l’autostima stessa poiché rafforza l’immagine del coraggio (virtù
eccelsa) che noi abbiamo nei confronti di noi stessi e di capacità nel mettere
in gioco ogni nostro “stereotipo” per evolvere verso stati migliori: ossia ci
rendiamo conto di esser capaci di fare “grandi cose” e di meritare molto di più
di ciò che si crede. Diveniamo anche consapevoli che “dobbiamo qualcosa a noi
stessi” che gli altri non possono certo darci, ma che solo noi possiamo
realizzare.
Ci possiamo render conto che, ad esempio, non possiamo
liberarci della nostra “immagine malata” perché noi stessi la tratteniamo e la
rafforziamo mentre, al contrario, una visione aperta, lucida e consapevole la
fa sfumare all'orizzonte. Ci si riposa e rigenera nel silenzio del Sé.
Si impara, forse con un magnifico sforzo, a dirigere lo
sguardo verso il mondo interiore, senza star sempre attenti a ciò che gli altri
fanno o dicono ed anche se questa appare una banalità, è invece una grande
conquista per compiere il primo passo verso la liberazione dal buio interiore e
finalmente iniziare il viaggio per eccellenza: quello verso i nostri sogni.

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