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giovedì 9 maggio 2019

L'occhio della necessità


A questo punto, diventa straordinariamente facile comprendere la nostra vita:
comunque siamo, non potevamo essere altrimenti.
Niente rimpianti, niente strade sbagliate, niente veri errori.
L'occhio della necessità svela che ciò che facciamo è soltanto ciò che poteva essere.”
(James Hillman)

Un noto aforisma recita: “se la tua vita ricalca quella degli altri, è una vita sprecata” e benché questa frase possa essere quasi in antitesi con i vari diktat imposti dall’odierna società dei consumi, è una delle realizzazioni essenziali che dobbiamo necessariamente acquisire.
Nel balletto autoimposto della corsa verso un giudizio estremo che, come una mannaia, taglia la testa al riconoscimento del proprio valore, può accadere che si proietti di continuo all’esterno i disagi interiori, nella speranza di mollare il carico del malessere su altri soggetti (od oggetti), realizzando una sorta di transfert nei confronti di chi (o di cosa) viene disgraziatamente a trovarsi sul nostro barcollante percorso.
In genere, le pratiche di svalutazione interiore poggiano su giustificazioni che attribuiscono ad altri “gruppi sociali” la colpa di maltrattamenti od ingiustizie (presunte o reali) che si subisce, realizzando in tal modo una sorta di pigra apatia che alimenta il disagio interiore e scagiona il nostro disturbo con una sorta di “ineluttabilità del destino”.
Si assumono gli attributi denigrati come propri e si accettano le valutazioni negative che vengono dettate da stereotipi del tutto personali ed oscuri persino a noi stessi, ma tanto potenti da inibire qualsiasi tipo di reazione evolutiva.
Se pensiamo che la felicità venga da qualcuno o da qualcosa, stiamo fallendo tutta la partita della vita e, in tal modo, preparando la via a molte delusioni (che forse intimamente pure ricerchiamo per rafforzare l’immagine del disagio) ed a rapporti del tutto malati. Non riconoscendo il momento opportuno, parafrasando il Kairos greco, in cui si deve necessariamente abbandonare qualcosa di sé che ormai non è più utile al proprio sviluppo interiore, impediamo al nuovo ed al bello di entrare nelle nostre stanze che risultano, invece, chiuse da un portone blindato a doppia mandata.
Impediamo l’avvento di qualsiasi cosa: nuove occasioni, nuovi incontri, nuovi sviluppi interni ed esterni e, come un vagabondo senza fissa dimora, giriamo a tondo nella nostra anima, impedendo il riconoscimento di noi stessi. Ricerchiamo di continuo approvazioni esterne e conferme che debbono per forza corrispondere con la nostra idea svalutante perché il mancato rafforzamento negativo di chi non ha più stima di sé, porta a sconvolgere l’idea stessa di essere e di esistere.
Dobbiamo però ricordare che non siamo fatti tanto per stare con gli altri, quanto con noi stessi e questa, forse, è davvero la partita più importante di tutta la vita.
Nel gorgo della svalutazione di sé, non si riesce a distaccarsi dai giudizi altrui come se fossero la spada di Damocle della nostra esistenza, non si focalizzano più i successi, ma si guarda solo ai fallimenti, non si pensa a sé stessi come degni di cose buone, ma solo come elementi difettosi che non possono aspirare a qualità mentali più elevate.
Si diventa ipercritici sia verso l’esterno che verso l’interno, assumendo una durezza senza pari che, oltre a svilire qualsiasi tentativo che introduce il positivo, denigra anche le buone qualità possedute; si pensa, cioè, che non saremo mai accettati dagli altri e che questi ultimi possono trattarci male a ragion veduta, rendendoci schiavi di immagini distorte che impediscono il far bene o l’aver successo: si urla ai quattro venti la nostra ragione, ma non la si fa valere.
La tristezza, la mediocrità e la superficialità divengono i tre pilastri su cui si poggia la vita intera.
Nel suo bellissimo libro “Il codice dell’anima”, lo psicologo junghiano James Hillman enuncia la “teoria della ghianda” per la quale, al momento della nascita, ogni individuo possiede una sorta di “seme unico”, totalmente differente da quello degli altri, una specie di consapevolezza della propria “essenza” e del destino personale che però, nel tempo e durante la vita, può a volte affievolirsi, indebolendo la capacità di un veritiero auto-giudizio e della valorizzazione di sé; siamo quindi paragonabili ad una ghianda che ha dentro tutte le potenzialità per diventare in futuro una forte e duratura quercia oppure no, in base alla via che caratterizzerà il suo sviluppo.
Hillman continua nel suo scritto esprimendo la forza del daimon, ossia della spinta interiore che tira fuori, dall’angolino in cui è stata reclusa, la consapevolezza di noi stessi e del proprio destino (che non è affatto scritto a-priori, ma plasmabile dalle nostre azioni), indicando come la propria autostima non sia “scolpita su di una pietra”, ma totalmente modificabile, anche se il lavoro di mazzuolo e scalpello è duro ed a tratti penoso.
L’autostima si sviluppa quando affrontiamo le nostre paure, in nostri fantasmi interiori ed impariamo dalle nostre esperienze di vita, senza che le stesse impongano una loro possibile negatività, ma risultino un valido insegnamento. Per raggiungere queste conquiste, spesso, è necessario l'aiuto di uno psicologo che diventa fondamentale proprio per l’autostima stessa poiché rafforza l’immagine del coraggio (virtù eccelsa) che noi abbiamo nei confronti di noi stessi e di capacità nel mettere in gioco ogni nostro “stereotipo” per evolvere verso stati migliori: ossia ci rendiamo conto di esser capaci di fare “grandi cose” e di meritare molto di più di ciò che si crede. Diveniamo anche consapevoli che “dobbiamo qualcosa a noi stessi” che gli altri non possono certo darci, ma che solo noi possiamo realizzare.
Ci possiamo render conto che, ad esempio, non possiamo liberarci della nostra “immagine malata” perché noi stessi la tratteniamo e la rafforziamo mentre, al contrario, una visione aperta, lucida e consapevole la fa sfumare all'orizzonte. Ci si riposa e rigenera nel silenzio del Sé.
Si impara, forse con un magnifico sforzo, a dirigere lo sguardo verso il mondo interiore, senza star sempre attenti a ciò che gli altri fanno o dicono ed anche se questa appare una banalità, è invece una grande conquista per compiere il primo passo verso la liberazione dal buio interiore e finalmente iniziare il viaggio per eccellenza: quello verso i nostri sogni.




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