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giovedì 2 maggio 2019

Rapsodia di una notte

Chissà se la vita si dipana davvero in quel crogiolo così strano che si stringe tra un mondo fatto di piccoli attimi di una natura congiunta nelle sue infinte parti da frammenti entagled, da pezzetti di esistenza connessi tra loro in una forma complessa tra funzione d’onda e particella tale che ogni misura sfugge ad una presunta realtà oggettiva, ma in verità sempre più soggettiva a seconda di come si ammira l’orizzonte degli eventi della nostra esistenza che, come un buco nero, cattura, assorbe ed ingoia ogni luce senza mai sapere se restituirà nella stessa forma ciò che viene quasi furtivamente preso.
Sospesi tra ere geologiche e femtosecondi di elettroni fotosintetici, scorriamo dentro un tempo non-tempo quasi come in una bolla elementare dove un mondo classico e definito ed un mondo sottile, piccolo e sfuggevole si intersecano divisi da un confine, una linea sottile, un filo di una lama che non ha spessore e che inutilmente separa e, forse, spezza la presenza della certezza newtoniana dall’incertezza di Heisenberg, come se la dimensione del conosciuto proiettasse sé stessa in un multiverso dalle tante, infinite probabilità. 

“Specchio delle mie brame, chi fa parte di questo strano reame ?”.

In uno spazio euclideo, ricco di innumerevoli deformazioni gravitazionali, la vita si prende il suo riscatto grazie ad un’impossibile certezza della posizione di ogni sua prerogativa, dal più piccolo atomo al più grande pensiero che, nella sua manifestazione, scocca la freccia dell’energia così come la massa della materia moltiplicata per il quadrato della velocità della luce esprime quella scoperta che rese Einstein l’uomo che intuì l’impossibile e la persona più invidiata da chi, per i limiti imposti da una mente stretta perché incatenata ai vincoli di uno sciatto quotidiano, non riesce a vedere la bellezza assoluta della semplicità della conoscenza. 
Cosa resta di quello che riteniamo certo e, per molti versi, assoluto ? Forse un percorso termodinamico che basa sé stesso sul caos entropico di stati alquanto probabili, ma anche adesso quello che potevamo considerare un passo certo, diventa una base friabile quanto un biscotto immerso nel latte poiché ciò che diviene fortemente entropico, mai tornerà nell’ordine iniziale (e per molti desiderato).
Forse sono i tanti stati energetici che ci costruiscono e ci generano che ci vincolano a questo divenire incessante e può essere che Schroedinger lo avesse intuito, salvo poi illudersi nell’improbabile chimica che stabilisce legami, ma non definisce chi condivide e come esattamente lo fa, sospesa tra una funzione ed una reazione, tra l’invisibile ed il visibile. Ma tutto funziona e ciò basta.
In questa danza di quanti, la meccanica della sicura presenza si unisce al flebile stato di Bohr che fa spiccare balzi energetici da un’orbita all’altra, senza ledere mai il principio unico per cui noi tutti esistiamo: l’essere al tempo stesso matematica espressione di insiemi infinti ed elementi fuori da ogni variabile misurabile, un calcolo quasi forzatamente espulso dalle regole conosciute (che forse mai conosceremo) che fa parte della stessa sostanza dei sogni.
In questo spazio così complicato ed a tratti perverso, la perfezione pitagorica si unisce ad una sorta di pluridimensionalità, disegnando tratti che l’uomo da sempre cerca di scorgere nonostante i suoi limiti, credendo di immergere il suo essere nelle definite coordinate di uno spazio-tempo ribelle che si piega alla gravità che compie il suo raffinato gesto in tutto l’universo… ma anche qui Euclide lascia il suo indelebile segno, lasciando aperta la porta dell’intuibile di fronte al geometrico esistere.
Se davvero, poi, la mente disegna mondi, allora il nostro universo è un balzo elettrico tra sinapsi che, come una magia indistruttibile, sostanzia le leggi della natura in un’estrema trasduzione di senso che eleva ogni segnale verso qualcosa di indefinibile e di immenso, proiettando immagini fuori e dentro di noi; forti sensazioni sia di qualcosa che nemmeno esiste che di parti di esistenza tangibile.
Nelle sinapsi della mente, troviamo la sensibilità di un cervello evoluto che predice il futuro, si maldice nel passato e, spesso, dimentica il presente. La materia inibisce sé stessa in una sorta di equilibrio enzimatico dove catalizzatore e substrato sono la medesima cosa.
Non sapremo mai se questo eterno attimo condiziona l’esistenza delle forme del vivere in una qualità mai certa, illusi in uno spazio ideale tra il decadimento dell’uranio 238 e l’apoptosi di una cellula, tra un istantaneo scambio di stati ed una fine rigeneratrice e, a tratti, protettrice, ma saremo forse un giorno consapevoli di quanto il nostro migrare tra questi mondi sia, alla fine, il più semplice modo di vivere.
Alla fine, in questa notte nuvolosa dove le stelle fanno capolino da piccoli spaccati di cielo, forse il bambino che sognava il suo futuro nei numeri e nella matematica, ha preso per mano l’adulto cinquantenne che ancora oggi sogna quel futuro, ormai in modi diversi e con tante piccole ma inevitabili sfaccettature, anche se il passo è più lento e quei neuroni, una volta indomiti, lasciano lo spazio, con una pesante tolleranza, ai tanti compromessi di una vita che a stento capisce ed a “pratiche virtù” che non incuriosiscono ormai da molto tempo.
Quel bambino, però, ancora grida la sua presenza, la sua voglia di essere ed esistere tra le pieghe dell’anima e strattona con vigore il forte braccio di chi lo sostiene perché quella meraviglia che lo rende vivo non venga soffocata dal banale e dalla superficialità di mediocri “parole” mai comprese. 

“Dai…questa, alla fine, è solo una rapsodia… è ora di dormire”.


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