Chissà
se la vita si dipana davvero in quel crogiolo così strano che si stringe tra un
mondo fatto di piccoli attimi di una natura congiunta nelle sue infinte parti
da frammenti entagled, da pezzetti di esistenza connessi tra loro in una
forma complessa tra funzione d’onda e particella tale che ogni misura sfugge ad
una presunta realtà oggettiva, ma in verità sempre più soggettiva a seconda di
come si ammira l’orizzonte degli eventi della nostra esistenza che, come un
buco nero, cattura, assorbe ed ingoia ogni luce senza mai sapere se restituirà
nella stessa forma ciò che viene quasi furtivamente preso.
Sospesi
tra ere geologiche e femtosecondi di elettroni fotosintetici, scorriamo dentro
un tempo non-tempo quasi come in una bolla elementare dove un mondo classico e
definito ed un mondo sottile, piccolo e sfuggevole si intersecano divisi da un
confine, una linea sottile, un filo di una lama che non ha spessore e che
inutilmente separa e, forse, spezza la presenza della certezza newtoniana
dall’incertezza di Heisenberg, come se la dimensione del conosciuto proiettasse
sé stessa in un multiverso dalle tante, infinite probabilità.
“Specchio
delle mie brame, chi fa parte di questo strano reame ?”.
In
uno spazio euclideo, ricco di innumerevoli deformazioni gravitazionali, la vita
si prende il suo riscatto grazie ad un’impossibile certezza della posizione di
ogni sua prerogativa, dal più piccolo atomo al più grande pensiero che, nella
sua manifestazione, scocca la freccia dell’energia così come la massa della
materia moltiplicata per il quadrato della velocità della luce esprime quella
scoperta che rese Einstein l’uomo che intuì l’impossibile e la persona più
invidiata da chi, per i limiti imposti da una mente stretta perché incatenata ai
vincoli di uno sciatto quotidiano, non riesce a vedere la bellezza assoluta
della semplicità della conoscenza.
Cosa
resta di quello che riteniamo certo e, per molti versi, assoluto ? Forse un
percorso termodinamico che basa sé stesso sul caos entropico di stati alquanto
probabili, ma anche adesso quello che potevamo considerare un passo certo,
diventa una base friabile quanto un biscotto immerso nel latte poiché ciò che
diviene fortemente entropico, mai tornerà nell’ordine iniziale (e per molti
desiderato).
Forse
sono i tanti stati energetici che ci costruiscono e ci generano che ci
vincolano a questo divenire incessante e può essere che Schroedinger lo avesse
intuito, salvo poi illudersi nell’improbabile chimica che stabilisce legami, ma
non definisce chi condivide e come esattamente lo fa, sospesa tra una funzione
ed una reazione, tra l’invisibile ed il visibile. Ma tutto funziona e ciò
basta.
In
questa danza di quanti, la meccanica della sicura presenza si unisce al flebile
stato di Bohr che fa spiccare balzi energetici da un’orbita all’altra, senza
ledere mai il principio unico per cui noi tutti esistiamo: l’essere al tempo
stesso matematica espressione di insiemi infinti ed elementi fuori da ogni
variabile misurabile, un calcolo quasi forzatamente espulso dalle regole
conosciute (che forse mai conosceremo) che fa parte della stessa sostanza dei
sogni.
In
questo spazio così complicato ed a tratti perverso, la perfezione pitagorica si
unisce ad una sorta di pluridimensionalità, disegnando tratti che l’uomo da
sempre cerca di scorgere nonostante i suoi limiti, credendo di immergere il suo
essere nelle definite coordinate di uno spazio-tempo ribelle che si piega alla
gravità che compie il suo raffinato gesto in tutto l’universo… ma anche qui
Euclide lascia il suo indelebile segno, lasciando aperta la porta dell’intuibile
di fronte al geometrico esistere.
Se
davvero, poi, la mente disegna mondi, allora il nostro universo è un balzo
elettrico tra sinapsi che, come una magia indistruttibile, sostanzia le leggi della
natura in un’estrema trasduzione di senso che eleva ogni segnale verso qualcosa
di indefinibile e di immenso, proiettando immagini fuori e dentro di noi; forti
sensazioni sia di qualcosa che nemmeno esiste che di parti di esistenza
tangibile.
Nelle
sinapsi della mente, troviamo la sensibilità di un cervello evoluto che predice
il futuro, si maldice nel passato e, spesso, dimentica il presente. La materia
inibisce sé stessa in una sorta di equilibrio enzimatico dove catalizzatore e substrato
sono la medesima cosa.
Non
sapremo mai se questo eterno attimo condiziona l’esistenza delle forme del
vivere in una qualità mai certa, illusi in uno spazio ideale tra il decadimento
dell’uranio 238 e l’apoptosi di una cellula, tra un istantaneo scambio di stati
ed una fine rigeneratrice e, a tratti, protettrice, ma saremo forse un giorno
consapevoli di quanto il nostro migrare tra questi mondi sia, alla fine, il più
semplice modo di vivere.
Alla
fine, in questa notte nuvolosa dove le stelle fanno capolino da piccoli
spaccati di cielo, forse il bambino che sognava il suo futuro nei numeri e
nella matematica, ha preso per mano l’adulto cinquantenne che ancora oggi sogna
quel futuro, ormai in modi diversi e con tante piccole ma inevitabili
sfaccettature, anche se il passo è più lento e quei neuroni, una volta
indomiti, lasciano lo spazio, con una pesante tolleranza, ai tanti compromessi
di una vita che a stento capisce ed a “pratiche virtù” che non incuriosiscono
ormai da molto tempo.
Quel
bambino, però, ancora grida la sua presenza, la sua voglia di essere ed esistere
tra le pieghe dell’anima e strattona con vigore il forte braccio di chi lo
sostiene perché quella meraviglia che lo rende vivo non venga soffocata dal
banale e dalla superficialità di mediocri “parole” mai comprese.
“Dai…questa,
alla fine, è solo una rapsodia… è ora di dormire”.

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