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martedì 30 aprile 2019

"Quella notte non riuscivo a dormire": il buio dentro...


“Quella notte non riuscivo a dormire, ed era una cosa insolita per me.
Mi alzai dal letto di scatto. Fu come se una forza travolgente mi avesse sollevata all’improvviso. Avvertivo dentro di me un’energia che non avrei mai immaginato di possedere ancora. Cominciai a camminare ma non avevo idea di dove stessi andando, e non mi rendevo più nemmeno conto di trovarmi a casa mia. Tuttavia continuai ad avanzare con quel passo deciso, le mascelle serrate e i pugni stretti, rabbiosamente.
Non ero stanca, eppure affannavo. Mi sentivo tutta agitata, nervosa, e continuavo a chiedermi perché stessi facendo quello che facevo come se stessi assistendo a un film del quale io stessa ero la protagonista. Finché, a un tratto, misi a fuoco la vera sensazione che provavo: avevo paura. E anche se non sapevo da cosa, stavo fuggendo.
Anche il buio mi faceva uno strano effetto. Era come se mi ostacolasse fisicamente, come se mi pesasse addosso. Ci remavo dentro con le mani, per avanzare dovevo vincerne la resistenza. Mi sembrava di essere io a reggere la notte, ma non ce la facevo più e quasi mi schiacciava.
A un certo punto urtai una sedia, ma non cadde. E non caddi nemmeno io che rimasi aggrappata con le mani allo schienale. Immobile, ascoltavo il mio respiro nel buio. Ma mi faceva paura anche quello.
«Madonna mia, che sta succedendo?» mi disperavo. «Aiutami!».
All’improvviso sentii un rumore di passi, e allora credetti di essere perduta.
Se volevo salvarmi, dovevo assolutamente scappare. Me lo diceva il mio istinto, l’unica parte di me che funzionava ancora.
Ma intanto i rumori intorno a me si moltiplicavano. Sentii una porta che si apriva e poi sbatteva. Altri passi. E a un tratto una voce gridò: «Chi è?».
Nel buio vidi agitarsi un’ombra. Stavano per aggredirmi, allora presi la prima cosa che mi capitò a portata di mano e la scagliai nella direzione da cui proveniva quella voce.
«Mamma, ma che fai? Ma sei impazzita?» disse l’ombra con una voce rauca e, quasi nello stesso istante, s’accese una luce che mi colpì come uno schiaffo e mi accecò.
«Disgraziati!» risposi, gridando a mia volta: «Che volete da me, delinquenti!».
Sentivo parlare. O forse erano echi delle voci di prima. Ma in tutta quella confusione non distinguevo i volti e non riuscivo a contare le persone, il che mi faceva infuriare ancora di più. La paura si trasformò in rabbia. Mi sentivo bruciare dentro e allora cominciai a strapparmi i vestiti mentre la rabbia mi riempiva così velocemente che già traboccavo e non potevo più trattenerla.
«Mamma...» gemette l’ombra, «ma perché ti stai spogliando? Cosa fai?». Poi si avvicinò. Allora afferrai la teiera sul tavolino accanto a me e lo colpii in faccia. Vidi uscire il sangue dal sopracciglio.
Lui gridò per il dolore, ed ebbe un moto infantile di protesta: all’improvviso sembrava un bambino, aveva persino un che di familiare.
In quel momento, all’improvviso, a tradimento, qualcuno mi afferrò alle spalle e mi bloccò: e quello fu terribile. Tentai di liberarmi con tutte le mie forze. A uno gli sputai in faccia, a un altro, se era un altro, gli diedi un morso sulla mano. Lottai, finché le forze mi vennero meno.
Sentii un dolore acuto, intenso e breve nel braccio, poi mi sentii svenire.
Caddi quasi a peso morto ma le braccia che prima mi avevano immobilizzata ora mi sostenevano. Parecchie persone parlavano intorno a me. Mi girava la testa. Guardando dritto vedevo il soffitto: in che posizione ero?
Mi stavo calmando, ma in testa avevo un gran vuoto. Dalla bocca mi usciva una specie di lamento. Un balbettio senza senso.
Mi diedero un bicchiere d’acqua, ma quasi mi strozzai: non sapevo neanche più ingoiare.
Alla fine crollai del tutto. Gli occhi mi si chiusero da soli. E sapete qual è la cosa più strana? Che proprio mentre svenivo mi sembrò che in realtà mi risvegliavo. Che uscivo da quell’incubo”.
(tratto da: “Cosa prova un malato di Alzheimer” di Flavio Pagano, testo integrale reperibile al seguente indirizzo web: https://www.donnamoderna.com/news/societa/cosa-prova-un-malato-di-alzheimer)

Il breve racconto cui sopra è la ricostruzione delle sensazioni e delle emozioni che un malato di Alzheimer prova nella sua tormentata esistenza, una serie di percezioni degne di un film horror o un thriller alquanto angosciante.
L’8 gennaio dell’anno scorso, la Pfizer, grossa multinazionale farmaceutica, decide di attuare un disinvestimento sulla linea di ricerca dedicata alle malattie neurodegenerative, ossia alla malattia di Alzheimer ed al così detto morbo di Parkinson (https://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2018-01-08/pfizer-abbandona-l-alzheimer-ma-ricerca-frena-ricerca-mondiale-cerca-nuove-strade-182205.shtml?uuid=AEizW9dD).
La ragione di questa brusca frenata, che è costata circa 300 posizioni lavorative all’interno di tale multinazionale (nelle sedi di ricerca di Cambridge nel Massachusetts, Groton nel Connecticut e Andover), è stata giustificata dalla considerazione per cui resta una sorta di “chimera” sconfiggere una malattia come l’Alzheimer: gli sforzi per trovare una possibile cura a tale demenza sono stati costosi ma futili, almeno così ha spiegato la società, che ha quindi abbandonato la linea di ricerca. Lo stesso destino, purtroppo, toccherà anche alla ricerca contro il Parkinson, per il quale, al momento, non è stato ancora trovato un trattamento totalmente risolutivo. Alias: questa ricerca non produce molti profitti. Così, dopo la rinuncia della casa farmaceutica Merck (più o meno per gli stessi motivi) anche Pfizer si ritira (ritengo inutili gli annunci per cui la stessa sosterrà fondazioni o quant’altro: la linea di ricerca principale è stata oggetto di una frenata troppo brusca negli investimenti).
Purtroppo il 22 marzo di quest’anno anche altre due case farmaceutiche hanno abbandonato tale linea di ricerca: la Biogen americana e la Esai giapponese (http://investors.biogen.com/news-releases/news-release-details/biogen-and-eisai-discontinue-phase-3-engage-and-emerge-trials).
Il loro prodotto, un anticorpo monoclonale chiamato “aducanumab”, benché ritenuto promettente, ha fallito i trial clinici non riuscendo efficacemente ad agire nei confronti del killer silenzioso tipico di tali neurodegenerazioni: la proteina amiloide (nel caso dell’Alzheimer, la beta-amiloide).
L’aducanumab si era rivelato utile nel rimuovere le "placche" causate dalla beta-amiloide, con livelli di efficacia superiori rispetto a quelli di altri farmaci. I nuovi test avrebbero dovuto coinvolgere un campione di persone con evidenti problemi cognitivi e placche amiloidi nel loro cervello, ma le due aziende non hanno fornito molti altri dettagli sulla decisione di bloccare tale sperimentazione. Voci non ben identificate dichiarano che la ragione di tale sospensione risiede nel fatto che il campione scelto per i test sia affetto da una fase iniziale di Alzheimer e non adatto alla sperimentazione poiché l’anticorpo monoclonale (l’aducanumab) è inefficiente su chi ha già sviluppato la malattia.
Ovviamente questa sembra più che altro una “scusa” che giustifica il ritiro che, magari, si basa su ben altro (a “pensar male” potremmo ipotizzare, anche in questo caso, scarsi profitti).
Arrivato a questo punto dello scritto, tralascio volontariamente l’analisi della carenza di Etica (anzi, la totale assenza) che identifica queste scelte e che vede, ancora una volta, la logica del “mercato” e del “profitto” superare il valore dell’uomo, trascinando quest’ultimo verso livelli infimi: parlare di questo significherebbe scrivere un altro articolo.
Le malattie neurodegenerative, oggetto della nostra discussione, come descritto sopra, basano la loro funzione patologica sulla presenza della proteina “perversa” detta "amiloide" che, nel caso dell’Alzheimer (ma anche del Parkinson, se pur con diverse sfumature), danneggia i neuroni provocando tragedie come quella del racconto riportato poc’anzi. È molto probabile che il sistema immunitario rivesta un ruolo fondamentale nella generazione della malattia e che molte interconnessioni siano necessarie affinché l’amiloide si generi e crei la patologia. Un esempio di tali connessioni è la proteina detta “tau” che provvede all'eliminazione delle sostanze tossiche all'interno dei neuroni: se non funziona correttamente, alcune proteine beta-amiloidi restano dentro la cellula, creando degenerazione prima e morte poi. Quando “tau” assume una conformazione anomala, l’espulsione dalla cellula nervosa degli scarti metabolici non si realizza e questo porta all’accumulo, dentro il neurone, di varie proteine, tra cui la beta-amiloide.
La cellula nervosa non si arrende e tenta comunque di espellere le proteine tossiche attraverso altri meccanismi che, ahimé, risultano poco efficienti, e non riescono nella totale eliminazione, ma non solo: nemmeno bloccano l’adesione delle proteine beta-amiloidi (per loro natura “appiccicose”) che aderiscono una all'altra, formando le tipiche placche attorno ai neuroni.
Secondo uno studio (https://molecularneurodegeneration.biomedcentral.com/articles/10.1186/1750-1326-4-13), però, non sarebbero tali “placche” ad uccidere i neuroni, ma quelle proteine beta-amiloidi che sono rimaste nella cellula dove continuano la loro azione tossica.
Inoltre, il funzionamento perverso della proteina “tau” può essere più o meno marcato e ciò spiegherebbe come mai in alcune persone si sviluppano delle placche beta-amiloidi senza che vi sia un decadimento mentale.  
Da tutto questo è comprensibile come una linea di ricerca non si possa basare solo su di una visione “riduzionistica” del problema, ma debba affrontare una visione globale che può risultare a tratti scoraggiante, anche se di indubbio fascino.
Vi è speranza per una comprensione ulteriore del sistema biologico imposto dalla malattia e realizzare una possibile cura ? Esistono segnali incoraggianti per cui sia possibile sperare in una ripresa più vigorosa della linea di ricerca ?
A mio modesto parere i segnali esistono e sono generati da una ricerca interessante condotta da Maria Llorens-Martin, neurobiologa molecolare della Universidad Autònoma de Madrid, nella quale si evidenzia la formazione di nuovi neuroni (detta “neurogenesi”) in soggetti adulti ed addirittura in età senile (87 anni). Lo studio, pubblicato sulla prestigiosa rivista “Nature Medicine” (https://www.nature.com/articles/s41591-019-0375-9), rivela la formazione di “giovani neuroni” in una struttura cerebrale detta “ippocampo” che prima non erano stati evidenziati a causa del trattamento riservato ai cervelli in esame: la conservazione a lungo in formaldeide altera la struttura cellulare e rende difficile l’identificazione delle proteine tipiche di un neurone “immaturo”. La scienziata, operando invece un trattamento di conservazione in formaldeide molto breve (inferiore alle 24 ore), è riuscita a notare al microscopio neuroni tondi e turgidi, tipico aspetto delle cellule “giovani”, ed a caratterizzare biochimicamente tali elementi.
La scoperta è senza dubbio eccezionale (anche se, in verità, conferma ipotesi precedenti), ma quello che colpisce nell’articolo è che nei malati di Alzheimer i neuroni “immaturi” sono molto più scarsi che nelle persone sane di pari età, con un calo medio del 30 %; tale diminuzione, inoltre, è maggiore tanto più è avanzata la malattia !
Ecco il punto: dato che le linee precedenti di ricerca hanno più o meno fallito, è forse il caso di provare a concentrarsi sul declino della neurogenesi per ottenere terapie efficaci (sempre che ulteriori studi confermino quanto detto da Llorens-Martin) e riattivare investimenti in tal senso poiché, contrariamente a quanto sostengono i “mercati” o gli “investitori” spesso spietati, in Biologia vale il famoso aforisma di Khalil Gibran: “Nulla impedirà al sole di sorgere ancora, nemmeno la notte più buia. Perché oltre la nera cortina della notte c'è un'alba che ci aspetta.




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