Cerca nel blog

venerdì 12 aprile 2019

Istinto... lottare o fuggire ?

La mente, si sa, segue vie meravigliose.
Spesso accade che, nonostante i presupposti per cui la neocorteccia cerebrale agisce nel modulare le nostre azioni, gli “istinti” (virgolette d’obbligo) prevalgano sulla scelta della risposta più opportuna da dare.
Occorre intendere e definire, però, cosa realmente sia l’istinto e come governi la nostra esistenza.
La serie di moduli di comportamento insiti nella specie animale (e, quindi, in noi) ed iscritta nella genetica della specie stessa, costituisce l’istinto; sono reazioni innate, per lo più sub-coscienti, che prendono campo quando uno stimolo opportuno risulta efficiente nell’attivazione di tali moduli.
Famoso è lo studio del grande etologo Nikolaas “Niko” Tinbergen, premio Nobel nel 1973 per la medicina assieme a Konrad Lorentz e Karl von Frisch, sui “meccanismi scatenanti innati” che portano all’evoluzione di questo grande mistero comportamentale.
Lo stesso Tinbergen, nel suo ormai famoso libro “Lo studio dell’istinto”, sembra definire l’Etologia in tal modo (ossia come studio dell’istinto) portando diverse ed interessanti analisi che vanno dall’osservazione del pesce “spinarello” (Gasterosteus aculeatus) ai gabbiani, creando in tal modo un filo conduttore unico che identifica dei comportamenti innati alla base di ogni specie.
Ogni specie, pertanto, alla sua nascita presenta un “set” di comportamenti/risposta riferiti a stimoli ben determinati che sono alla base dell’esistenza stessa.
Detto in questo modo, l’istinto sembra abbastanza semplice da capire: purtroppo le cose non stanno esattamente così.
Il mio docente di Etologia, il professor Natale Emilio Baldaccini, mi spiegò, durante un’interessante chiaccherata, la vera difficoltà nell’individuare il modulo istintuale e lo fece mirabilmente grazie ad un’analogia piuttosto indovinata. Se pensiamo ad un sacco di juta, notiamo che la costruzione dello stesso si basa inizialmente sull’intreccio di fibre piuttosto grossolane e diradate: queste sono assimilabili al “modulo istintivo” della specie. Man mano che la tessitura procede, però, sempre più fibre si accumulano a formare il sacco e queste sono paragonabili al comportamento appreso che identifica, in seguito, l’individuo. Alla fine del lavoro non si riesce a ben distinguere le fibre iniziali da quelle aggiunte e questo, alla fin fine, è il vero problema dell’analisi comportamentale. Istinto ed appreso si fondono in una sorta di danza armonica tipica di ogni specie.
Anche il genere Homo non sfugge a questo principio e, sebbene l’avanzamento tecnologico e sociale che identifica la nostra comunità sia piuttosto veloce e a tratti spietato, l’istinto con le sue innate energie fa inevitabilmente capolino.
Questo, però, non dev’essere confuso con altri comportamenti che erroneamente passano sotto il termine “istintivi” e spesso mostrano solamente reazioni impulsive che non hanno nulla a che vedere con quanto l’Etologia studia.
Però… sì, c’è un “però” in tutta questa storia.
A volte le interazioni sociali portano, tramite vari percorsi psicologici più o meno difficili, a reazioni inconsuete dettate dalla paura che nutre la successiva ansia e che fa scattare un meccanismo che per molte specie è virtuoso (e lo è anche per noi) salvo il suo costante permanere: il famoso “fight or flight”, ossia “combatti o fuggi”. Classico esempio di questo meccanismo fondamentale per l’esistenza lo si ottiene dal bellissimo libro di Robert Sapolsky, neuroendocrinologo americano della Stanford University dal titolo “Perché alle zebre non viene l’ulcera”. Quando la zebra viene attaccata dal leone (stress), il suo organismo aziona una serie di risposte fisiologiche automatiche che permettono di correre il più velocemente possibile. In tal modo si ha la “risposta da stress”: tramite un’accelerazione del ritmo cardiaco e del respiro (aumento della quantità di sangue e di ossigeno nei muscoli) l'animale corre come non mai.
Per raggiungere tale scopo, si realizza l’inevitabile e rapido sviluppo di energia mobilizzando materiale energetico (glucosio) dai propri siti di “stoccaggio”.
Una volta cessato il pericolo, però, nella zebra la reazione si interrompe si ristabilizza l’equilibrio precedente (nel libro di Sapolsky si cita il fatto che anche se gravemente ferita, la zebra, dopo la folle corsa, riesce comunque a ristabilire l’omeostasi iniziale). In parole povere, lo stress salva la vita all'animale.
Questo strano meccanismo, fondamentale nel caso di pericolo immediato, se rimane come un segnale di allarme perennemente acceso (che nell’Homo sapiens si può realizzare, in senso patologico, grazie alla potente capacità cerebrale di analisi e previsione futura), porta letteralmente all’usura organica e psichica poiché predispone l’individuo ad un permanente atteggiamento in risposta ad un segnale di pericolo che implica un forte coinvolgimento mentale e fisico, sviluppando ulcere gastriche, coliti, ansia, depressione e tanti altri effetti che finiscono con l’essere effettivamente invalidanti.
Molte delle patologie correlate al famoso “stress” (ossia al “distress”, lo stress patologico) derivano da tale configurazione comportamentale che mette la persona in continuo stato di risposta al possibile pericolo che, in verità, o non esiste, oppure ormai è definitivamente passato e non sussistono modalità “apprese” che possano limitare o eliminare il problema dell’iperattivazione.
È molto probabile che il “fight or flight” sia di carattere istintuale e che le reazioni scatenate, spesso, si collochino nel subconscio e sia difficile controllarle o esserne consapevoli: spesso accade che anche di fronte al confronto diretto con gli altri, la vittima ansiogena neghi l’esistenza di tale circuito vizioso e non comprenda affatto che tali reazioni sono anomale soprattutto perché tese ad ingigantire un qualsiasi problema senza in realtà affrontarlo.
L’unico modo per uscire da questo gioco perverso dell’istinto (o delle reazioni istintuali) è il riuscire a rimuovere la causa che blocca i processi di consapevolezza e scatena l’ansia (che deriva dalla paura che si annida dentro di noi) e si possa così far entrare in gioco le “fibre di juta più fitte”, quelle che indicano nella forza della tessitura la possibile soluzione.
Che sia un diverso utilizzo delle reti neurali o un processo di acquisizione mentale del proprio diritto di essere, sono elementi terapeutici che riguardano la psicoterapia che, in molti casi, diviene necessaria per riuscire a far rientrare ogni comportamento laddove deve rimanere.
Francine Shapiro, psicoterapeuta ideatrice del famoso metodo terapeutico EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) per cui, grazie ai movimenti oculari, si riducono gli effetti dei sintomi (desensibilizzazione) e si riattiva il fisiologico processo di elaborazione delle informazioni (riprocessamento) nel 2000 disse che: “il nostro cervello è dunque continuamente stimolato da informazioni che vengono immagazzinate in maniera più o meno conscia, in diversi modi, ma sempre in senso adattivo, utile per la persona. L’informazione viene cioè integrata in uno schema cognitivo ed emotivo positivo, utile alla persona” e tale integrazione positiva può esser utile nel processo di controllo ed analisi degli stati interiori che funge da “sistema equilibrante” delle pulsioni, mirando ad una maggiore consapevolezza del Sé e facendo rientrare le condizioni di “fight or flight”, ad esempio, nelle situazioni adeguate, senza che il sistema di allarme si propaghi all’infinito.
Tutto questo, ahimé, rende vero l’aforisma attribuito a Friedrich Nietzsche per cui: “tutti gli istinti che non si scaricano all’esterno, si rivolgono all’interno”.


Nessun commento:

Posta un commento