La mente, si sa, segue vie meravigliose.
Spesso accade che, nonostante i presupposti per cui la
neocorteccia cerebrale agisce nel modulare le nostre azioni, gli “istinti”
(virgolette d’obbligo) prevalgano sulla scelta della risposta più opportuna da dare.
Occorre intendere e definire, però, cosa realmente sia
l’istinto e come governi la nostra esistenza.
La serie di moduli di comportamento insiti nella specie
animale (e, quindi, in noi) ed iscritta nella genetica della specie stessa,
costituisce l’istinto; sono reazioni
innate, per lo più sub-coscienti, che prendono campo quando uno stimolo
opportuno risulta efficiente nell’attivazione di tali moduli.
Famoso è lo studio del grande etologo Nikolaas “Niko”
Tinbergen, premio Nobel nel 1973 per la medicina assieme a Konrad Lorentz e Karl
von Frisch, sui “meccanismi scatenanti
innati” che portano all’evoluzione di questo grande mistero
comportamentale.
Lo stesso Tinbergen, nel suo ormai famoso libro “Lo studio
dell’istinto”, sembra definire l’Etologia in tal modo (ossia come studio
dell’istinto) portando diverse ed interessanti analisi che vanno
dall’osservazione del pesce “spinarello” (Gasterosteus
aculeatus) ai gabbiani, creando in tal modo un filo conduttore unico che
identifica dei comportamenti innati alla base di ogni specie.
Ogni specie, pertanto, alla sua nascita presenta un “set” di
comportamenti/risposta riferiti a stimoli ben determinati che sono alla base
dell’esistenza stessa.
Detto in questo modo, l’istinto sembra abbastanza semplice
da capire: purtroppo le cose non stanno esattamente così.
Il mio docente di Etologia, il professor Natale Emilio
Baldaccini, mi spiegò, durante un’interessante chiaccherata, la vera difficoltà
nell’individuare il modulo istintuale e lo fece mirabilmente grazie ad
un’analogia piuttosto indovinata. Se pensiamo ad un sacco di juta, notiamo che
la costruzione dello stesso si basa inizialmente sull’intreccio di fibre
piuttosto grossolane e diradate: queste sono assimilabili al “modulo istintivo”
della specie. Man mano che la tessitura procede, però, sempre più fibre si
accumulano a formare il sacco e queste sono paragonabili al comportamento
appreso che identifica, in seguito, l’individuo. Alla fine del lavoro non si
riesce a ben distinguere le fibre iniziali da quelle aggiunte e questo, alla
fin fine, è il vero problema dell’analisi comportamentale. Istinto ed appreso
si fondono in una sorta di danza armonica tipica di ogni specie.
Anche il genere Homo
non sfugge a questo principio e, sebbene l’avanzamento tecnologico e sociale che
identifica la nostra comunità sia piuttosto veloce e a tratti spietato,
l’istinto con le sue innate energie fa inevitabilmente capolino.
Questo, però, non dev’essere confuso con altri comportamenti
che erroneamente passano sotto il termine “istintivi” e spesso mostrano solamente
reazioni impulsive che non hanno nulla a che vedere con quanto l’Etologia
studia.
Però… sì, c’è un “però” in tutta questa storia.
A volte le interazioni sociali portano, tramite vari
percorsi psicologici più o meno difficili, a reazioni inconsuete dettate dalla
paura che nutre la successiva ansia e che fa scattare un meccanismo che per
molte specie è virtuoso (e lo è anche per noi) salvo il suo costante permanere:
il famoso “fight or flight”, ossia
“combatti o fuggi”. Classico esempio di questo meccanismo fondamentale per l’esistenza
lo si ottiene dal bellissimo libro di Robert Sapolsky, neuroendocrinologo
americano della Stanford University dal titolo “Perché alle zebre non viene l’ulcera”.
Quando la zebra viene attaccata dal leone (stress), il suo organismo aziona una
serie di risposte fisiologiche automatiche che permettono di correre il più velocemente
possibile. In tal modo si ha la “risposta
da stress”: tramite un’accelerazione del ritmo cardiaco e del respiro (aumento
della quantità di sangue e di ossigeno nei muscoli) l'animale corre come non mai.
Per raggiungere tale scopo, si realizza l’inevitabile e
rapido sviluppo di energia mobilizzando materiale energetico (glucosio) dai propri
siti di “stoccaggio”.
Una volta cessato il pericolo, però, nella zebra la
reazione si interrompe si ristabilizza l’equilibrio precedente (nel libro di
Sapolsky si cita il fatto che anche se gravemente ferita, la zebra, dopo la
folle corsa, riesce comunque a ristabilire l’omeostasi iniziale). In parole
povere, lo stress salva la vita all'animale.
Questo strano meccanismo, fondamentale nel caso di pericolo
immediato, se rimane come un segnale di allarme perennemente acceso (che nell’Homo sapiens si può realizzare, in senso
patologico, grazie alla potente capacità cerebrale di analisi e previsione
futura), porta letteralmente all’usura organica e psichica poiché predispone
l’individuo ad un permanente atteggiamento in risposta ad un segnale di
pericolo che implica un forte coinvolgimento mentale e fisico, sviluppando
ulcere gastriche, coliti, ansia, depressione e tanti altri effetti che
finiscono con l’essere effettivamente invalidanti.
Molte delle patologie correlate al famoso “stress” (ossia al
“distress”, lo stress patologico)
derivano da tale configurazione comportamentale che mette la persona in
continuo stato di risposta al possibile pericolo che, in verità, o non esiste,
oppure ormai è definitivamente passato e non sussistono modalità “apprese” che
possano limitare o eliminare il problema dell’iperattivazione.
È molto probabile che il “fight or flight” sia di carattere
istintuale e che le reazioni scatenate, spesso, si collochino nel subconscio e
sia difficile controllarle o esserne consapevoli: spesso accade che anche di
fronte al confronto diretto con gli altri, la vittima ansiogena neghi
l’esistenza di tale circuito vizioso e non comprenda affatto che tali reazioni
sono anomale soprattutto perché tese ad ingigantire un qualsiasi problema senza
in realtà affrontarlo.
L’unico modo per uscire da questo gioco perverso dell’istinto
(o delle reazioni istintuali) è il riuscire a rimuovere la causa che blocca i
processi di consapevolezza e scatena l’ansia (che deriva dalla paura che si
annida dentro di noi) e si possa così far entrare in gioco le “fibre di juta più
fitte”, quelle che indicano nella forza della tessitura la possibile soluzione.
Che sia un diverso utilizzo delle reti neurali o un processo
di acquisizione mentale del proprio diritto di essere, sono elementi
terapeutici che riguardano la psicoterapia che, in molti casi, diviene
necessaria per riuscire a far rientrare ogni comportamento laddove deve rimanere.
Francine Shapiro, psicoterapeuta ideatrice del famoso metodo
terapeutico EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) per cui, grazie
ai movimenti oculari, si riducono gli effetti dei sintomi (desensibilizzazione) e si riattiva il fisiologico processo di
elaborazione delle informazioni (riprocessamento)
nel 2000 disse che: “il nostro cervello è dunque
continuamente stimolato da informazioni che vengono immagazzinate in maniera
più o meno conscia, in diversi modi, ma sempre in senso adattivo, utile per la
persona. L’informazione viene cioè integrata in uno schema cognitivo ed emotivo
positivo, utile alla persona” e tale integrazione positiva
può esser utile nel processo di controllo ed analisi degli stati interiori che funge
da “sistema equilibrante” delle pulsioni, mirando ad una maggiore
consapevolezza del Sé e facendo rientrare le condizioni di “fight or flight”,
ad esempio, nelle situazioni adeguate, senza che il sistema di allarme si
propaghi all’infinito.
Tutto
questo, ahimé, rende vero l’aforisma attribuito a Friedrich
Nietzsche per cui: “tutti gli istinti che
non si scaricano all’esterno, si rivolgono all’interno”.
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