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mercoledì 15 maggio 2019

Il timore del cambiamento e la forza di Itaca


Quando si attua il blocco interiore, quando si impedisce una propria “evoluzione”, spesso non lo si fa volontariamente, ma grazie ad una paura (generatrice dell’inevitabile ansia) che spinge tutti noi verso la leva di quel “freno a mano” del tutto personale che, contrariamente a quello dell’automobile, ferma il cambiamento attraverso vari passaggi.
In genere, vi sono varie tappe che conducono all’arresto suddetto e, per molti versi, sono simili in tutti noi:

1.          Devo cambiare, così non va più, ma devo gettar tutto alle ortiche ? Tutta la fatica e gli ostacoli che ho superato e mi hanno condotto sin qui... ed ora ? Sarei un fallito se cambio adesso che ho impiegato tempo ed energia per essere (o fare) tutto questo…

2.           “Chi mi vede, chi mi conosce, poi, cosa direbbe ? Mi ha sempre visto in questo modo e mi vede cambiare… cosa penserebbe ? Anche se non è più parte di me questa vita, anche se ormai non mi “veste” più come dovrebbe, forse è davvero meglio che continui così, altrimenti cosa penserebbero gli altri ?

3.           Ma poi, perché lo farei ? E se fosse solo un’utopia ? Una bella illusione ? Se fosse un banalissimo sfizio che domani non vale più ? Meglio lasciar perdere…

4.           Insomma, io non mi trovo più in questa vita, non sono più quello che ero, sono in gabbia… ormai non riesco a sfuggire a questo destino anche se fare le stesse cose è divenuto pesante e banale, devo solo turarmi il naso…

Questi passaggi riflettono una sequenza perversa che inibisce qualsiasi inevitabile cambiamento che, invece, una mente sana ed attiva può sperimentare per meglio indirizzare la propria esistenza verso quella che noi chiamiamo “felicità”.
Anche se il grande Johann Wolfgang Goethe amava dire che “felice colui che riconosce in tempo che i suoi desideri non vanno d'accordo con le sue disponibilità, ci blocchiamo sulle nostre “risorse” ormai usurate, semplicemente perché le “certezze” del passato ci hanno dato il presente e su quello ci adagiamo comodi, certi che ogni nostra azione corrisponde ad una reazione ormai ben conosciuta.
È in questo modo che grandi fotografi non riusciranno ad esprimer mai la propria arte o abili matematici resteranno nell’ombra della cortina di nebbia data dalla paura di essere.
Così, la sequenza “necessità di cambiare – giudizio degli altri – dubbio sulla propria capacità – blocco esistenziale” si instaura come un circolo vizioso che dona instabilità ed infelicità: non siamo bene più con nessuno e, peggio che mai, con noi stessi. Quello che pesa nelle scelte da operare per attuare il cambiamento necessario alla nostra anima, non è solo la zavorra dell’abitudine o della presunta certezza, ma il valore che viene dato ad un “passato” che, pur non esistendo più, continua ad incidere pesantemente come se il cambiamento di rotta rappresentasse una sorta di tradimento nei confronti di quello che è stato scritto ma che oggi non possiamo (nè vogliamo) più leggere.
Non desideriamo comprendere che “cambiare” non significa “trascurare” e che archiviare un passato che non riflette più il presente, non deve far sviluppare un accanimento che ci identifica totalmente con un cinismo tale da “strappare” la tela che ci lega alla vita condotta sin qui, ma anzi significa divenire sensibili all’insegnamento ottenuto dalle esperienze condotte e sviluppare una visione di insieme molto più consapevole e pacata.
Il pericolo è lo sviluppare una totale avversione verso quello “che è stato” e fare altro semplicemente perché opposto a “ciò che si era” e questa non è una libera scelta, ma una sorta di pericolosa allergia che tende a farci ulteriormente perdere la via desiderata.
Le relazioni che contano, le azioni che ci distinguono ed a cui sempre volgiamo il nostro sguardo interiore, devono esser comunque curate ed anche se qualcuno si oppone al nostro cambiamento (fatto inevitabile), la fermezza e la determinazione devono prendere il sopravvento.
Costantino Kavafis, nella sua bellissima poesia “Itaca”, scrive:

Se ti metti in viaggio per Itaca
augurati che sia lunga la via,
piena di conoscenze e d’avventure.

Non temere Lestrigoni e Ciclopi
o Posidone incollerito:
nulla di questo troverai per via
se tieni alto il pensiero, se un’emozione
eletta ti tocca l’anima e il corpo.
Non incontrerai Lestrigoni e Ciclopi,
e neppure il feroce Posidone,
se non li porti dentro, in cuore,
se non è il cuore a alzarteli davanti.

Augurati che sia lunga la via.
Che sian molte le mattine estive
in cui felice e con soddisfazione
entri in porti mai visti prima;
fa’ scalo negli empori dei Fenici
e acquista belle mercanzie,
coralli e madreperle, ebani e ambre,
e ogni sorta d’aromi voluttuosi,
quanti più aromi voluttuosi puoi;
e va’ in molte città d’Egitto,
a imparare, imparare dai sapienti.

Tienila sempre in mente, Itaca.
La tua meta è approdare là.
Ma non far fretta al tuo viaggio.

Meglio che duri molti anni;
e che ormai vecchio attracchi all’isola,
ricco di ciò che guadagnasti per la via,
senza aspettarti da Itaca ricchezze.

 Itaca ti ha donato il bel viaggio.
Non saresti partito senza lei.
Nulla di più ha da darti.

E se la trovi povera, Itaca non ti ha illuso.
Sei diventato così esperto e saggio,
e avrai capito che vuol dire Itaca
.”

Qui Kavafis, parafrasando il tema del viaggio di Ulisse verso la sua Itaca, invita a non avere fretta di arrivare alla meta ed a far durare il viaggio il più possibile, vivendo intensamente ogni esperienza che questo può donare; dice anche quali sono queste esperienze: “le mattine estive / in cui in cui felice e con soddisfazione / entri in porti mai visti prima”, cioè le nuove avventure dell’esistenza, gli “aromi voluttuosi”, i piaceri e la gioia di essere e di esistere, ma soprattutto “imparare dai sapienti”, ossia viaggiare verso la Conoscenza, quella che identifica l’Uomo ed è priva di secondi fini.
Perché dovremmo orientare la nostra esistenza verso questo fine ? Semplicemente perché la nostra vita è il viaggio per eccellenza e non l’approdo e tale viaggio, che possiamo e dobbiamo compiere, ci condurrà, alla fine del medesimo, verso la “presenza a noi stessi” (γνῶθι σεαυτόν: “gnōthi seautón”: conosci te stesso) e non realizzeremo questo solo perché arrivati a destinazione: Itaca, tutto ciò, potrebbe non offrircelo e se noi non cogliamo l’attimo giusto per operare il cambiamento necessario, il momento debito (Kairos), se non afferriamo l’occasione di arricchirci con le esperienze di adesso pur conservando quelle del passato, rischiamo di non avere più la possibilità di farlo.
Itaca, la nostra “meta”, potrebbe non avere “nulla di più da darci”: la ricchezza che offre è il viaggio stesso, dal momento che senza di lei non saremmo mai partiti. Forse, il più grande scopo dei sogni è quello di avviare il movimento interiore ed il coraggio per realizzarli e non ciò che offriranno una volta realizzati.
Itaca è un porto sicuro, ma mai certo.
Ad Itaca si approda, ma da Itaca si riparte dopo breve tempo, dopo aver rimpiazzato le vele, rivisto la rotta, riparata la nave e rifocillato l’equipaggio. Da Itaca parte di nuovo il senso della nostra esistenza, la vela indomita che governa sapientemente la nave nel vento della vita e cambia rotta quando opportuno (e spesso necessario).
Itaca non ha bisogno del giudizio altrui, non si nutre di insano dubbio sulla capacità del proprio porto; Itaca dona il fascino di un viaggio sconosciuto e la meravigliosa incertezza che conduce all’amore per la vita e per le sue innumerevoli sfaccettature. I pericoli, i dubbi che spezzano il sogno, sono i Lestrigoni, i Ciclopi ed il feroce Poseidone che eviteremo solo “tenendo alto il pensiero e se un’emozione eletta tocca l’anima ed il corpo” e se non “li porteremo dentro in cuore, il cuore non li alzerà davanti”.






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