Quando si attua il blocco interiore, quando si impedisce una
propria “evoluzione”, spesso non lo si fa volontariamente, ma grazie ad una
paura (generatrice dell’inevitabile ansia) che spinge tutti noi verso la leva
di quel “freno a mano” del tutto personale che, contrariamente a quello dell’automobile,
ferma il cambiamento attraverso vari passaggi.
In genere, vi sono varie tappe che conducono all’arresto
suddetto e, per molti versi, sono simili in tutti noi:
1.
“Devo
cambiare, così non va più, ma devo gettar tutto alle ortiche ? Tutta la fatica
e gli ostacoli che ho superato e mi hanno condotto sin qui... ed ora ? Sarei un
fallito se cambio adesso che ho impiegato tempo ed energia per essere (o
fare) tutto questo…”
2.
“Chi mi
vede, chi mi conosce, poi, cosa direbbe ? Mi ha sempre visto in questo modo e
mi vede cambiare… cosa penserebbe ? Anche se non è più parte di me questa vita,
anche se ormai non mi “veste” più come dovrebbe, forse è davvero meglio che
continui così, altrimenti cosa penserebbero gli altri ?”
3.
“Ma poi, perché
lo farei ? E se fosse solo un’utopia ? Una bella illusione ? Se fosse un
banalissimo sfizio che domani non vale più ? Meglio lasciar perdere…”
4.
“Insomma, io
non mi trovo più in questa vita, non sono più quello che ero, sono in gabbia… ormai
non riesco a sfuggire a questo destino anche se fare le stesse cose è divenuto
pesante e banale, devo solo turarmi il naso…”
Questi passaggi riflettono una sequenza perversa che
inibisce qualsiasi inevitabile cambiamento che, invece, una mente sana ed
attiva può sperimentare per meglio indirizzare la propria esistenza verso
quella che noi chiamiamo “felicità”.
Anche se il grande Johann
Wolfgang Goethe amava dire che “felice colui che riconosce in tempo che i
suoi desideri non vanno d'accordo con le sue disponibilità”, ci
blocchiamo sulle nostre “risorse” ormai usurate, semplicemente perché le “certezze”
del passato ci hanno dato il presente e su quello ci adagiamo comodi, certi che
ogni nostra azione corrisponde ad una reazione ormai ben conosciuta.
È in questo modo che grandi
fotografi non riusciranno ad esprimer mai la propria arte o abili matematici
resteranno nell’ombra della cortina di nebbia data dalla paura di essere.
Così, la sequenza “necessità di
cambiare – giudizio degli altri – dubbio sulla propria capacità – blocco esistenziale”
si instaura come un circolo vizioso che dona instabilità ed infelicità: non
siamo bene più con nessuno e, peggio che mai, con noi stessi. Quello che pesa
nelle scelte da operare per attuare il cambiamento necessario alla nostra
anima, non è solo la zavorra dell’abitudine o della presunta certezza, ma il
valore che viene dato ad un “passato” che, pur non esistendo più, continua ad
incidere pesantemente come se il cambiamento di rotta rappresentasse una sorta
di tradimento nei confronti di quello che è stato scritto ma che oggi non
possiamo (nè vogliamo) più leggere.
Non desideriamo comprendere che “cambiare”
non significa “trascurare” e che archiviare un passato che non riflette più il
presente, non deve far sviluppare un accanimento che ci identifica totalmente
con un cinismo tale da “strappare” la tela che ci lega alla vita condotta sin
qui, ma anzi significa divenire sensibili all’insegnamento ottenuto dalle
esperienze condotte e sviluppare una visione di insieme molto più consapevole e
pacata.
Il pericolo è lo sviluppare una
totale avversione verso quello “che è stato” e fare altro semplicemente perché
opposto a “ciò che si era” e questa non è una libera scelta, ma una sorta di
pericolosa allergia che tende a farci ulteriormente perdere la via desiderata.
Le relazioni che contano, le
azioni che ci distinguono ed a cui sempre volgiamo il nostro sguardo interiore,
devono esser comunque curate ed anche se qualcuno si oppone al nostro cambiamento
(fatto inevitabile), la fermezza e la determinazione devono prendere il
sopravvento.
Costantino Kavafis, nella sua
bellissima poesia “Itaca”, scrive:
“Se
ti metti in viaggio per Itaca
augurati che sia lunga la via,
piena di conoscenze e d’avventure.
augurati che sia lunga la via,
piena di conoscenze e d’avventure.
Non temere Lestrigoni e Ciclopi
o Posidone incollerito:
nulla di questo troverai per via
se tieni alto il pensiero, se un’emozione
eletta ti tocca l’anima e il corpo.
Non incontrerai Lestrigoni e Ciclopi,
e neppure il feroce Posidone,
se non li porti dentro, in cuore,
se non è il cuore a alzarteli davanti.
Augurati
che sia lunga la via.
Che sian molte le mattine estive
in cui felice e con soddisfazione
entri in porti mai visti prima;
fa’ scalo negli empori dei Fenici
e acquista belle mercanzie,
coralli e madreperle, ebani e ambre,
e ogni sorta d’aromi voluttuosi,
quanti più aromi voluttuosi puoi;
e va’ in molte città d’Egitto,
a imparare, imparare dai sapienti.
Che sian molte le mattine estive
in cui felice e con soddisfazione
entri in porti mai visti prima;
fa’ scalo negli empori dei Fenici
e acquista belle mercanzie,
coralli e madreperle, ebani e ambre,
e ogni sorta d’aromi voluttuosi,
quanti più aromi voluttuosi puoi;
e va’ in molte città d’Egitto,
a imparare, imparare dai sapienti.
Tienila
sempre in mente, Itaca.
La tua meta è approdare là.
Ma non far fretta al tuo viaggio.
La tua meta è approdare là.
Ma non far fretta al tuo viaggio.
Meglio che duri molti anni;
e che ormai vecchio attracchi all’isola,
ricco di ciò che guadagnasti per la via,
senza aspettarti da Itaca ricchezze.
Itaca ti ha donato il bel viaggio.
Non saresti partito senza lei.
Nulla di più ha da darti.
Non saresti partito senza lei.
Nulla di più ha da darti.
E
se la trovi povera, Itaca non ti ha illuso.
Sei diventato così esperto e saggio,
e avrai capito che vuol dire Itaca.”
Sei diventato così esperto e saggio,
e avrai capito che vuol dire Itaca.”
Qui Kavafis, parafrasando il tema del viaggio di Ulisse
verso la sua Itaca, invita a non avere fretta di arrivare alla meta ed a far
durare il viaggio il più possibile, vivendo intensamente ogni esperienza che
questo può donare; dice anche quali sono queste esperienze: “le mattine estive / in cui in cui felice e
con soddisfazione / entri in porti mai visti prima”, cioè le nuove
avventure dell’esistenza, gli “aromi
voluttuosi”, i piaceri e la gioia di essere e di esistere, ma soprattutto “imparare dai sapienti”, ossia viaggiare
verso la Conoscenza, quella che identifica l’Uomo ed è priva di secondi fini.
Perché dovremmo orientare la nostra esistenza verso questo fine ? Semplicemente perché la
nostra vita è il viaggio per eccellenza e non l’approdo e tale viaggio,
che possiamo e dobbiamo compiere, ci condurrà, alla fine del medesimo, verso la “presenza
a noi stessi” (γνῶθι σεαυτόν: “gnōthi seautón”: conosci te stesso) e non realizzeremo
questo solo perché arrivati a destinazione: Itaca, tutto ciò, potrebbe non
offrircelo e se noi non cogliamo l’attimo giusto per operare il cambiamento
necessario, il momento debito (Kairos),
se non afferriamo l’occasione di arricchirci con le esperienze di adesso pur
conservando quelle del passato, rischiamo di non avere più la possibilità di
farlo.
Itaca, la nostra “meta”, potrebbe non avere “nulla di più da
darci”: la ricchezza che offre è il viaggio stesso, dal momento che senza di
lei non saremmo mai partiti. Forse, il più grande scopo dei sogni è quello di avviare
il movimento interiore ed il coraggio per realizzarli e non ciò che offriranno
una volta realizzati.
Itaca è un porto sicuro, ma mai certo.
Ad Itaca si approda, ma da Itaca si riparte dopo breve tempo,
dopo aver rimpiazzato le vele, rivisto la rotta, riparata la nave e rifocillato
l’equipaggio. Da Itaca parte di nuovo il senso della nostra esistenza, la vela
indomita che governa sapientemente la nave nel vento della vita e cambia rotta quando
opportuno (e spesso necessario).
Itaca non ha bisogno del giudizio altrui, non si nutre di
insano dubbio sulla capacità del proprio porto; Itaca dona il fascino di un viaggio
sconosciuto e la meravigliosa incertezza che conduce all’amore per la vita e
per le sue innumerevoli sfaccettature. I pericoli, i dubbi che spezzano il
sogno, sono i Lestrigoni, i Ciclopi ed il feroce Poseidone che eviteremo solo “tenendo alto il pensiero e se un’emozione
eletta tocca l’anima ed il corpo” e se non “li porteremo dentro in cuore, il cuore non li alzerà davanti”.

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