“Non dar mai oggetti taglienti ad un bambino,
così come non devi dar potere ad uomini da poco”
(antico proverbio
cinese)
Quando avevo l’età di circa 12 anni, fantasticavo sul
diventare un grande pilota dell’aviazione militare, poi a 16 anni iniziai a
pensare di poter cimentarmi nella pallacanestro ed essere ingaggiato in qualche
squadra del campionato americano NBA. A 19 anni, invece, sognavo un ambito
premio nella ricerca scientifica, magari in una disciplina come la matematica, la fisica od altro.
Purtroppo, l’aviazione militare non mi ha arruolato, il
campionato NBA americano era decisamente fuori dalla mia portata ed il Nobel
pure.
James Hillman, grande psicologo contemporaneo, usava dire
che “nasciamo con un carattere; ci viene
dato, è un dono dei guardiani della nostra nascita, come dicono le vecchie storie…
ognuno entra nel mondo con una vocazione” ed è una visione molto bella e,
per certi versi, realistica che implica la presenza di ciò che lo stesso
studioso chiama daìmon, ossia una realtà
psichica che è in intimo contatto con noi stessi e che: “svolge la sua funzione di ‘promemoria’ in molti modi. Ci motiva.
Ci protegge. Inventa e insiste con ostinata fedeltà. Si oppone alla
ragionevolezza facile, ai compromessi e spesso obbliga il suo padrone alla
devianza e alla bizzarria, specialmente quando si sente trascurato o
contrastato. Offre conforto e può attirarci nel suo guscio, ma non sopporta
l’innocenza. Può far ammalare il corpo. È incapace di adattarsi al tempo, nel
flusso della vita trova errori, salti e nodi – ed è lì che preferisce stare”
(tratto da J. Hillman, “Il codice dell’anima”).
Esiste quindi una via che ognuno di noi ha dentro, un sentiero
tutto nostro da percorrere per la realizzazione interiore, forse scopo ultimo
della nostra permanenza su questa terra.
È certo vero che non è questo “demone” a sceglierci perché,
come scrive Platone: “Non sarà un demone
a ricevervi in sorte, ma sarete voi a scegliervi il demone. Il primo che la
sorte designi scelga per primo la vita cui sarà irrevocabilmente legato. La
virtù non ha padrone; secondo che la onori o la spregi, ciascuno ne avrà più o
meno. La responsabilità è di chi sceglie, il dio non è responsabile” (tratto
da Platone, “La Repubblica”). La Virtù non ha padrone e la si può onorare o “spregiare”.
Implicito è il fatto che quel demone scelto richieda i nostri sforzi per
realizzare la vita a cui ci lega: la pigrizia non è ammessa (lo “spregio” della
Virtù). Inoltre, quel senso di appartenenza al percorso del nostro “daìmon” esige
una buona dose di consapevolezza dei propri mezzi, per cui non si deve né si
può scegliere una via “più alta” o “più bassa”, ma si deve percorre la strada
opportuna che rende meritevole la nostra esistenza. La responsabilità è nostra:
di chi liberamente sceglie.
Ecco il “merito” legato alla competenza e la Virtù come summa massima della verità esistenziale.
Certo, se è pur vero che questa realtà psichica che ci guida e sprona verso il
giusto destino è fuori dal tempo (ossia ve ne è slegato), è altrettanto
inevitabile che il percorso si svolga per prove ed errori e che, prima di
arrivare alla piena comprensione sul da farsi, vi sia una serie di nodi da
sciogliere e fatiche da compiere.
Vi sono vite che hanno richiesto molto impegno per esser
appieno realizzate e non c’è differenza alcuna nel valore delle competenze che
ci realizzano interiormente, per cui un fisico dovrà studiare molti anni di
università, seguire un percorso di dottorato di ricerca e poi continuare a
studiare tutta la vita perché ciò è quello che richiede la propria anima che
apporterà, successivamente, indubbi meriti. Così è per colui che vuol fare il
muratore: anni di apprendistato, impegno nel conoscere gli strumenti del
proprio lavoro ed ottima capacità intellettiva nel porre adattamenti e rimedi
alla propria opera, tanto che sarà in grado di correggere eventuali errori compiuti
da chi trascura il fondamentale lavoro manuale e pensa che la pratica sia di
secondo ordine rispetto ad un approccio solamente teorico.
Insomma, in entrambi i casi occorre impegno, volontà e studio che si realizza sia sui “libri
polverosi” (con buona pace di qualche politico deficiente) che nella pratica
manuale (anche un fisico deve esser capace di utilizzare strumenti di
laboratorio).
Certo le difficoltà si palesano quando il muratore vuole studiare
la radiazione di Hawking ed il fisico pretenda di tirar su un muro: in un’alta percentuale
di casi (ovviamente le eccezioni esistono anche qui, ma sono oggettivamente
molto rare) si avranno muri storti e processi di emissione della radiazione
sballati.
Uno dei problemi in alcuni settori della nostra grossolana società
deriva proprio da questa mancata realizzazione, ossia il mettere individui in
posti che non li competono (che riguardano compiti che non si riesce a
svolgere). La complicazione, almeno in molti casi, giunge dall’arrivismo e dall’ipocrisia
del singolo che lo conduce verso sfere che non gli appartengono e nelle quali
non riesce a muoversi poiché inabile a farlo. In tal caso egli stesso riduce il
proprio “daìmon” al silenzio e mercifica la propria realizzazione: poco importa
se i segnali che giungono riducono spaventosamente la qualità della propria
vita, conta solo il passo su di un falso gradino che appartiene ad una
gerarchia sociale altrettanto bugiarda. La “vocazione” di Hillman, in tal modo,
diventa storia banale che si racconta ai bambini, ossia il famoso “voler
diventare astronauta” del fanciullo alle scuole elementari e non ci si rende
conto di quanto ridicoli siamo nello svolgere, passivamente ed il modo del
tutto idiota, mansioni che non riusciamo a compiere perché incapaci. Se è pur
vero che la Virtù non ha padrone, allora è anche vero che per mantenere quella
Virtù, dopo averla conseguita, occorre impegno ed una coscienza che non accetta
compromessi.
Zygmunt Baumann, noto sociologo, narra di una società liquida, ossia il trasformarsi della comunità in “consumo” la cui
unità di misura è l’individualismo che vive di antagonismo e materialismo ed in
questa sorta di mare melmoso nuotiamo senza uno scopo comune. Così, quando l’antagonismo
si contrappone al sano agonismo, si premia non chi è più capace, ma chi è più
furbo ed abile nel trovare agganci e raccomandazioni, poco importa quali siano le
sue abilità. In tal modo vi è un ritardo spaventoso nella gratificazione lavorativa
(se mai avviene) a pro dei competenti ed una distruzione sistematica dell’etica
del lavoro che conduce ad una visione per cui il lavoro stesso, la sua
dimensione, è un immenso campo di possibilità, di intense sensazioni in cui si galleggia
a bocca aperta, irretiti dal primo venditore di turno.
È così che si hanno muri storti e processi di emissione
della radiazione sballati.


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