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venerdì 21 settembre 2018

Qualche "demone" di troppo


Non dar mai oggetti taglienti ad un bambino,
così come non devi dar potere ad uomini da poco
(antico proverbio cinese)


Quando avevo l’età di circa 12 anni, fantasticavo sul diventare un grande pilota dell’aviazione militare, poi a 16 anni iniziai a pensare di poter cimentarmi nella pallacanestro ed essere ingaggiato in qualche squadra del campionato americano NBA. A 19 anni, invece, sognavo un ambito premio nella ricerca scientifica, magari in una disciplina come la matematica, la fisica od altro.
Purtroppo, l’aviazione militare non mi ha arruolato, il campionato NBA americano era decisamente fuori dalla mia portata ed il Nobel pure.
James Hillman, grande psicologo contemporaneo, usava dire che “nasciamo con un carattere; ci viene dato, è un dono dei guardiani della nostra nascita, come dicono le vecchie storie… ognuno entra nel mondo con una vocazione” ed è una visione molto bella e, per certi versi, realistica che implica la presenza di ciò che lo stesso studioso chiama daìmon, ossia una realtà psichica che è in intimo contatto con noi stessi e che: “svolge la sua funzione di ‘promemoria’ in molti modi. Ci motiva. Ci protegge. Inventa e insiste con ostinata fedeltà. Si oppone alla ragionevolezza facile, ai compromessi e spesso obbliga il suo padrone alla devianza e alla bizzarria, specialmente quando si sente trascurato o contrastato. Offre conforto e può attirarci nel suo guscio, ma non sopporta l’innocenza. Può far ammalare il corpo. È incapace di adattarsi al tempo, nel flusso della vita trova errori, salti e nodi – ed è lì che preferisce stare” (tratto da J. Hillman, “Il codice dell’anima”).
Esiste quindi una via che ognuno di noi ha dentro, un sentiero tutto nostro da percorrere per la realizzazione interiore, forse scopo ultimo della nostra permanenza su questa terra.
È certo vero che non è questo “demone” a sceglierci perché, come scrive Platone: “Non sarà un demone a ricevervi in sorte, ma sarete voi a scegliervi il demone. Il primo che la sorte designi scelga per primo la vita cui sarà irrevocabilmente legato. La virtù non ha padrone; secondo che la onori o la spregi, ciascuno ne avrà più o meno. La responsabilità è di chi sceglie, il dio non è responsabile” (tratto da Platone, “La Repubblica”). La Virtù non ha padrone e la si può onorare o “spregiare”. Implicito è il fatto che quel demone scelto richieda i nostri sforzi per realizzare la vita a cui ci lega: la pigrizia non è ammessa (lo “spregio” della Virtù). Inoltre, quel senso di appartenenza al percorso del nostro “daìmon” esige una buona dose di consapevolezza dei propri mezzi, per cui non si deve né si può scegliere una via “più alta” o “più bassa”, ma si deve percorre la strada opportuna che rende meritevole la nostra esistenza. La responsabilità è nostra: di chi liberamente sceglie.
Ecco il “merito” legato alla competenza e la Virtù come summa massima della verità esistenziale. Certo, se è pur vero che questa realtà psichica che ci guida e sprona verso il giusto destino è fuori dal tempo (ossia ve ne è slegato), è altrettanto inevitabile che il percorso si svolga per prove ed errori e che, prima di arrivare alla piena comprensione sul da farsi, vi sia una serie di nodi da sciogliere e fatiche da compiere.
Vi sono vite che hanno richiesto molto impegno per esser appieno realizzate e non c’è differenza alcuna nel valore delle competenze che ci realizzano interiormente, per cui un fisico dovrà studiare molti anni di università, seguire un percorso di dottorato di ricerca e poi continuare a studiare tutta la vita perché ciò è quello che richiede la propria anima che apporterà, successivamente, indubbi meriti. Così è per colui che vuol fare il muratore: anni di apprendistato, impegno nel conoscere gli strumenti del proprio lavoro ed ottima capacità intellettiva nel porre adattamenti e rimedi alla propria opera, tanto che sarà in grado di correggere eventuali errori compiuti da chi trascura il fondamentale lavoro manuale e pensa che la pratica sia di secondo ordine rispetto ad un approccio solamente teorico.
Insomma, in entrambi i casi occorre impegno, volontà e studio che si realizza sia sui “libri polverosi” (con buona pace di qualche politico deficiente) che nella pratica manuale (anche un fisico deve esser capace di utilizzare strumenti di laboratorio).
Certo le difficoltà si palesano quando il muratore vuole studiare la radiazione di Hawking ed il fisico pretenda di tirar su un muro: in un’alta percentuale di casi (ovviamente le eccezioni esistono anche qui, ma sono oggettivamente molto rare) si avranno muri storti e processi di emissione della radiazione sballati.
Uno dei problemi in alcuni settori della nostra grossolana società deriva proprio da questa mancata realizzazione, ossia il mettere individui in posti che non li competono (che riguardano compiti che non si riesce a svolgere). La complicazione, almeno in molti casi, giunge dall’arrivismo e dall’ipocrisia del singolo che lo conduce verso sfere che non gli appartengono e nelle quali non riesce a muoversi poiché inabile a farlo. In tal caso egli stesso riduce il proprio “daìmon” al silenzio e mercifica la propria realizzazione: poco importa se i segnali che giungono riducono spaventosamente la qualità della propria vita, conta solo il passo su di un falso gradino che appartiene ad una gerarchia sociale altrettanto bugiarda. La “vocazione” di Hillman, in tal modo, diventa storia banale che si racconta ai bambini, ossia il famoso “voler diventare astronauta” del fanciullo alle scuole elementari e non ci si rende conto di quanto ridicoli siamo nello svolgere, passivamente ed il modo del tutto idiota, mansioni che non riusciamo a compiere perché incapaci. Se è pur vero che la Virtù non ha padrone, allora è anche vero che per mantenere quella Virtù, dopo averla conseguita, occorre impegno ed una coscienza che non accetta compromessi.
Zygmunt Baumann, noto sociologo, narra di una società liquida, ossia il trasformarsi della comunità in “consumo” la cui unità di misura è l’individualismo che vive di antagonismo e materialismo ed in questa sorta di mare melmoso nuotiamo senza uno scopo comune. Così, quando l’antagonismo si contrappone al sano agonismo, si premia non chi è più capace, ma chi è più furbo ed abile nel trovare agganci e raccomandazioni, poco importa quali siano le sue abilità. In tal modo vi è un ritardo spaventoso nella gratificazione lavorativa (se mai avviene) a pro dei competenti ed una distruzione sistematica dell’etica del lavoro che conduce ad una visione per cui il lavoro stesso, la sua dimensione, è un immenso campo di possibilità, di intense sensazioni in cui si galleggia a bocca aperta, irretiti dal primo venditore di turno.
È così che si hanno muri storti e processi di emissione della radiazione sballati.




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