"La
violenza non è forza, ma debolezza,
né mai può essere
creatrice di cosa alcuna ma soltanto distruggitrice."
(Benedetto Croce)
(Benedetto Croce)
Desidero
iniziare questo breve articolo con quanto Vittorino Andreoli scrive nella prefazione del suo
libro “La violenza”, ossia:
“Sono passati dieci anni
dalla pubblicazione de La violenza. Dieci anni in cui la cronaca della violenza
ha tenuto le prime pagine dei quotidiani e si è arricchita di episodi che
sembravano sempre esprimere un limite non superabile nell'efferatezza e
nell'orrore, ma che invece erano costantemente battuti dalla cronaca
successiva. Se allora, nel 1993, parlare di violenza sembrava voler
sottolineare un aspetto della società col gusto del negativo, ora parlarne fa
parte della strategia per sopravvivere e vincere la paura di essere vittima.
L'ammazzare è diventata una modalità per fare qualche cosa di significativo,
per sfuggire alla banalità, alla monotonia del quotidiano.
Spaccare un
corpo per gioco, per un nulla, senza accorgersi della gravità di quell'agire,
magari dimenticato dopo qualche minuto. Si può ammazzare e poi preoccuparsi di
andare a letto in tempo per essere freschi per gli impegni del domani. Mi ha
colpito la banalità del male".
Perché
riportare questo breve paragrafo tratto dalla prefazione del libro del noto
psichiatra ? In verità queste poche parole centrano in pieno alcuni punti
fondamentali, tra cui la banalità del
male.
In
una società dove al posto del “merito” si impone la “raccomandazione”, dove l’atto
feroce ed intimidatorio diviene valore assoluto per suscitare rispetto ed ove la
preoccupazione principale non è più quella di “allenare” i propri neuroni, ma
pigramente bere qualsiasi concetto (per lo più falso o maldestro) senza tener
conto dei risvolti che esso suscita nel comportamento di ognuno di noi, è
logico che la mediocrità diviene eccellenza ed una sorta di “materialismo
comportamentale” si impone come una nuova norma collettiva.
Subendo
questo “livellamento” verso il basso, il gesto feroce ed aggressivo (o l’atteggiamento
psicologico violento) diventa “banale”, ossia piuttosto “comune” e scontato.
Poiché
la carenza educativa si manifesta laddove tale fenomeno diventa quotidianità
(in un circuito vizioso, poiché tale carenza è al medesimo tempo la sorgente
zampillante del fenomeno stesso), l’ignoranza predomina l’agire sociale e, come
tanti decerebrati, gli individui che vi aderiscono si beano dell’agire
violento.
Quando
tale idiozia invade il comportamento sociale, subentrano i fazionismi e le stupide
giustificazioni che sono patrimonio di chi non ha merito alcuno o di chi
nemmeno sa di cosa parla. È in tal modo che si è razzisti senza sapere che il
termine “razza” nemmeno è valido geneticamente e che si usa il termine “negro”
in senso un po’ dispregiativo tanto per esaltare la propria appartenenza ad
una categoria di cretini. Senza contare che, a giustificazione delle proprie
idee malsane, si portano esempi altrettanto insalubri pretendendo che chi
ascolta possa esser d’accordo con tali intelletti deboli.
Il
limite apparentemente insuperabile che Andreoli cita nella sua prefazione, è
invece spesso superato da orrendi fatti successivi e, invece di mettere in guardia sia il
cittadino comune che chi lo rappresenta, si avvera una sorta di rassegnazione
alla discesa verso gli inferi che non ha uguali. È pertanto molto probabile che
sia il cittadino comune che il suo rappresentante siano colpevolmente imbecilli
tanto da approvare, con il loro silenzio ed il loro scarso operare, il gesto
efferato.
Quando
si ricorre alla violenza, significa che la nostra mente è incapace di compiere
un ragionamento costruttivo e, in tal modo, palesa i suoi limiti (spesso notevoli),
creando una sorta di autogratificazione nell’oppressione (fisica o psicologica)
del prossimo. Non si comprende, quindi, che pur essendo capaci di “schiacciare”
un’altra persona, si diventa comunque idioti ed è questa una qualità che, ahimè,
rimarrà per lungo tempo (spesso per tutta la vita). Nella violenza, pertanto,
si esalta l’imbecille ed in una società del genere si avrà sempre la “prevalenza
del cretino” (parafrasando un libro di Fruttero e Lucentini).
Il
saggio cinese Lao-tzu ebbe a dire che “in natura come nel mondo umano, il
male si ritorce sempre sulla fonte che lo ha commesso” e questa semplice frase ha un valore assoluto, ma il
paradosso attuale è che tale ritorsione nemmeno viene considerata e si è troppo
stupidi per valutarne l’effetto: in un mondo grossolano e maleducato, l’esser
gretti e ottusi d’intelletto è un pregio.
Grazie ai social media, poi, il fenomeno violento ha raggiunto l’apice perché
lo schermo fa da paravento dietro cui nascondersi e mentre nei rapporti sociali
diretti il cretino si autolimitava e la stupidaggine non sfruttava quasi mai
una comunicazione amplificata (se non grazie ad altri cretini che venivano
comunque isolati), adesso vi è addirittura la coalizione in gruppi di imbecilli
che promuovono la stupidità sociale, trovando la realizzazione della loro
ideologia (“buccia” marcia dell’idea) nel mondo virtuale.
Inoltre, dato che il comportamento violento fa presa su coloro che non riescono ad
autogestirsi (spesso con problematiche psicologiche di vario grado), ma che necessitano di una guida forte che imponga loro un modulo
di azione (giusto o sbagliato che sia), si comprende bene come lo stesso sopravviva
e cresca negli ambienti dove vi è la tendenza al “regime”, ossia alla cieca
adesione ad una linea di condotta imposta da un leader assoluto che non si può
mai mettere in discussione.
È
in tal modo che la violenza imbruttisce l’anima frenando la mente, che
impedisce la civiltà di un popolo e che, nella sua esaltazione, irretisce l’intelletto
dei deboli rendendoli ancora più stupidi.
Concludo
questo scritto riportando un estratto, sempre di Andreoli, tratto da un blog (https://digilander.libero.it/tempo_perso_2/idee_format_violenza.htm)
e che sembra riassumere con lucidità la superficialità in cui ci troviamo e di
quanto la “furbizia”, ossia “l'abilità a ottenere quello che serve in
quell'attimo senza pensare al dopo”, legata a “doppia mandata” con la
stupidità, influisca negativamente sulla condizione della nostra società e sia
essa stessa supporto per il violento.
“Le mille tecniche della menzogna e della
mezza verità: il non dire, il dire in un certo modo, l'alludere, l'interpretare
a senso unico. Vengono in mente le notizie di carattere politico e le versioni
date dalla maggioranza e dalla opposizione, sempre all'antitesi.
Il pluralismo dei media è
considerato la migliore garanzia contro la menzogna: peccato che i
telegiornali oggi sembrino d'accordo sul peso da dare alle notizie, seguendo lo
stesso ordine di presentazione, un'identica titolazione. Se tutti raccontano
una stessa menzogna, ecco definita in maniera precisa la verità e soprattutto
eliminata la possibilità di dubitare che sia quella presentata.
Questo esito apparentemente paradossale è dovuto al fatto che giornali e notiziari televisivi selezionano le notizie secondo gli stessi criteri di rilevanza; si osservano reciprocamente per evitare di trovarsi "scoperti" su fatti o situazioni che gli altri invece trattano; costituiscono un sistema gerarchico nel quale alcuni di essi, per maggior potere e prestigio, diventano dei leader d'opinione per tutti gli altri strumenti, stabilendo così una gerarchia di temi e modalità di trattazione che tutti poi assumeranno.
Questo esito apparentemente paradossale è dovuto al fatto che giornali e notiziari televisivi selezionano le notizie secondo gli stessi criteri di rilevanza; si osservano reciprocamente per evitare di trovarsi "scoperti" su fatti o situazioni che gli altri invece trattano; costituiscono un sistema gerarchico nel quale alcuni di essi, per maggior potere e prestigio, diventano dei leader d'opinione per tutti gli altri strumenti, stabilendo così una gerarchia di temi e modalità di trattazione che tutti poi assumeranno.
In questo modo diventa
molto più difficile individuare la menzogna e correggerla. Insomma, la menzogna
come segno di professionalità scaduta.
La stupidità come
violenza è sorella della menzogna e forse una delle sue forme più pericolose
perché non è episodica, ma può diventare uno stile di vita, un costume in cui
si gestiscono le relazioni umane e si perpetuano soprusi.
È certo la stupidità a
discriminare l'uomo a seconda degli oggetti posseduti e mostrati. È stupidità
il considerare il colore della pelle una distinzione di natura e di umanità. È
stupidità reggere una società sulla cultura del nemico, che significa
combattersi in una lotta per primeggiare, facendo dominare l'odio più o meno
mascherato e non la bellezza della coesione e delle sue forme
"minori" di legame sociale. È stupidità promuovere uno sport che si
fa violenza da stadio. È stupidità gestire locali eleganti in cui si produce
musica e che in realtà sono supermercati della droga. Si guadagna sul biglietto
di ingresso e sulla droga smerciata.
È stupidità non mettere i
giovani in condizione di avere una preparazione dello stesso livello dei coetanei
europei.
La stupidità, in altri
termini, è l'atteggiamento che porta a dare soluzione ai problemi guardando
agli effetti immediati e non alle conseguenze più vaste e profonde. Alla
stupidità appartiene la furbizia, l'abilità a ottenere quello che serve in
quell'attimo senza pensare al dopo. Stupidità è la mancanza di programmazione.
Stupidità è l'incoerenza e la mancanza di prospettive, del senso della storia,
della costruzione, senza la quale non si dà progetto educativo. Stupidità è
l'improvvisazione, come forma di menzogna sistematica. Approvare l'inganno e
premiarlo più dell'impegno.
Una società stupida è
anche violenta e avrà necessariamente un sistema di comunicazione superficiale.
C'è bisogno di riportare
nel mondo la filosofia, la teologia, la meditazione e il silenzio, oltre
all'economia. Oltre alle riunioni imperative di lavoro e di produzione per il
consumo. Ridotto alla sola dimensione dell'economia, l'uomo è colui che
consuma, e non colui che è dentro il mondo in una esperienza in parte
ineffabile e indicibile: dentro il mistero che non si riduce alle leggi del
mercato e della finanza.”


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