“In una società fatta di pezzi di merda, solo
quello più merda va avanti”
“L’unico ricco buono è quello steso con le
mani incrociate sul petto”
“Ma cosa ci volete fare ? C’è povertà adesso
e non c’è lavoro... cazzo !”
Queste tre brevi frasi,
ascoltate al bar (luogo idoneo per il loro esprimersi), danno un’idea ben
precisa del caos che investe la situazione sociale attuale.
Quando nel lontano 2008
vissi nel Wudang (nello Hubei, regione della Cina centrale) per circa un mese e
poco più, mi ritrovai in un paese poverissimo che, sebbene patrimonio UNESCO, era stato
abbandonato dalla spinta economica continentale dove, conseguentemente, il
tempo sembrava essersi fermato. Ricordo,
alle cinque del mattino, gruppi di una decina di persone circa che aspettavano la
corriera per andare a prestare opera come muratore o imbianchino in qualche
catapecchia poco lontana da lì per pochi Yuan al mese (spesso saltuariamente pagati).
Ricordo le gavette con cui facevano colazione sul marciapiede o si lavavano i
denti, sputando l’acqua ed il dentifricio nello scolo ai lati della strada. All’entrata
del paese vi era una sorta di palazzo enorme, completamente diroccato, forse
residuo della Cina post-rivoluzione mirabilmente descritta da Terzani nel suo
libro “La porta proibita”, che figurava come un vero e proprio obbrobrio edile
all’ingresso del paese. Non esisteva l’acqua calda. Sì, ricordo che se volevo
fare una doccia calda, potevo realizzare il sogno solo in un certo orario
perché dopo era praticamente impossibile. Gli appartamenti (usando un
eufemismo) erano davvero osceni, spesso con una “salutare” muffa che accoglieva
il malcapitato. In tutto il paese, poi, vi erano un paio di postazioni internet
con due computer che, in Italia, erano superati anche per le ASL (ed è tutto
dire…) e per inviare un’email o leggere la propria posta elettronica, si doveva
fare la fila alle sette la mattina, perché poteva accadere che qualche
ragazzino si piantasse in quella postazione per fare almeno due o tre schemi di
un gioco sparatutto online. Non so dove fosse collocata la scuola (o se vi
fosse addirittura), ma sicuramente non era in quel paese. Ricordo pure pranzi e
cene a base di verdure e poca carne (spesso inesistente) e rammento pure quel
disgraziato che portava le derrate alimentari tramite un bel palo caricato
sulle spalle e gli scatoloni legati alle estremità e ricordo la sua sudata prestazione fisica salendo gradini
interminabili per arrivare a destinazione.
Quello che non ricordo,
però, è l’assenza di civiltà. Nella povertà ricordo la dignità e la comunione
di intenti, ricordo la forza collettiva dell’aiutarsi vicendevolmente ed il
sorriso. Certo, le stranezze e le difficoltà erano presenti, ma non erano certo
superiori a quelle che investono il nostro vivere quotidiano nella “civile”
Italia. Indubbiamente era un fortunato caso e sicuramente sarà stato un periodo
felice della mia esistenza, ma il fatto induce ad una buona riflessione su
quanto il valore dell’Etica sia stato smarrito a pro di un consumismo spietato
che rende tutti merce ed al medesimo tempo venditori.
Non che la Cina sia un
esempio da seguire: inutile scriva del caos delle grandi città come X’ian o Beijing
e di come il cinese medio abbia conosciuto la possibilità di avere la BMW o la
Mercedes sotto le gialle terga, ma quella condizione un po’ particolare
indicava l’entità di quanto abbiamo perduto.
Che la società abbia un
alto contenuto di “pezzi di merda”, come l’arrabbiato avventore del bar urlava,
è evidente a tutti e, per lo più, tali scorie sono costituite da pezzenti, da
uomini privi di valore che, per vie traverse, si sono arricchiti a spese
altrui, che hanno pensato al lucro prima che alla responsabilità civile, che
hanno furbescamente aggirato ogni vincolo sociale costituito dalle sue norme e
dalla coscienza collettiva di un popolo che, sempre più stordito, beve ogni
stupidaggine perché detta da un individuo “di successo”. Guardiamoli questi
obesi signori, guardiamoli sorridere mentre noi non arriviamo a fine mese
perché le bollette o la spesa hanno un prezzo talmente alto che occorrerebbero
tre stipendi per viver dignitosamente, vediamoli mentre fanno le loro
festicciole a bordo piscina con tanto di baldracche siliconate (perché di tali
signore si parla) mentre il paese cade a pezzi. Guardiamo i tanti “infilati”
nei posti di lavoro, con titoli di studio che fanno ridere i polli, rivestire
mansioni che non gli spettano a pro di guadagni stellari, solo perché un
conoscente è un politico od un assessore oppure un “factotum” di varia
categoria. Guardiamo gli italiani del “volemose
bene” gestire le nostre esistenze.
In un articolo del quotidiano
La Stampa, datato 22 gennaio 2018, si riporta che, secondo un’indagine
statistica OXFAM, in Italia il 5% delle persone possiede il 40% (!!!) della
ricchezza totale. Quattordici, ripeto: quattordici, italiani hanno un
patrimonio che assommato vale 107 miliardi di euro (fonte: http://www.lastampa.it/2018/01/22/economia/in-italia-il-dei-paperoni-possiede-il-della-ricchezza-qrCBs2eEXlDvt6G8BHlk0L/premium.html).
Sempre secondo la medesima fonte, un italiano su quattro è a rischio povertà od
esclusione sociale e non si tratta, ovviamente, di chi possiede sei ville sul
mare (fonte: http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/oxfam-poverta-un-italiano-su-4-a-rischio-9fc11dc2-a453-45b9-ac8d-82229e66f051.html),
ma il fatto più impressionante è la totale apatia del cittadino medio, la
completa tolleranza alla diseguaglianza sociale, nascosta da false emergenze
che hanno del ridicolo. Dopo la distruzione sistematica del mercato del lavoro,
poi, si è assistito ad un degenerarsi dell’educazione e della civiltà, con
ondate di violenza che vengono quasi giustificate grazie a fazionismi idioti e con
timori che portano l’individuo ad accettare qualsiasi forma di schiavismo. Se vogliamo innescare una sorta di retromarcia
e fermare questo macello, forse è il caso di partire da qui.
Infine,
in un articolo uscito su L’Espresso del 21 marzo 2017 si riporta l’Italia come
uno dei paesi con il più alto tasso di analfabetismo
funzionale, ossia:
“Non si parla in questo caso di persone
incapaci di leggere o fare di conto, piuttosto di persone prive
«delle competenze richieste in varie situazioni della vita quotidiana», sia
essa «lavorativa, relativa al tempo libero»”[...]
“Balsamo contro la perdita
delle nostre capacità può essere tornare tra i banchi di scuola da
adulti o partecipare attivamente al mondo del lavoro. Eppure, non ogni
occupazione può “salvarci” dall'essere potenziali analfabeti funzionali visto
che solo alcune attività garantiscono il mantenimento se non addirittura lo
sviluppo di capacità e conoscenze. «Sono le skilled occupations,
ovvero professioni intellettuali, scientifiche e tecniche»“
(fonte:
http://espresso.repubblica.it/inchieste/2017/03/07/news/analfabeti-funzionali-il-dramma-italiano-chi-sono-e-perche-il-nostro-paese-e-tra-i-peggiori-1.296854)
Ancora una volta si indica il dissesto culturale come fonte primaria della
situazione disastrosa in cui versiamo e buona base di appoggio per i soliti
furbi che continuano a lucrare sulle nostre vite.

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