Un giorno una procace ragazza iniziò la sua avventura alimentare, tesa
al dimagrimento, arricchendo la sua giornata con tisane a base di
ortica. Di fatto, questa pianticella un po’ carogna (la sua capacità
urente tutti la conosciamo), risulta un buon alleato per ottenere un
effetto “drenante” e per contrastare i processi infiammatori (l’acido
fenolico contenuto nella pianta inibisce la lipossigenasi ed i
flavonoidi come la rutina, il kampferolo e la quercitina, diminuiscono
la funzione della ciclossigenasi: si ottiene cioè una riduzione delle
prostaglandine e dei leucotrieni pro-infiammatori; sembra anche che sia
l'interleuchina-6 che la proteina C-Reattiva siano ridotti dall'ortica).
La ragazza era molto contenta della scoperta e ne fece abitudine
quotidiana, ringraziando internet per le preziose informazioni e per
quella sorta di supporto morale che si cerca quando si decide di
intraprendere una dieta. La tipa in questione era anche contenta perché
si era risparmiata la consulenza nutrizionistica e le tante “noiose ed
incomprensibili indicazioni” che un esperto del settore poteva darle:
d’altronde oggi tutto viaggia in rete e basta cercare. Il “fai da te”
può sostituire tranquillamente qualsiasi consulenza e i tantissimi
(forse troppi) blog “bio” o “erboristici” abbondano di utili
indicazioni.
Un bel giorno, però, la ragazza iniziò ad avere svenimenti con tanto di tremore alle gambe ed inappetenza seguita da un misterioso blocco del dimagrimento tanto ricercato. Dopo l’ennesima “impasse” in un centro commerciale, si fece coraggio e contattò (finalmente) un odiato medico che, con il di lei sommo stupore, constatò quanto il regime alimentare fosse errato e le consigliò di interrompere immediatamente l’assunzione delle tisane fatte con la pianticella dei miracoli. La ragazza era ipotesa, una bassa pressione sanguigna che, proprio grazie alla nostra ortica, si abbassava ulteriormente… Lei continuava a dire all’odiato camice bianco che non era possibile, che su internet aveva letto solo di proprietà miracolose, ma il professionista la bloccò consigliandole il consulto di un biologo nutrizionista. Non so come sia finita la storia perché l’ultima volta che sentii notizie da quella persona erano relative alle meraviglie dei semi di sesamo e di alcune radici che, a dir suo, potevano sostituire la necessità proteica individuale. Sbagliare è umano, ma perseverare…
Questa breve storiella implica diverse sfaccettature.
Si dice spesso che la Scienza non è “democratica” ed onestamente non la penso in tal modo. Non credo che debba esistere una sorta di “aristocrazia scientifica” che, in lucide torri d’avorio, rilascia il suo sapere, ma che, al contrario, vi debba essere un’opera di utile e precisa divulgazione che consenta un panorama molto più ampio ed una visione che, come la ricerca scientifica, si modella a seconda delle scoperte sempre più profonde e rivoluzionarie.
Detto questo, però, è anche da ribadire che per parlare di una questione scientifica (che vada dalla dieta della procace ragazza, al funzionamento del sistema nervoso o del sistema immunitario) occorre essere in possesso, a seconda del livello della discussione, di conoscenze molto approfondite per non incorrere in errori banali che potenzialmente possono esser dannosi. Il livello di una discussione, perché sia utile a tutti, deve esser rapportato al tema ed alla profondità dell’argomento stesso: se mi trovo a parlare con un ingegnere delle energie di “soluzioni alternative”, riesco a supportare la mia opinione sull’utilità di un pannello solare, ma quando l’esperto mi spiega come funziona il pannello in questione e mi illustra il rendimento energetico (fattori che non conosco se non per “sentito dire”), ascolto ed apprendo l’argomento (nei limiti delle mie misere capacità) da chi ne sa più di me e, molto spesso, ha dedicato anni di studio e sforzo intellettivo nel comprendere la materia. Se qualcosa, poi, non combacia con la mia visione (non supportata evidentemente da studi o da dati in proposito), pongo il doveroso dubbio su quanto credevo e, magari, opero correzioni.
Vi sono molte persone che, essendosi operate per una protesi al ginocchio, si credono immediatamente fisioterapisti perché hanno seguito un programma di riabilitazione e letto su internet decine di siti che parlano di tale riabilitazione e poco importa se nella vita sono dirigenti di banca o pizzaioli. La “stupida meraviglia” della questione è che, tali signori, addirittura danno consigli terapeutici ad altri sfortunati e, molto spesso, trovano pure i babbei che li seguono. Quando la protesi poi non viene rieducata a dovere con i relativi problemi funzionali, allora (e solo allora) ci si rivolge al professionista che si trova l’incauto individuo in condizioni precarie e, talvolta, difficili (spesso l’arroganza dell’individuo continua anche nella richiesta di aiuto, tentando di insegnare al professionista il da farsi…).
Il problema del livello di conoscenza è una questione operativa che influisce sul benessere delle persone e sulla qualità della vita, tanto da creare distorsioni assurde. Qui arriva il pericolo dell’informazione parziale, veloce ed inefficiente (tipica della rete internet) perché non supportata da un bagaglio culturale che riesca a far discernere tra l’imbecillità di una dichiarazione altisonante (il bicarbonato cura il cancro, per esempio) e la realtà.
Intendiamoci, non sto scrivendo che il web ed i suoi derivati (social network) siano inutili e dannosi, tutt’altro ! Sono un ottimo apparato di informazione che, però, risulta estremamente fragile nella sua funzione. Umberto Eco, in una sua dichiarazione piuttosto cruda, scrisse: “i social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli” (http://www.lastampa.it/…/eco-con-i-parola-a-leg…/pagina.html) ed anche se ritengo la sua posizione molto estrema (troppo per i miei gusti), ha purtroppo un fondo di verità. La fragilità del sistema danneggia la collettività ed il suo uso distorto contribuisce ad accentuare l’ignoranza e la conseguente arroganza ed in una società costituita da “leoni da tastiera” e da gruppi di complottisti accaniti, il problema si sparge a macchia d’olio.
Nel 2013 uscì un libro che consiglio vivamente dal titolo “Demenza digitale”, scritto da Manfred Spitzer, neuropsichiatra tedesco che dirige il “Centro per le Neuroscienze e l'Apprendimento” dell'Università di Ulm. Nel testo ci si riferisce (demenza digitale) all’espressione della sindrome individuata nel 2008 da alcuni specialisti in Corea del Sud, dove un’alta diffusione di tecnologia informatica coinvolgeva i giovani all’uso dei media digitali per molte ore al giorno, mostrando i segni di un appiattimento emotivo, di una difficoltà di attenzione e di memoria ed un generale declino delle capacità di apprendimento. L’allarme della situazione implicò uno studio approfondito che mostrò come l’effetto patologico sia determinato da una riduzione del tempo di elaborazione degli stimoli necessario perché si verifichi un buon apprendimento (attraverso il fermarsi attivamente con l’attenzione su uno stesso stimolo) e dalla simultanea distrazione (alquanto facile) con cui l'individuo è indotto dall'interferenza continua di molteplici elementi presenti su uno schermo (induzione del “multitasking psicologico”, ossia al saltare dell'attenzione rapidamente da uno stimolo all'altro); si tratta di condizioni che, al loro perdurare, modificano il funzionamento dei processi di attenzione e di autocontrollo cognitivo e l'attività cerebrale connessa. Il concetto basilare è semplice e si basa sulla “profondità di codifica” (psicologia dell'apprendimento), cioè la complessità dell'elaborazione cognitiva cui sottoponiamo uno stimolo, influenza i nostri apprendimenti (ossia quanto saranno “solidi”), nel senso che più ci soffermiamo e riflettiamo attivamente su un elemento da apprendere, maggiore sarà la probabilità di ricordarlo a lungo termine. Questo processo ha dei comprovati correlati biologici dati dal numero di collegamenti dendritici tra i gruppi di neuroni coinvolti nell'elaborazione e nella memorizzazione di uno stimolo. Il libro è ben argomentato e ricco di dati e materiale di riflessione ed identifica il problema molto chiaramente e cosa spinge a quella sorta di “pigrizia mentale” tipica di chi si nutre solo ed esclusivamente di web.
Vi sono anche altri due fattori molto importanti: la "personalizzazione della discussione" e la "generalizzazione del meccanismo". In una dichiarazione, sia essa scientifica o meno, scritta in un articolo, si tende a personalizzare quanto scritto giustificando o negando: “non è vero ciò che è scritto perché io non mi comporto così” oppure “non è vero perché un mio amico… un mio conoscente… mia ha detto che…” cercando di inficiare un dato oggettivo con l’opinione personale o con un atteggiamento che, sebbene magari costruttivo, non rappresenta una media ponderata. Infine vi è la capacità di generalizzare un meccanismo che funziona su di sé, per cui se ad una persona ha fatto bene bere urina e zucchero, significa che per tutti va bene la cura, dimenticando che i fattori soggettivi, dettati da elementi altamente specifici, sono in numero enorme e l’urina e zucchero potrebbero esser buoni per sé stessi, ma dannosi per altri.
Resta il problema del discernere la baggianata dalla realtà.
Un bel giorno, però, la ragazza iniziò ad avere svenimenti con tanto di tremore alle gambe ed inappetenza seguita da un misterioso blocco del dimagrimento tanto ricercato. Dopo l’ennesima “impasse” in un centro commerciale, si fece coraggio e contattò (finalmente) un odiato medico che, con il di lei sommo stupore, constatò quanto il regime alimentare fosse errato e le consigliò di interrompere immediatamente l’assunzione delle tisane fatte con la pianticella dei miracoli. La ragazza era ipotesa, una bassa pressione sanguigna che, proprio grazie alla nostra ortica, si abbassava ulteriormente… Lei continuava a dire all’odiato camice bianco che non era possibile, che su internet aveva letto solo di proprietà miracolose, ma il professionista la bloccò consigliandole il consulto di un biologo nutrizionista. Non so come sia finita la storia perché l’ultima volta che sentii notizie da quella persona erano relative alle meraviglie dei semi di sesamo e di alcune radici che, a dir suo, potevano sostituire la necessità proteica individuale. Sbagliare è umano, ma perseverare…
Questa breve storiella implica diverse sfaccettature.
Si dice spesso che la Scienza non è “democratica” ed onestamente non la penso in tal modo. Non credo che debba esistere una sorta di “aristocrazia scientifica” che, in lucide torri d’avorio, rilascia il suo sapere, ma che, al contrario, vi debba essere un’opera di utile e precisa divulgazione che consenta un panorama molto più ampio ed una visione che, come la ricerca scientifica, si modella a seconda delle scoperte sempre più profonde e rivoluzionarie.
Detto questo, però, è anche da ribadire che per parlare di una questione scientifica (che vada dalla dieta della procace ragazza, al funzionamento del sistema nervoso o del sistema immunitario) occorre essere in possesso, a seconda del livello della discussione, di conoscenze molto approfondite per non incorrere in errori banali che potenzialmente possono esser dannosi. Il livello di una discussione, perché sia utile a tutti, deve esser rapportato al tema ed alla profondità dell’argomento stesso: se mi trovo a parlare con un ingegnere delle energie di “soluzioni alternative”, riesco a supportare la mia opinione sull’utilità di un pannello solare, ma quando l’esperto mi spiega come funziona il pannello in questione e mi illustra il rendimento energetico (fattori che non conosco se non per “sentito dire”), ascolto ed apprendo l’argomento (nei limiti delle mie misere capacità) da chi ne sa più di me e, molto spesso, ha dedicato anni di studio e sforzo intellettivo nel comprendere la materia. Se qualcosa, poi, non combacia con la mia visione (non supportata evidentemente da studi o da dati in proposito), pongo il doveroso dubbio su quanto credevo e, magari, opero correzioni.
Vi sono molte persone che, essendosi operate per una protesi al ginocchio, si credono immediatamente fisioterapisti perché hanno seguito un programma di riabilitazione e letto su internet decine di siti che parlano di tale riabilitazione e poco importa se nella vita sono dirigenti di banca o pizzaioli. La “stupida meraviglia” della questione è che, tali signori, addirittura danno consigli terapeutici ad altri sfortunati e, molto spesso, trovano pure i babbei che li seguono. Quando la protesi poi non viene rieducata a dovere con i relativi problemi funzionali, allora (e solo allora) ci si rivolge al professionista che si trova l’incauto individuo in condizioni precarie e, talvolta, difficili (spesso l’arroganza dell’individuo continua anche nella richiesta di aiuto, tentando di insegnare al professionista il da farsi…).
Il problema del livello di conoscenza è una questione operativa che influisce sul benessere delle persone e sulla qualità della vita, tanto da creare distorsioni assurde. Qui arriva il pericolo dell’informazione parziale, veloce ed inefficiente (tipica della rete internet) perché non supportata da un bagaglio culturale che riesca a far discernere tra l’imbecillità di una dichiarazione altisonante (il bicarbonato cura il cancro, per esempio) e la realtà.
Intendiamoci, non sto scrivendo che il web ed i suoi derivati (social network) siano inutili e dannosi, tutt’altro ! Sono un ottimo apparato di informazione che, però, risulta estremamente fragile nella sua funzione. Umberto Eco, in una sua dichiarazione piuttosto cruda, scrisse: “i social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli” (http://www.lastampa.it/…/eco-con-i-parola-a-leg…/pagina.html) ed anche se ritengo la sua posizione molto estrema (troppo per i miei gusti), ha purtroppo un fondo di verità. La fragilità del sistema danneggia la collettività ed il suo uso distorto contribuisce ad accentuare l’ignoranza e la conseguente arroganza ed in una società costituita da “leoni da tastiera” e da gruppi di complottisti accaniti, il problema si sparge a macchia d’olio.
Nel 2013 uscì un libro che consiglio vivamente dal titolo “Demenza digitale”, scritto da Manfred Spitzer, neuropsichiatra tedesco che dirige il “Centro per le Neuroscienze e l'Apprendimento” dell'Università di Ulm. Nel testo ci si riferisce (demenza digitale) all’espressione della sindrome individuata nel 2008 da alcuni specialisti in Corea del Sud, dove un’alta diffusione di tecnologia informatica coinvolgeva i giovani all’uso dei media digitali per molte ore al giorno, mostrando i segni di un appiattimento emotivo, di una difficoltà di attenzione e di memoria ed un generale declino delle capacità di apprendimento. L’allarme della situazione implicò uno studio approfondito che mostrò come l’effetto patologico sia determinato da una riduzione del tempo di elaborazione degli stimoli necessario perché si verifichi un buon apprendimento (attraverso il fermarsi attivamente con l’attenzione su uno stesso stimolo) e dalla simultanea distrazione (alquanto facile) con cui l'individuo è indotto dall'interferenza continua di molteplici elementi presenti su uno schermo (induzione del “multitasking psicologico”, ossia al saltare dell'attenzione rapidamente da uno stimolo all'altro); si tratta di condizioni che, al loro perdurare, modificano il funzionamento dei processi di attenzione e di autocontrollo cognitivo e l'attività cerebrale connessa. Il concetto basilare è semplice e si basa sulla “profondità di codifica” (psicologia dell'apprendimento), cioè la complessità dell'elaborazione cognitiva cui sottoponiamo uno stimolo, influenza i nostri apprendimenti (ossia quanto saranno “solidi”), nel senso che più ci soffermiamo e riflettiamo attivamente su un elemento da apprendere, maggiore sarà la probabilità di ricordarlo a lungo termine. Questo processo ha dei comprovati correlati biologici dati dal numero di collegamenti dendritici tra i gruppi di neuroni coinvolti nell'elaborazione e nella memorizzazione di uno stimolo. Il libro è ben argomentato e ricco di dati e materiale di riflessione ed identifica il problema molto chiaramente e cosa spinge a quella sorta di “pigrizia mentale” tipica di chi si nutre solo ed esclusivamente di web.
Vi sono anche altri due fattori molto importanti: la "personalizzazione della discussione" e la "generalizzazione del meccanismo". In una dichiarazione, sia essa scientifica o meno, scritta in un articolo, si tende a personalizzare quanto scritto giustificando o negando: “non è vero ciò che è scritto perché io non mi comporto così” oppure “non è vero perché un mio amico… un mio conoscente… mia ha detto che…” cercando di inficiare un dato oggettivo con l’opinione personale o con un atteggiamento che, sebbene magari costruttivo, non rappresenta una media ponderata. Infine vi è la capacità di generalizzare un meccanismo che funziona su di sé, per cui se ad una persona ha fatto bene bere urina e zucchero, significa che per tutti va bene la cura, dimenticando che i fattori soggettivi, dettati da elementi altamente specifici, sono in numero enorme e l’urina e zucchero potrebbero esser buoni per sé stessi, ma dannosi per altri.
Resta il problema del discernere la baggianata dalla realtà.

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