La vita moderna ormai si sa esser “veloce”, sfuggevole con
ritmo quasi implacabile.
Vi sono gabbie dorate che costringono l’individuo dentro una
ruota ad ingranaggi che, inesorabilmente, stritola esistenze intere. Ci alziamo
la mattina, facciamo una veloce colazione al bar (spesso senza nemmeno sedersi per
risparmiare tempo) dove i più sfortunati parlano già di lavoro coi colleghi, si
entra nel proprio posto di lavoro e si “produce”, salvo una mezzora (a qualche
fortunato è concessa un’ora addirittura) per la pausa pranzo. Può capitare che
nella medesima si ascolti pure qualche dirigente o qualche nostro collega più “inquadrato”
nominare il termine “brunch”, ma si
sa: l’inglesismo costruisce l’apparenza di un uomo colto, impegnato e che è ben
inserito nel ruolo sociale. Ai miei occhi, invece, è solo un cretino che usa i
termini anglofoni spesso abbinandoli alla cravatta, ma queste sono solo
considerazioni del tutto personali (che credo interessino a pochi). Dopo tale
pausa si riparte col lavoro fino ad orari che variano dalle cinque alle sei la
sera ed in quel frangente “produciamo” di nuovo, poco importa se tappi di
bottiglia, analisi finanziarie o software contabili.
L’uscita dal lavoro diviene poi occasione di riflessione sul
da farsi il giorno seguente, pensieri che si installano nella mente sin quando
non tocchiamo la soglia di casa che, per molti, significa dopo mezzora di
viaggio. A questi punti sono più o meno le sei e mezzo della sera ed è qui che
tutti noi abbiamo l’illusione dell’inizio della giornata da dedicare a sé
stessi od alla propria famiglia: falso. La giornata, in verità, sta volgendo
alla conclusione e se vogliamo inserire nella stessa la spesa da fare, l’auto
da riparare (perché il tragitto per andare a lavoro, in realtà, per molti è un
costo) o la capatina in palestra per far finta di pensare al proprio benessere
fisico, arriviamo a cena con le nostre frustrazioni da mettere sul piatto.
Ovviamente non per tutti è così, ci sono medici appassionati
e muratori realizzati, ma sono una piccola parte della massa sociale che opera
senza soddisfazione alcuna, giustificati solo dal costo di bollette assurde e dalle
spese per mantenere uno stato indegno ed inabile a soddisfare le esigenze di
vita dei propri cittadini: si continua così nel personale inganno. La sensazione
è quella di una pressa che schiaccia ogni capacità di sognare, di pensare alla
bellezza ed alla pace, di esser capaci di leggere un libro e trarne utili
riflessioni o studiare appassionatamente.
Un film del 1927 molto bello dal titolo “Metropolis” immagina
un futuro dove il mondo è in mano ad industriali e manager che governano la
città di Metropolis e lo fanno dai loro grattacieli. La classe proletaria è costituita da una sirta di bestie da macello al continuo lavoro che vivono relegate nel sottosuolo. Anche se
allo stremo delle forze, gli operai non possono commettere il minimo errore,
pena l’esplosione della macchina “M” e la morte di coloro che sono meno
fortunati (o più fortunati, di fronte ad una prospettiva di vita simile). Un film
indubbiamente visionario, ma pensiamo bene alla qualità della nostra vita
adesso: pur non vivendo nel sottosuolo, non siamo forse tutti in fila per
soddisfare un sistema assassino ?
In pochi detengono una ricchezza spaventosa e, soprattutto in
questo paese, possono fare qualsiasi cosa restando più o meno impuniti. Il sistema
si è poi organizzato molto bene, portando all’imbecillità diffusa il popolo: gli
stipendi sono miseri, ma si promuove il gioco d’azzardo e i rincari di bollette
e tasse a pro di strutture indegne (spesso nemmeno offrono il servizio che
dovrebbero invece garantire) che prendono per i fondelli gli ignari utenti con
voci che sono semplicemente ridicole (pensate ai famosi “oneri per il trasporto
del contatore”), la sanità cade a pezzi (nonostante qualche eccellenza) ma la
colpa è degli immigrati che affollano il pronto soccorso, le persone muoiono
sotto le macerie a causa di un terremoto, ma dopo un anno nemmeno ci ricordiamo
più di loro dato che i media non indagano, la giustizia si blocca e tutto esce
rapidamente dal palco della vita, la scuola ed il sistema educativo sono al
baratro, ma poco importa se non vi sono insegnanti (soprattutto insegnanti
validi, non i soliti “appoggiati” che spuntano in ruolo come funghi). Insomma,
queste ed altre amenità hanno ridotto la persona al “mediocre essere” che
sgobba al servizio di pochi, possibilmente ignorante (la cultura e lo sviluppo
intellettuale fa paura in un paese decadente in mano ai soliti cialtroni: pone
dubbi) e legato al proprio istinto che spesso si fa deviare ad arte (invasione
del porno, realtà virtuali promiscue e fruizione libera di ogni stupidità).
In molti proclamano la rivoluzione ed anche io credo che un
sovvertimento dell’ordine costituito sia ormai necessario, ma non con le armi:
quelle non risolvono nulla, anzi complicano ulteriormente la situazione. La vera
rivoluzione è quella che Tiziano Terzani disse a suo tempo in una meravigliosa
intervista: “Sono arrivato alla mia età
senza mai aver voluto appartenere a nulla, non a una chiesa, non a una
religione: non ho avuto la tessera di nessun partito, non mi sono mai iscritto
a nessuna associazione, né a quella dei cacciatori né a quella per la
protezione degli animali. Non perché non stia naturalmente dalla parte degli
uccellini e contro quegli omacci col fucile che sparano nascosti in un capanno,
ma perché qualunque organizzazione mi sta stretta. Ho bisogno di sentirmi
libero. E questa libertà è faticosa perché ogni volta, davanti ad una
situazione, quando bisogna decidere cosa pensare, cosa fare, si può solo
ricorrere alla propria testa, al proprio cuore e non alla facile linea, pronta
all’uso, di un partito o alle parole di un testo sacro. […] Tutta la mia vita ho visto rivoluzioni
fallite, in Unione Sovietica, i massacri di quel regime ! In nome di un sogno,
un grande sogno ! Orribile, un incubo… La Cina, mi sono studiato il cinese,
pensavo che la Cina fosse un interessante esperimento… un incubo ! Massacri…. e
tutti … la rivoluzione vietnamita, la rivoluzione cambogiana, sempre queste
rivoluzioni fatte fuori con grandi massacri… risultato: una grande povertà, sia
materiale che spirituale. Allora forse è
il momento di pensare che la sola rivoluzione che è possibile fare è quella
dentro di noi, cominciare da noi, mi è venuta questa idea che, dopo 30 anni
passati nell’aver viaggiato fuori, dovevo provare a fare un altro tipo di
viaggio, quello dentro di me e toccare una realtà che non fosse quella dei
fatti […]”.
A conclusione, riporto una frase del grande saggio indiano
Jiddu Krishnamurti: “non è un segno
di buona salute mentale essere bene adattati ad una società malata”; credo
sia questa una frase che ben si addice a ciò che stiamo vivendo.


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