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lunedì 27 maggio 2019

In nome di Ipazia


Nell’Alessandria del IV° secolo d.C. viveva una grandissima personalità di rara intelligenza che il mondo mai ha conosciuto; il suo nome era Ipazia (Ὑπατία), figlia di un grande matematico: Theon Alexandricus che fece istruire la figlia ad Atene, rendendola edotta della filosofia platonica.
Alessandria era, attorno al 350 d.C., un vero e proprio fuoco culturale che ospitava la più grande biblioteca che l’umanità abbia mai conosciuto; una città che esprimeva la conoscenza dell’uomo ed una eterogeneità di popoli ed idee che divenne una vera e propria fucina intellettuale dalla quale emerse con forza la figura di Ipazia.
Filosofia, astronomia e matematica erano le discipline in cui la scienziata eccelleva ed era una figura di primo piano nella conoscenza che in quel momento guidava il mondo.
Ipazia fu brutalmente uccisa perché “portatrice di insegnamenti pagani” che avevano, a dire di cristiani fanatici, influenza sul governatore di Alessandria, tale Oreste.
Illuminante il passo di Ian Pears, storico, che nel suo romanzo “Il sogno di Scipione”, dice: “è stata fatta a pezzi da una folla di cristiani incensati non perché fosse una donna, ma perché il suo apprendimento era così profondo, le sue capacità di dialettica così estese che riduceva tutti quelli che la interrogavano al silenzio imbarazzato. Non potevano discutere con lei, quindi l’hanno uccisa”.
Ipazia è un simbolo legato alla conoscenza ed un emblema dell’ignoranza che, arrogante e stupida, distrugge ciò che non comprende (che, forse, mai potrà comprendere data la limitatezza dell’intelletto).
Forse a molti apparirà una storia anacronistica, ma se riflettiamo bene, nonostante (al momento) non vi sia l’amara abitudine di uccidere e smembrare un presunto avversario, ancora oggi la superstizione ed il fanatismo uccide la conoscenza e l’intelletto sembra bloccato (se non retrocesso) su posizioni allucinanti.
Assistiamo, più o meno in modo imbecille, a proclami assurdi dove la scienza, ossia quella che permette la civiltà ed il progresso di un popolo, è derisa oppure semplicemente trascurata dato che l’impiego della massa cerebrale nel cercare di capire cose un po’ più complesse degli stereotipi grossolani dettati ad arte dalla televisione o dai mass-media (social network inclusi), implica fatica ed impegno e spesso, ahimé, non porta soldi nell’immediato.
Gli scienziati, coloro che dedicano la vita nella comprensione dei misteri di ogni cosa ci circonda, non sono ascoltati ed il grado di culturizzazione è talmente basso che la comprensione dei minimi teorici è divenuta quasi un’utopia.
Purtroppo, questo lo si vede ovunque: basta che un citrullo qualsiasi invochi la Madonna ed impugni un rosario che immediatamente assurge ad un’aura di beatitudine che fa passare in secondo piano la logica e la ragione, che infiamma i cuori degli imbelli e che, grazie a teorie stupide e totalmente ascientifiche, lascia passare  il messaggio che, similmente al “Dio lo vuole” delle crociate, istiga il popolo al comportamento simile ad un gregge di pecore che segue, pascola e defeca là dove il pastore vuole, ordinato dai pochi cani che digrignano i denti ogni qualvolta una pecorella smarrita perde la via (o magari decide di pascolare altrove).
Mala tempora currunt, sed peiora parantur” (corrono tempi brutti, ma se ne preparano di peggiori) scriveva Tullio Cicerone, e forse oggi questo è attuale più che mai.
La cultura, che se ne voglia dire, rende liberi poiché mette al riparo dalle stupidaggini che, inevitabilmente, vengono subito sconfessate dalla logica e dalla forza della ragione, complice un intelletto formato che, poggiandosi su di una personalità realizzata, riempie il “gap” tra il sapere e non sapere: quando non si conosce, si studia.
La pratica, di indubbia importanza, senza una forte preparazione teorica diviene una ripetizione asettica di gesti dove la minima variazione operativa diventa una montagna insormontabile e dove non esiste progettualità o capacità critica del proprio operato: le pecore pascolano laddove il pastore vuole.
Partendo dai terrapiattisti che si lanciano in congressi dove molti cretini si riuniscono per sconfessare l’evidente, arrivando ai “no-vax” che nutrono le proprie menti di varie teorie complottistiche senza la minima conoscenza scientifica di come funziona il sistema immunitario, ma basandosi su ciò che si legge “online” da fonti discutibili (quasi sempre fuori dalla scienza), si assiste ancora una volta allo smembramento di Ipazia, ormai più volte uccisa.
Il decadimento della capacità intellettiva di un popolo spesso corrisponde all’esaurimento della forza educativa della scienza che, impotente, assiste alle peggiori situazioni ed alle deviazioni antropologiche che tristemente hanno reso famoso il nostro genere.
Il grande evoluzionista Stephen Jay Gould, nel suo meraviglioso saggio “The mismeasure of man” (tradotto in Italia con “Intelligenza e pregiudizio, contro i fondamenti scientifici del razzismo”, edizioni Il Saggiatore), illustra con dovizia e semplicità l’errore madornale del concetto di “razza”. La prima edizione uscì nel 1981 ed è spaventoso trovare ancor’oggi attuale questo bellissimo libro che, invece di rimanere tra i bestseller che aiutano a ricordare, resta un testo su cui ancor oggi dover imparare.
Purtroppo, si preferisce “uccidere Ipazia perché con lei non possiamo dialogare”, ossia uccidiamo chi ci ribatte davanti la nostra incapacità nel comprendere le cose elementari che, per pigrizia ed ignoranza, non vogliamo capire perché è più semplice nutrirci delle sciocchezze altrui o del mediocre che, con un atto di arroganza, si auto-elegge a guida della massa, sventolando stupidaggini come vessillo di libertà. Una sorta di presunta ribellione ad un sistema che, a sua volta, diviene sistema egli stesso che si impone come un totalitarismo di svariati imbecilli convinti di aver peso perché, come spesso si legge, sono formati “all’università della vita”, ossia ignoranti e felici di esserlo.


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