Esistono buoni e
cattivi maestri e, purtroppo, in molti ormai ne sono consapevoli.
Quello che non
consideriamo, invece, è che spesso tali “cattivi maestri” non sono esterni a
noi, ma interni.
Sono dei “maestri”
spesso tanto maligni che tendono a disqualificare noi stessi nella dimensione
dove siamo, portando il “diktat” per cui dobbiamo esser necessariamente diversi
da quello che siamo, che dobbiamo per forza correre una gara che non ci
appartiene e che le zavorre caricate sulle spalle lì devono rimanere poiché è
il nostro ingrato destino.
Tali “maestri” si
avvalgono di una potente alleata: la pigrizia mentale che, immancabilmente,
giustifica la situazione frustrante che quotidianamente possiamo sperimentare
grazie al loro “educare”; quante volte sorge imperiosa l’autogiustificazione
(congiunta all’automortificazione) nella frase “che ci voglio fare ? La vita è
questa…” oppure “d’altronde non posso far diversamente perché l’età / la
situazione / la vita / il denaro / la famiglia / gli studi /il lavoro non lo
permette ed io non ho scampo” od anche “non posso far diversamente perché non
ho la capacità di farlo” ?
In tal modo, i cattivi
maestri spesso vincono la battaglia e noi risultiamo discepoli mai convinti dei
loro insegnamenti, ma comunque proni all’altrui volere.
Anche adesso, magari,
leggendo queste poche righe, sicuramente partirà una qualsiasi obiezione allo
scritto che tende a mantenere il perverso equilibrio mentale imposto dai
cattivi maestri e giustificare la nostra frustrazione e le frasi cui sopra
(magari in direzione leggermente differente, ma con medesimo senso) risuoneranno
subito nella scatola cranica.
Vi è, in buona
sostanza, un’imposizione di modelli di riferimento a cui dobbiamo aderire, poco
importa se tali esempi sono fautori di una distruzione della fiducia in noi
stessi.
È un malessere
profondo quello che si sperimenta, e diventa sempre più marcato man mano che
passa il tempo (in questo caso non è vero che il tempo lenisce le ferite) e ci
si sente sempre di più inadeguati, ipersensibili alla minima critica od al
piccolo insuccesso che, amplificato all’inverosimile, diventa un macigno
insopportabile. Questo gioco all’autodistruzione fa in modo di allontanare noi stessi
dal nostro vero “nucleo”, alienandoci di fronte alle nostre necessità ed ostinandoci
nel compiacere aspettative estranee e sentendoci, di volta in volta, sbagliati.
Non siamo mai all’altezza
e dobbiamo per forza impiegare comportamenti perfezionistici che
inesorabilmente minano la propria autostima, irrigidendo la nostra visione
interiore in confini autoimposti dai quali difficilmente si sfugge, anche se
tutto attorno è finzione o banalità.
Ci si chiude in uno
stretto labirinto che, sebbene adornato di oro finto e di colori più o meno
vivi, resta sempre una sottile gabbia dalla quale non usciamo se non iniziamo a
vedere il mondo con altri occhi, se non ribaltiamo, ogni tanto, il nostro punto
di vista.
Il giudizio, nei
confronti degli altri, ma soprattutto nei propri riguardi, è un metro molto
pericoloso da adottare perché ci abitua all’autoimposizione di limiti per lo
più fittizi e senza senso alcuno che spesso nemmeno combaciano con la realtà
che stiamo vivendo. Se non elimineremo il giudizio spietato dalle nostre vite,
diverrà sempre più arduo far riemergere quell’energia che ci caratterizza come
individui unici con caratteristiche del tutto particolari spietato (non si
tratta del sano “giudicare” una buona azione da una cattiva opera, ma di un
malefico valutare in negativo ogni nostra sfumatura dell’essere).
Occorre rompere,
spezzare le catene del labirinto.
Frasi come “devo fare
così…” magari sarebbero più correttamente espresse con “voglio fare così…”,
giudizi negativi come “non mi sono piaciuto” dovrebbero perdere significato
dato che non dobbiamo assolutamente “non piacersi” o “piacersi”, ma accettarsi
semplicemente per l’armonia che siamo.
Vi è poi la
famosissima frase “se tornassi indietro…” che risulta micidiale nei confronti
della nostra autostima e della nostra capacità di agire poiché focalizza tutta
la nostra energia sul passato, giudicando le nostre azioni compiute in una
dimensione che non esiste più, perdendo la forza di orientare e vivere il
presente.
I “cattivi maestri”,
poi, hanno anche un’altra malefica capacità: quella di portare negatività ai
discepoli che, in tal modo, divengono fonte di lamenti continui, hanno da
ridire sempre su tutto e su tutti e giustificano il loro agire dicendo che lo “sfogo”
fa bene, ma dimenticando che questo è molto diverso dal lamentio poiché il
primo (lo sfogo) emerge in tempo reale, spesso con un crescendo inaspettato, ed
esplode ma non lascia strascichi, ossia finisce lì; il lamentio (e la relativa
capacità di ridire sempre) continua nel tempo, come la tristemente nota tortura
della “goccia cinese” che erode il materiale più duro.
Il “lamento” implica
un continuo rimuginare mentale, un fisso masticare qualcosa che non si riesce a
metabolizzare, permettendo all’anima di stagnare nel passato e rivivere (se non
addirittura immedesimarsi di nuovo) la situazione di disagio, condannando allo
stesso malessere. Alla lunga questo “modo di vivere” implica la solitudine,
dato che il lamento porta al malumore costante che, a sua volta, alimenta di
nuovo la lagnanza in un circuito vizioso che, se non consapevoli, è difficile
interrompere.
Il lamentarsi di
continuo, lentamente ma inesorabilmente, diviene un costante “parlar di sé” con
le persone vicine, dimenticando di queste e delle loro storie che divengono
inutili o affatto interessanti perché la necessità primaria è il condividere “l’erba
infestante” che ha avvolto la nostra mente: il resto non conta. In tal modo,
più ci si lamenta, più si rafforza (in modo più o meno sottile) l’idea della “vittima”
e l’immagine di “perdente” o di “fallito”, collocando “fuori tempo” le
relazioni più strette e, spesso, facendole fallire (in modo da aver altro
materiale da usare per i “cattivi maestri”).
Spesso ciò che
definiamo sfortuna, sventura o maledetto caso della vita è un risultato
ponderato della nostra infelice situazione di disqualifica e di autostima
distrutta ai minimi termini.
La speranza per uscire
da questo tunnel senza fine, sta nel ribaltare la condizione in cui si versa,
vedendo un mondo nuovo semplicemente perché si annienta il giudizio e si
infrangono le barriere del labirinto in cui ci siamo tristemente collocati,
liberando quelle energie che ci appartengono da sempre. Un po’ come
Michelangelo affermava con il suo “ho visto un angelo nel marmo e l’ho
scolpito finché non l’ho liberato”.
Occorre affrontare i propri demoni interiori e, se davvero
non ci riusciamo perché ormai sfiancati dal troppo resistere, bisogna chiedere
aiuto affinché la nostra vita risplenda più di prima e come veramente meritiamo.
I “cattivi maestri” possono esser ammutoliti, basta esser
consapevoli della loro triste presenza e della battaglia che possiamo vincere,
giorno dopo giorno.

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