“Stanco di esistere,
libero di essere” questa la risposta data da un mio carissimo amico, attore
di teatro, ad una preoccupata domanda relativa al suo stato di salute.
Ad esser sinceri, quel mio amico è sempre stato un po’ sibillino
nelle sue risposte, ma ha sempre mostrato coerenza con il suo modo di vedere il
mondo per cui mi sono sempre aspettato risposte a dir poco “particolari”.
La sua storia è molto particolare e sembra quasi un cliché
che ricalca il pensiero di Hillmann nel suo bellissimo libro “Il codice dell’anima”
dove il daimon di ognuno grida ad
alta voce la direzione verso cui dovremmo virare la nostra prua, incurante della
tempesta o del mare piatto.
Figlio di un operaio e di una casalinga, quel mio amico ha
accettato un lavoro insulso ma ben retribuito dato che nell’ambiente familiare
l’opera teatrale ed il suo studio sono considerati un mero passatempo per
curiosi e calcare il palco una sciocchezza adolescenziale.
Liti e malintesi divennero per lui ordine del giorno con un
padre che, vittima della propria ignoranza, ostacolava ogni spinta del figlio verso
lo studio teatrale, operando un continuo abbattimento psicologico che teneva l’allora
ragazzo ancorato ad una vita che non lo rispecchiava affatto e che lo rendeva,
giorno dopo giorno, sempre più malinconico e depresso. Il genitore, in verità,
lo considerava “strano” a causa della sua bruciante passione e trascurava del
tutto la forte sensibilità che il figlio dimostrava (in realtà non ho mai
capito se facesse finta di non vedere).
Mentre quei giorni scorrevano quasi senza un senso compiuto,
ma con la soddisfazione dei propri “cari” nel vedere che il figlio si alzava,
andava a lavoro e riscuoteva lo stipendio a fine mese, quel mio amico stava
affondando nella palude della depressione, della frustrazione e della rabbia
che faceva fallire tutto, dalle relazioni intraprese alle amicizie.
Paura prima ed ansia poi, costringevano il ragazzo all’isolamento
ed all’elucubrazione mentale continua che limitava il suo comportamento a pochi
afflati di soddisfazione personale che si manifestavano forti e chiari quando
il nostro riusciva a leggere un libro di teatro o ad assistere ad uno
spettacolo o, meglio, nel frequentare uno dei corsi amatoriali che spesso si
tengono nei teatri cittadini, anche se tale frequenza era oggetto di aspro
discutere tra i muri casalinghi.
Raggiunto un limite invalicabile, il mio amico si trovò a
dover scegliere: perdere sé stesso oppure provare definitivamente a realizzare
la spinta del cuore, anche se il tempo trascorso aveva fatto perdere occasioni
accademiche importanti e l’età cronologica non era più quella appropriata per
tentare quella tanto desiderata via.
Tra urli e litigate, decise per la seconda, portando con sé
il peso della disqualifica familiare e l’amarezza della totale solitudine nell’impossibilità
di condividere i suoi successi e le sue fatiche con chi, invece, avrebbe dovuto
esser sempre al suo fianco.
Non so dire se adesso ha, in qualche modo, recuperato quel “gap”
esistenziale, ma posso senz’altro affermare che la sua vita teatrale è piena ed
è in continuo viaggio tra un’esperienza e l’altra ed arrivato a quasi cinquant’anni
si vede sempre più consapevole del suo colorato mondo.
Inevitabilmente si è “adattato”, riuscendo nel compromesso
tra “lavoro imposto” e teatro, anche se il secondo sta piacevolmente
spodestando il primo nella sua difficile vita.
La famiglia, viceversa, si è sempre più “indurita” nel suo
atteggiamento, restando nella posizione iniziale ed anzi affermando la sua
stupida credenza per cui la ricerca dell’attore teatrale è cosa infantile ed
inutile ed anche di fronte ai successi del figlio, si nega l’evidenza tra
scuotimenti di capo, sorrisi di scherno e battute totalmente imbecilli che
tendono a banalizzare qualcosa di estremamente alto (solitamente è il
comportamento dell’ignorante: quando non comprende qualcosa diviene arrogante
e, tramite la sua grettezza, cerca di rendere banale, abbassare e
disqualificare ciò a cui mai potrà arrivare).
Quella frase “stanco di esistere, libero di essere” è forse
frutto di quella vita in trincea nei confronti della propria famiglia che,
nonostante l’inevitabile distacco, è sempre comunque presente se non esternamente,
almeno internamente.
Una storia, questa, che riguarda molti anche se le
sfaccettature possono essere infinite e le situazioni familiari uniche.
A volte la stanchezza di vivere si riferisce all’usurante
luogo di vita, alla ricerca non gratificante e senza fine in cui, per un verso
o per un altro, ci troviamo a combattere giorno dopo giorno.
Siamo stanchi di amare troppo, di preoccuparci troppo, di
darci con tutti noi stessi ad un mondo che non dà nulla in cambio e, spesso,
nemmeno ci appartiene. Siamo stanchi dei nostri investimenti in conclusioni incerte.
Siamo stanchi delle ferite che la vita infligge e del fatto che tali ferite,
ahimé, sanguinano proprio quando sembravano cicatrizzate ed impediscono così il
nostro cammino.
Probabilmente un tempo siamo stati spinti dalle intenzioni
che rendono la nostra vita colorata e piena di gioia, eravamo carichi di
speranze e di fiducia nel futuro e nelle nostre possibilità, ed ora ?
Ora, soprattutto da una certa età cronologica in poi, si
nota un esercito di “cuori infranti” e di anime agitate, alla disperata ricerca
della realizzazione interiore.
Vogliamo di più, sentiamo che ce lo meritiamo e lo dobbiamo
a noi stessi, ma siamo troppo stanchi per chiederlo o farlo. Siamo scocciati dell’ambiente
che ci circonda, ma siamo troppo atterriti per ricominciare tutto ed abbiamo
contro gli stereotipi negativi di una società vecchia, cieca e sempre più
materiale. Abbiamo l’estremo bisogno di azzardare qualcosa, ma abbiamo la tremenda
paura di veder crollare tutto perché alla fine non siamo sicuri di quanta forza
abbiamo nel ricominciare da capo.
Questo è il giogo da cui ci mettono in guardia i grandi
saggi: solo perché siamo logorati dalla vita che stiamo vivendo, non significa
che non stiamo facendo un cambiamento. Nei momenti peggiori, quando tutto
sembra crollare, avviene il cambiamento.
Spesso nella vita le cose accadono in silenzio e lentamente;
avvengono a causa delle “piccole scelte” che facciamo tutti i giorni, che ci cambiano
nelle versioni migliori di noi stessi ed abbiamo l’immensa necessità di lasciare
il tempo opportuno affinché quelle evoluzioni accadano.
Quando siamo stanchi, occorre andar piano, procedere in modo
accorto ma senza mai fermarsi ! Siamo stanchi perché sta avvenendo un
cambiamento e perché stiamo crescendo.
Un giorno quell’evoluzione cederà il passo al rinnovamento
di cui abbiamo bisogno, sempre che la nostra ferma volontà sia quella di
seguire il daimon che dentro di noi
urla il nostro destino.
Il saggio indiano contemporaneo Eknath Easwaran, nel suo
libro “Quando hai fretta cammina lentamente”, scrive: “è importante non confondere la lentezza con l'indolenza, che genera
negligenza, temporeggiamento e generale inefficienza. Nel rallentare i ritmi,
curate meticolosamente l'esecuzione dei dettagli. Date il meglio di voi anche
nei compiti più banali” ed è in questa visione che ci possiamo permettere l’ascolto
di noi stessi e di quella voce-guida che ci indica la rotta da seguire, senza
negligenze ed inefficienze.
È eliminando quell’esistere
semplicemente perché qui siamo che si diviene consapevoli del nostro essere, così come un attore pone una
sorta di verticale tra il personaggio del palco e la sua discesa nel profondo
del sé, anche noi impariamo che la nostra essenza ha un senso ben compiuto e che è nostro dovere (nei confronti di noi
stessi) realizzarlo appieno, ricordando che sebbene l’adattamento sia
inevitabile, la dignità di essere uomini consapevoli del proprio “senso di
essere” viene prima di ogni cosa ed segno del compromesso non deve mai esser
indelebile.
In questo sta il segreto del “ricomincio da me”.

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