“In occasione di queste elezioni, lei che ha partecipato ed
ha visto il calo dei consensi per il suo partito, può fare un’analisi dell’accaduto
?”
“Analisi ? Io ? No…guardi…. io faccio il farmacista…”
Questo breve scambio, per quanto quasi surreale, è realmente
avvenuto. Lasciando perdere per un attimo la corrente politica dell’intervistato
(del tutto ininfluente ai sensi del nostro breve articolo), si rimane
sbalorditi dalla condizione in cui versa di chi si candida per la guida
politica di una comunità (piccola o grande che sia).
Più di duemila anni fa venne saggiamente descritto chi
dovrebbe occuparsi e decidere per il “bene comune di un popolo” e chi lo fece è
forse uno dei più grandi filosofi che l’umanità abbia avuto l’onore di produrre:
Platone. Nel suo bellissimo scritto “La Repubblica”, Socrate risponde al quesito
parlando con Alcibiade:
Socrate - “Qualcuno deve convincere il popolo a distinguere
il bene comune e quello individuale”.
Alcibiade - “Ma chi interpreta il bene comune ?”
S - “Il popolo”
A - “Ma il popolo è fatto di molti individui i quali per
mettersi d’accordo hanno bisogno di qualcuno che li guidi”
S - “Ci sono dei saggi la cui mente lavora affinché il
popolo si renda conto che deve agire compatto, individuare qual è il bene
comune sapendo che per attuare questo ideale bisogna avere ben chiaro quale è
il bene proprio. Il bene proprio lo si
raggiunge attraverso una visione chiara e utile del bene comune”.
A - “Tu hai usato adesso la parola utile, ma l’utilità è un
valore ? Utile per chi ? Per l’individuo o per tutto il popolo ?”
S - “Sono due concetti anzi realtà che sembrano contrapposte
ma non lo sono: il bene comune è utile a
tutti sempreché ciascuno non lavori solo per sé ma faccia coincidere l’utilità
propria con quella comune. Ecco perché è
l’anima che guida, è la mente che guida. Ci sono anche istinti malefici ma
quelli vanno dominati; questo è il valore della saggezza che significa farla coincidere con l’utilità”.
Qui si evidenziano alcuni punti fondamentali che dovrebbero
esser addirittura sostanziali per chi decide di operare in politica: bene
comune, utilità e saggezza (arte della vita). Il dilemma si svela quando chi
decide di lavorare in tal senso confonde il bene comune con le pulsioni che
derivano da una disinformazione quasi “pro domo sua”, l’utilità con la
sciocchezza e la saggezza con la furbizia.
Se veramente l’utilità è un valore, allora chi decide di operare
nella politica deve necessariamente possedere una formazione profonda in tal
senso, sia filosofica che normativa, distinguendo i valori democratici ed
essenziali per la buona condotta del paese da una serie di stupidaggini
operative che portano al disastro ed aggiungono problemi ai problemi, rendendo
vivo il detto “se non porti almeno una soluzione ad un problema, ne sei parte”.
Per raggiungere la saggezza necessaria, come accennato prima,
occorre preparazione culturale (ahimè, la cultura tanto bistrattata è invece
fondamentale) e capacità di riflettere in modo costruttivo su basi interiori ed
intellettive solide, elementi che sfuggono totalmente all’ignorante che ricava
il suo “modus vivendi” dalla furbizia (che per definizione manca totalmente
della capacità di prevedere un andamento futuro delle proprie azioni,
guadagnando nel contingente) che viene esaltata a valore comune, distruggendo
le aspettative dei malcapitati che dallo stesso sono guidati.
Generalmente, poi, quando si pensa che l’impegno politico
porti esclusivamente vantaggi al proprio esistere (in genere vantaggi economici
e di scala sociale), l’utilità comune coincide con le proprie pulsioni e la
frittata è fatta.
Socrate avverte anche che “è l’anima che guida, è la mente che guida”, indicando nell’intelletto
la forza trainante che identifica colui che deve discernere tra le azioni da
compiere per il benessere del proprio popolo, un intelletto che deve possedere
necessariamente la capacità intuitiva dosata dal raziocinio e da una ferrea
formazione di base, senza la quale non esiste nessuna ponderata decisione.
Ecco perché un politico che si sottrae all’analisi di una
situazione che lo riguarda adducendo il fatto che nella sua vita comune “fa il
farmacista” non è un buon politico, ma un improvvisato pericoloso e nocivo alla
comunità, prono agli “istinti malefici” da cui Socrate mette in guardia.
Questa triste situazione, in questo momento storico, la
ritroviamo in molti settori quasi come riflesso di una forte incapacità
intellettiva di gestire un qualsiasi settore, frutto di una profonda ignoranza
e di una sorta di struttura cerebrale insufficientemente funzionante per i
compiti da svolgere.
Un parallelo efficace potrebbe esser rappresentato da un’azienda
che sposta la propria forza-lavoro formata con laurea o diploma superiore fuori
dalla propria sede centrale, salvo poi rendersi conto che la maggioranza dei
propri impiegati non ha tali caratteristiche ed è quindi inadatta a svolgere i
compiti necessari al mantenimento delle attività produttive ed indice un
concorso interno per il proprio personale in possesso di tali requisiti: il
gioco dei quattro cantoni che manifesta una forte incapacità dirigenziale ed una serie
di “italici compromessi” che hanno da sempre dissestato questa nazione.
Se mettiamo un asino a correre nel palio di Siena, di certo
non avremo successo, non importa quanta biada possa guadagnare l’animale: l’asino
rimane asino.
Nella caverna platonica, siamo rimasti bloccati, ingoiati
dalle tenebre e l’universo delle idee è ormai fuori dalla nostra portata; abbiamo
spolpato, distrutto e corroso tale visione senza avere la possibilità di far
brillare almeno un orizzonte di speranza.
Ci siamo raffidati ad una sorta di educazione perversa dove
la “materia” ed il guadagno hanno sopraffatto l’etica privando di ogni
riferimento un popolo intero ed amplificando in tal modo una solitudine che
distrugge il senso di appartenenza ad una politica collettiva.
Ed ora, alla fine di questa strada ormai chiusa, siamo a
fissare inebetiti una realtà dipinta su di un muro invalicabile.

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