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martedì 26 marzo 2019

L'utopia dell'ignoranza



“In occasione di queste elezioni, lei che ha partecipato ed ha visto il calo dei consensi per il suo partito, può fare un’analisi dell’accaduto ?”
“Analisi ? Io ? No…guardi…. io faccio il farmacista…”

Questo breve scambio, per quanto quasi surreale, è realmente avvenuto. Lasciando perdere per un attimo la corrente politica dell’intervistato (del tutto ininfluente ai sensi del nostro breve articolo), si rimane sbalorditi dalla condizione in cui versa di chi si candida per la guida politica di una comunità (piccola o grande che sia).
Più di duemila anni fa venne saggiamente descritto chi dovrebbe occuparsi e decidere per il “bene comune di un popolo” e chi lo fece è forse uno dei più grandi filosofi che l’umanità abbia avuto l’onore di produrre: Platone. Nel suo bellissimo scritto “La Repubblica”, Socrate risponde al quesito parlando con Alcibiade:
Socrate - “Qualcuno deve convincere il popolo a distinguere il bene comune e quello individuale”.
Alcibiade - “Ma chi interpreta il bene comune ?”
S - “Il popolo”
A - “Ma il popolo è fatto di molti individui i quali per mettersi d’accordo hanno bisogno di qualcuno che li guidi”
S - “Ci sono dei saggi la cui mente lavora affinché il popolo si renda conto che deve agire compatto, individuare qual è il bene comune sapendo che per attuare questo ideale bisogna avere ben chiaro quale è il bene proprio. Il bene proprio lo si raggiunge attraverso una visione chiara e utile del bene comune”.
A - “Tu hai usato adesso la parola utile, ma l’utilità è un valore ? Utile per chi ? Per l’individuo o per tutto il popolo ?”
S - “Sono due concetti anzi realtà che sembrano contrapposte ma non lo sono: il bene comune è utile a tutti sempreché ciascuno non lavori solo per sé ma faccia coincidere l’utilità propria con quella comune. Ecco perché è l’anima che guida, è la mente che guida. Ci sono anche istinti malefici ma quelli vanno dominati; questo è il valore della saggezza che significa farla coincidere con l’utilità”.
Qui si evidenziano alcuni punti fondamentali che dovrebbero esser addirittura sostanziali per chi decide di operare in politica: bene comune, utilità e saggezza (arte della vita). Il dilemma si svela quando chi decide di lavorare in tal senso confonde il bene comune con le pulsioni che derivano da una disinformazione quasi “pro domo sua”, l’utilità con la sciocchezza e la saggezza con la furbizia.
Se veramente l’utilità è un valore, allora chi decide di operare nella politica deve necessariamente possedere una formazione profonda in tal senso, sia filosofica che normativa, distinguendo i valori democratici ed essenziali per la buona condotta del paese da una serie di stupidaggini operative che portano al disastro ed aggiungono problemi ai problemi, rendendo vivo il detto “se non porti almeno una soluzione ad un problema, ne sei parte”.
Per raggiungere la saggezza necessaria, come accennato prima, occorre preparazione culturale (ahimè, la cultura tanto bistrattata è invece fondamentale) e capacità di riflettere in modo costruttivo su basi interiori ed intellettive solide, elementi che sfuggono totalmente all’ignorante che ricava il suo “modus vivendi” dalla furbizia (che per definizione manca totalmente della capacità di prevedere un andamento futuro delle proprie azioni, guadagnando nel contingente) che viene esaltata a valore comune, distruggendo le aspettative dei malcapitati che dallo stesso sono guidati.
Generalmente, poi, quando si pensa che l’impegno politico porti esclusivamente vantaggi al proprio esistere (in genere vantaggi economici e di scala sociale), l’utilità comune coincide con le proprie pulsioni e la frittata è fatta.
Socrate avverte anche che “è l’anima che guida, è la mente che guida”, indicando nell’intelletto la forza trainante che identifica colui che deve discernere tra le azioni da compiere per il benessere del proprio popolo, un intelletto che deve possedere necessariamente la capacità intuitiva dosata dal raziocinio e da una ferrea formazione di base, senza la quale non esiste nessuna ponderata decisione.
Ecco perché un politico che si sottrae all’analisi di una situazione che lo riguarda adducendo il fatto che nella sua vita comune “fa il farmacista” non è un buon politico, ma un improvvisato pericoloso e nocivo alla comunità, prono agli “istinti malefici” da cui Socrate mette in guardia.
Questa triste situazione, in questo momento storico, la ritroviamo in molti settori quasi come riflesso di una forte incapacità intellettiva di gestire un qualsiasi settore, frutto di una profonda ignoranza e di una sorta di struttura cerebrale insufficientemente funzionante per i compiti da svolgere.
Un parallelo efficace potrebbe esser rappresentato da un’azienda che sposta la propria forza-lavoro formata con laurea o diploma superiore fuori dalla propria sede centrale, salvo poi rendersi conto che la maggioranza dei propri impiegati non ha tali caratteristiche ed è quindi inadatta a svolgere i compiti necessari al mantenimento delle attività produttive ed indice un concorso interno per il proprio personale in possesso di tali requisiti: il gioco dei quattro cantoni che manifesta  una forte incapacità dirigenziale ed una serie di “italici compromessi” che hanno da sempre dissestato questa nazione.
Se mettiamo un asino a correre nel palio di Siena, di certo non avremo successo, non importa quanta biada possa guadagnare l’animale: l’asino rimane asino.
Nella caverna platonica, siamo rimasti bloccati, ingoiati dalle tenebre e l’universo delle idee è ormai fuori dalla nostra portata; abbiamo spolpato, distrutto e corroso tale visione senza avere la possibilità di far brillare almeno un orizzonte di speranza.
Ci siamo raffidati ad una sorta di educazione perversa dove la “materia” ed il guadagno hanno sopraffatto l’etica privando di ogni riferimento un popolo intero ed amplificando in tal modo una solitudine che distrugge il senso di appartenenza ad una politica collettiva.
Ed ora, alla fine di questa strada ormai chiusa, siamo a fissare inebetiti una realtà dipinta su di un muro invalicabile.



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