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lunedì 11 marzo 2019

La triste necessità di "competere"


Indubbiamente i meccanismi della nostra mente sono meravigliosi e, per certi lati, un po’ perversi.
Una storiella molto carina può servire da prologo a questo breve articolo che, direttamente od indirettamente, riguarda la maggior parte di noi.
Nel lontano 1709, nel fastoso palazzo del cardinale Ottoboni, avvenne una disputa musicale tra due grandi musicisti: Georg Friedrich Händel, compositore barocco e creatore di opere di grande valore, e Domenico Scarlatti, anch’egli compositore barocco che successivamente dette spunto allo stile classico e grande clavicembalista. Gli strumenti in cui i due contendenti si dovettero cimentare erano rispettivamente un organo ed un clavicembalo.
I due contendenti erano giovani ventiquattrenni in piena forza creativa e la gara si svolse pressoché alla pari, quando una lieve “sfumatura” dette ragione ad Händel, rendendolo vincitore.
Dopo quel giorno, la rivalità tra i due continuò, ma con un’enorme ammirazione reciproca tanto che Scarlatti, al sentir parlare di Händel, si faceva il segno della croce proprio nel senso del rispetto per l’avversario.
Questa “rivalità” non impedì ai due di sviluppare i propri enormi talenti che magnificarono la musica e la composizione del tempo, costruendo melodie per certi versi eterne.
Nella società di oggi siamo indirizzati alla “competizione” sin da piccoli, nello sport (basta ascoltare i genitori ai lati di un capo da calcio), nella scuola, negli hobby (si pensi al “carnet” di un bambino che si deve districare tra lezioni di piano, di inglese, di francese e di tanto altro), sino ad arrivare all’età adulta dove l’università, il lavoro e, per alcuni, lo sport sono occasioni per superare gli altri invece di fare le cose per bene: ottenere una promozione è rivalsa, avere più amici sui social network è “status” ed essere tra i migliori nel fare un’attività (fisica e non) è “necessità sociale”.
Vi sono sempre nuovi concorsi e gare per trovare il migliore in qualcosa.
Esiste poi un altro lato della medaglia che sempre più spesso deriva da un passato di “disqualifica di sé” dovuto ad un’educazione particolare (familiare e non) che richiede, successivamente, una dose di aggressività per rimediare al “lato mancante” nella costruzione della propria personalità, dove si deve costantemente dimostrare a qualcun altro (od al peggio a sé stessi) di essere all’altezza della situazione o di “aver ragione a priori” senza nemmeno riflettere su quanto il malcapitato interlocutore può dirci od addirittura insegnarci, entrando in continua competizione con questo e partecipando ad una sorta di gara dove, in realtà, non vi è avversario (se non noi stessi) e, peggio che mai, premio alcuno.
Oggi siamo portati a darci “obiettivi” che spronano ad un risultato e, se vogliamo vedere la questione in modo analitico, è cosa buona perché ci permettono un’azione costruttiva nei confronti delle nostre possibilità, ma accade anche che tali obiettivi, magari scelti grazie ad impulsi esterni a noi stessi (ossia dettati da un’educazione passata che può già aver fatto “danno” o dal senso quasi patologico della “disqualifica permanente” od ancora da uno “status” indotto da una fittizia remunerazione sociale), finiscano con l’essere oggetti che, in verità, non ci appartengono e costringono la nostra vita ad una corsa senza fine nel raggiungimento dell’impossibile o dell’inutile per la nostra anima.   
Spesso si crede che, in questo titanico sforzo, si possa finalmente esser “amati” per ciò che siamo e finiamo per costruire il nostro “castello di carta” che inesorabilmente crollerà al primo alito di vento.
Le conseguenze sono veramente nefaste e si finisce con l’odiare ciò che, magari, ci farebbe crescere interiormente e maturare ulteriormente; un esempio può essere il fatto di leggere più libri rispetto ai nostri “colleghi di lavoro” e, magari, veramente ci piace leggere. Con molta probabilità, però, il fatto di entrare in competizione e di iniziare a leggere quasi per obbligo, ci farà odiare la lettura o addirittura lo studio perché non è “passione del cuore”, ma raggiungimento di un risultato per lo più sterile.
Tentare di far crescere la nostra autostima carente tramite una fissa competizione con chi ci circonda, oltre all’inevitabile solitudine che risulterà dal divenire antipatici, saccenti ed arroganti, è un’arma a doppio taglio poiché la nostra vita ha fini differenti rispetto a quella degli altri e tali obiettivi si basano su ciò che noi desideriamo e di cui abbiamo necessità e non su ciò che gli altri hanno ottenuto.
Così sopraggiunge una forte demoralizzazione quando scorgiamo che qualcun altro ha raggiunto prima di noi (e meglio) il bersaglio autoimposto; se siamo capaci di gestire la nostra autostima, riusciremo a vedere il lato positivo dei paragoni (a volte impari) ed impiegare questi come riflessione sui compiti che dobbiamo portare a termine e che, magari, non ci piacciono per niente.
Ma occorre stare molto attenti perché il confine che divide il paragone positivo da quello negativo è molto sottile ed è fondamentale non superarlo per evitare un perfezionismo irraggiungibile e scadere nel pessimismo che permea poi le immagini della nostra vita: vedere sempre “il lato oscuro” delle cose implica l’immensa solitudine che avvolge chi vede sempre la sfumatura negativa di una cosa o di una situazione. Il grande Mark Twain disse che “tieniti alla larga da coloro che tentano di sminuire le tue ambizioni. La gente piccola fa sempre così; le persone veramente grandi, invece, ti fanno credere che anche tu potrai diventarlo” ed è una frase sempre più vera perché chi soffre di questa “mania di competere”, laddove non arriva la sua azione (né fisicamente, né intellettualmente), tende a sminuire od a far degradare verso il basso le aspirazioni od i traguardi altrui, vuoi per una sorta di gelosia recondita ed incosciente (dovuta ad innumerevoli cause psicologiche), vuoi per timore di perdere il contatto con il proprio sé che viene come accomodato sull’obiettivo irraggiungibile: è proprio questo che ci costringe alla solitudine se non corriamo ai ripari prima possibile, poiché saremo prima o poi rifiutati da chiunque entrerà in contatto con la realtà ansiogena che ci portiamo dentro.
Per far sì che tale “competizione nociva” non ci avvolga con il suo manto opprimente, è importante continuare ad alimentare in modo sano la propria autostima e comprendere che tutti siamo unici e diversi e soprattutto che nemmeno le situazioni o gli obiettivi che ci diamo in cui viviamo sono i medesimi per tutti. Occorre, quindi, evitare la generalizzazione incauta ed il giudizio che, sempre più spesso, va abbandonato, pena un moralismo spietato che finisce per inchiodare noi stessi al giogo del “sentirsi piccolo” o del credersi “limitato”.
Un aforisma molto citato, attribuito ad Ada Vigo, recita: “un uccello posato su un albero non ha mai paura che il ramo si spezzi, perché la sua sicurezza non sta nel ramo, ma nelle proprie ali” ed è, forse, questo il modo più utile con cui affrontare le nostre necessità. 


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