Indubbiamente i meccanismi della nostra mente sono
meravigliosi e, per certi lati, un po’ perversi.
Una storiella molto carina può servire da prologo a questo breve
articolo che, direttamente od indirettamente, riguarda la maggior parte di noi.
Nel lontano 1709, nel fastoso palazzo del cardinale
Ottoboni, avvenne una disputa musicale tra due grandi musicisti: Georg
Friedrich Händel, compositore barocco e creatore di opere di grande valore, e Domenico
Scarlatti, anch’egli compositore barocco che successivamente dette spunto allo
stile classico e grande clavicembalista. Gli strumenti in cui i due contendenti
si dovettero cimentare erano rispettivamente un organo ed un clavicembalo.
I due contendenti erano giovani ventiquattrenni in piena
forza creativa e la gara si svolse pressoché alla pari, quando una lieve “sfumatura”
dette ragione ad Händel, rendendolo vincitore.
Dopo quel giorno, la rivalità tra i due continuò, ma con
un’enorme ammirazione reciproca tanto che Scarlatti, al sentir parlare di Händel,
si faceva il segno della croce proprio nel senso del rispetto per l’avversario.
Questa “rivalità” non impedì ai due di sviluppare i propri
enormi talenti che magnificarono la musica e la composizione del tempo, costruendo
melodie per certi versi eterne.
Nella società di oggi siamo indirizzati alla “competizione”
sin da piccoli, nello sport (basta ascoltare i genitori ai lati di un capo da calcio),
nella scuola, negli hobby (si pensi al “carnet” di un bambino che si deve
districare tra lezioni di piano, di inglese, di francese e di tanto altro), sino
ad arrivare all’età adulta dove l’università, il lavoro e, per alcuni, lo
sport sono occasioni per superare gli altri invece di fare le cose per bene: ottenere
una promozione è rivalsa, avere più amici sui social network è “status” ed essere
tra i migliori nel fare un’attività (fisica e non) è “necessità sociale”.
Vi sono sempre nuovi concorsi e gare per trovare il migliore
in qualcosa.
Esiste poi un altro lato della medaglia che sempre più
spesso deriva da un passato di “disqualifica di sé” dovuto ad un’educazione particolare (familiare e non) che richiede, successivamente, una dose di
aggressività per rimediare al “lato mancante” nella costruzione della propria
personalità, dove si deve costantemente dimostrare a qualcun altro (od al
peggio a sé stessi) di essere all’altezza della situazione o di “aver ragione a
priori” senza nemmeno riflettere su quanto il malcapitato interlocutore può dirci
od addirittura insegnarci, entrando in continua competizione con questo e partecipando
ad una sorta di gara dove, in realtà, non vi è avversario (se non noi stessi)
e, peggio che mai, premio alcuno.
Oggi siamo portati a darci “obiettivi” che spronano ad un
risultato e, se vogliamo vedere la questione in modo analitico, è cosa buona
perché ci permettono un’azione costruttiva nei confronti delle nostre
possibilità, ma accade anche che tali obiettivi, magari scelti grazie ad
impulsi esterni a noi stessi (ossia dettati da un’educazione passata che può
già aver fatto “danno” o dal senso quasi patologico della “disqualifica
permanente” od ancora da uno “status” indotto da una fittizia remunerazione
sociale), finiscano con l’essere oggetti che, in verità, non ci appartengono e
costringono la nostra vita ad una corsa senza fine nel raggiungimento dell’impossibile
o dell’inutile per la nostra anima.
Spesso si crede che, in questo titanico sforzo, si possa
finalmente esser “amati” per ciò che siamo e finiamo per costruire il nostro “castello
di carta” che inesorabilmente crollerà al primo alito di vento.
Le conseguenze sono veramente nefaste e si finisce con l’odiare
ciò che, magari, ci farebbe crescere interiormente e maturare ulteriormente; un
esempio può essere il fatto di leggere più libri rispetto ai nostri “colleghi
di lavoro” e, magari, veramente ci piace leggere. Con molta probabilità, però,
il fatto di entrare in competizione e di iniziare a leggere quasi per obbligo,
ci farà odiare la lettura o addirittura lo studio perché non è “passione del
cuore”, ma raggiungimento di un risultato per lo più sterile.
Tentare di far crescere la nostra autostima carente tramite
una fissa competizione con chi ci circonda, oltre all’inevitabile solitudine
che risulterà dal divenire antipatici, saccenti ed arroganti, è un’arma a
doppio taglio poiché la nostra vita ha fini differenti rispetto a quella degli
altri e tali obiettivi si basano su ciò che noi desideriamo e di cui abbiamo
necessità e non su ciò che gli altri hanno ottenuto.
Così sopraggiunge una forte demoralizzazione quando
scorgiamo che qualcun altro ha raggiunto prima di noi (e meglio) il bersaglio
autoimposto; se siamo capaci di gestire la nostra autostima, riusciremo a
vedere il lato positivo dei paragoni (a volte impari) ed impiegare questi come
riflessione sui compiti che dobbiamo portare a termine e che, magari, non ci
piacciono per niente.
Ma occorre stare molto attenti perché il confine che divide il
paragone positivo da quello negativo è molto sottile ed è fondamentale non
superarlo per evitare un perfezionismo irraggiungibile e scadere nel pessimismo
che permea poi le immagini della nostra vita: vedere sempre “il lato oscuro”
delle cose implica l’immensa solitudine che avvolge chi vede sempre la sfumatura negativa di una cosa o di una situazione. Il grande Mark Twain disse che “tieniti alla larga da coloro che tentano di
sminuire le tue ambizioni. La gente piccola fa sempre così; le persone
veramente grandi, invece, ti fanno credere che anche tu potrai diventarlo”
ed è una frase sempre più vera perché chi soffre di questa “mania di competere”,
laddove non arriva la sua azione (né fisicamente, né intellettualmente), tende
a sminuire od a far degradare verso il basso le aspirazioni od i traguardi
altrui, vuoi per una sorta di gelosia recondita ed incosciente (dovuta ad
innumerevoli cause psicologiche), vuoi per timore di perdere il contatto con il
proprio sé che viene come accomodato sull’obiettivo irraggiungibile: è proprio
questo che ci costringe alla solitudine se non corriamo ai ripari prima
possibile, poiché saremo prima o poi rifiutati da chiunque entrerà in contatto
con la realtà ansiogena che ci portiamo dentro.
Per
far sì che tale “competizione nociva” non ci avvolga con il suo manto
opprimente, è importante continuare ad alimentare in modo sano la propria
autostima e comprendere che tutti siamo
unici e diversi e
soprattutto che nemmeno le situazioni o gli obiettivi che ci diamo in cui
viviamo sono i medesimi per tutti. Occorre, quindi, evitare la generalizzazione
incauta ed il giudizio che, sempre più spesso, va abbandonato, pena un
moralismo spietato che finisce per inchiodare noi stessi al giogo del “sentirsi
piccolo” o del credersi “limitato”.
Un aforisma molto citato, attribuito ad Ada Vigo, recita: “un uccello posato su un albero non ha mai
paura che il ramo si spezzi, perché la sua sicurezza non sta nel ramo, ma nelle
proprie ali” ed è, forse, questo il modo più utile con cui affrontare le
nostre necessità.

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