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martedì 19 marzo 2019

Riflessi di tempo


La vida no es la que uno vivió, sino la que uno recuerda y cómo la recuerda para contarla
(La vita non è ciò che si vive, ma quello che ricordi e come lo ricordi per dirlo)
[tratto da: Gabriel Garcia Marquéz, “Vivir para contarla”]


Stamani, cercando una chiave nel borsello che di solito porto sempre con me, trovo in una tasca un coltellino svizzero che un mio carissimo amico ha regalato per il mio compleanno; l’oggetto in questione, oltre che utile, è veramente di gran pregio perché fatto di materiale di prima qualità e di acciaio a dir poco eterno. Se poi si notano le lame a disposizione, si scopre che ha praticamente tutto, comprese le pinzette per le ciglia.
In uno spazio così piccolo sono racchiuse tante funzioni e l’utilità dell’oggetto è al limite del leggendario, tanto che nella nota serie TV degli anni ’80 e ‘90 “Mc Gyver” viene spesso impiegato per soluzioni al limite dell’inverosimile permettendo all’eroe di compiere strategie geniali e vincere le sue battaglie a colpi di intuizione e brillanti adattamenti.
In poco spazio, il mio coltellino svizzero, offre una marea di soluzioni.
È incredibile pensare che nella nostra scatola cranica, in quel “piccolo” contenitore, vi sia una sorta di complicato elaboratore dati che, meravigliosamente, lascia vivere ogni sfumatura del tempo: passato, presente e futuro; una sorta di “macchina virtuale” che richiama gli elementi che non esistono più, che decide per il presente e che immagina, con previsioni più o meno verosimili, il futuro.
In poco spazio è contenuto il segreto delle pieghe del tempo.
Kaplan, nel suo meraviglioso libro “Zero, storia di una cifra” scrisse: “ma noi, che non siamo semplici gazze, non foderiamo i nostri nidi con piume, ma con briciole di tempo” e credo questa sia la più bella descrizione di qualcosa che ancor’oggi a stento si comprende ma che, inevitabilmente, riflette in noi quella sensazione di eterno che percepiamo e, al tempo stesso, rifiutiamo perché fa spavento il solo pensarla dato che renderebbe inutile ogni nostro materiale affanno verso feticci che, alla fin fine, nemmeno ci appartengono.
Così, come il mio coltellino svizzero, anche noi possediamo un universo di soluzioni in un piccolo spazio ed è un’intera dimensione nella quale ci muoviamo quasi inconsapevolmente, dotati di una guida appena sufficiente perché quell’universo non ci soffochi e ci paralizzi con il suo tempo non-tempo.
Esistono una varietà infinita di trattati sul “tempo”, spesso affrontati da fisici di fama o da filosofi che, richiamando concetti classici, identificano la volatilità del concetto ed il paradosso che spesso avvolge il tema, dato che è completamente inesprimibile in una sua precisa descrizione, salvo l’esser totalmente materialisti ed annunciare al mondo (in primis al “nostro” mondo) che non esiste nient’altro che un’entropia crescente per cui il tempo è solo una grandezza fisica scalare dalla quale è impossibile sfuggire.
Nella parola “tempo”, però, si nasconde un simbolo vero e proprio che lancia il suo sguardo oltre le dimensioni del conosciuto, regalando valore ad ogni singolo impulso cerebrale che richiami un’idea o, più banalmente, una situazione del vissuto e la faccia vivere di nuovo con le medesime sensazioni e con la forte pressione emotiva di ciò che è stato e che, pur non essendo mai più, continua a rivivere in immagini, colori, suoni, profumi e percezioni che sfondano il confine dell’inesistente e creano letteralmente il vissuto nel vivere presente, sconvolgendo l’anima prima ed il corpo poi.
Vi è, nel “mio tempo” così come nel “vostro tempo”, una tensione dello spirito che spinge la mente in un mondo eterno che mai si spegne nonostante le pulsioni del quotidiano e che funziona quasi da specchio a doppia mandata, ossia come una superficie nella quale noi vediamo noi stessi, ma nelle varie sfaccettature assunte grazie alla vita che è passata, con le sue gioie ed i suoi dolori, con le pressioni dell’orgoglio e la bontà dell’anima, con la generosità o l’ipocrisia che, comunque ed inevitabilmente, ognuno ha sperimentato o compiuto suo malgrado.
È uno specchio, questo, che vive di una filosofia quasi orientale per cui gli opposti si armonizzano nel formare ciò che si è, un ballo incessante tra ciò che i cinesi antichi chiamavano Yin (il lato oscuro, freddo, femminile) ed Yang (la parte luminosa, calda, maschile) che si equilibrano istante dopo istante, necessari uno all’altro perché possa esistere eufonia nella musica della vita.
Questa sinfonia interiore che il “tempo” indica è pari alla melodia di composizioni eterne dove il silenzio tra le note funge da collante indispensabile affinché la musica stessa possa manifestarsi e dove compositore ed ascoltatore coincidono.
È in tal modo che è possibile “accettare” ciò che il nostro misterioso e complesso “elaboratore dati” mette a disposizione giorno dopo giorno e, mentre è comodo ed indolore progettare il futuro od adattarsi al presente, è difficile accettare il passato poiché, come scrive Giorgio Faletti nel suo libro “Io sono Dio”: “andare a caccia di ricordi non è mai un bell'affare... Quelli belli non li puoi più catturare e quelli brutti non li puoi uccidere”.
Non so se in effetti stia qui l’errore che permette una sofferenza non dovuta, ma personalmente credo non vi sia nulla da “uccidere”, ma da “accettare” così com’è, consapevoli che la necessità dell’oscuro rende meravigliosa la parte luminosa che, comunque, investe la nostra esistenza, al di là di ciò che è trascorso o che sta per venire. Cerchiamo sempre l’Amore, ma non ci rendiamo conto che questo è sempre lì, dentro di noi ed ovunque ci voltiamo a guardare, soprattutto nel tempo.
Lo respiriamo e lo coloriamo sempre, a volte con tinte più cupe, spesso con colori accesi che ci donano la felicità, seppure momentanea, e qualche giusta e doverosa lacrima perché noi, esseri umani, abbiamo anche questo bellissimo ed enorme dono: la Compassione.
È così, in questo giorno tradizionalmente dedicato ai papà, che ricordo mio padre e lo ricordo non con il dolore dei suoi ultimi attimi di vita, ma con serenità e con il sorriso di chi ha vissuto accanto ad una persona che ha sempre donato amore e serenità, nonostante tutto. Ricordo tutto di lui e lo rivivo istante dopo istante ogni volta che l’immagine sopraggiunge a me dai limiti estremi del mio tempo e scelgo… seleziono ciò che è bello da ciò che è brutto, lascio perdere le ferite ed esalto, nel mio essere, i sorrisi, la felicità ed il senso di esistere che ha tracciato con il suo passaggio in questa difficile dimensione.
Non nego ciò che è “oscuro”, lo accetto con serenità poiché senza di esso non poteva esistere quello che mi riempie il cuore di Amore verso colui che, nel bene o nel male, ha contribuito a far sì che io diventassi ciò che sono. Non vi è nulla da perdonare e niente per cui ringraziare, vi è solo quel dolce sorriso, a volte accompagnato dalla lacrima della malinconia, che, come il silenzio tra le note, compone la musica della mia vita. Ed in questo coccolo il mio “diverso sentire” tra le pieghe del tempo.
Sorrido poi perché, questo coltellino svizzero, sarebbe piaciuto tanto anche a lui…
Ciao papà…

Cos'è un ricordo? Qualcosa che hai o qualcosa che hai perso per sempre ?
(Isabelle Allende)


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