“La vida no
es la que uno vivió, sino la que uno recuerda y cómo la recuerda para contarla”
(La vita non è ciò che si vive, ma quello che
ricordi e come lo ricordi per dirlo)
[tratto da: Gabriel
Garcia Marquéz, “Vivir para contarla”]
Stamani, cercando una chiave nel borsello che di solito
porto sempre con me, trovo in una tasca un coltellino svizzero che un mio
carissimo amico ha regalato per il mio compleanno; l’oggetto in questione,
oltre che utile, è veramente di gran pregio perché fatto di materiale di prima
qualità e di acciaio a dir poco eterno. Se poi si notano le lame a
disposizione, si scopre che ha praticamente tutto, comprese le pinzette per le
ciglia.
In uno spazio così piccolo sono racchiuse tante funzioni e l’utilità
dell’oggetto è al limite del leggendario, tanto che nella nota serie TV degli
anni ’80 e ‘90 “Mc Gyver” viene spesso impiegato per soluzioni al limite dell’inverosimile
permettendo all’eroe di compiere strategie geniali e vincere le sue battaglie a
colpi di intuizione e brillanti adattamenti.
In poco spazio, il mio coltellino svizzero, offre una marea
di soluzioni.
È incredibile pensare che nella nostra scatola cranica, in
quel “piccolo” contenitore, vi sia una sorta di complicato elaboratore dati che,
meravigliosamente, lascia vivere ogni sfumatura del tempo: passato, presente e
futuro; una sorta di “macchina virtuale” che richiama gli elementi che non
esistono più, che decide per il presente e che immagina, con previsioni più o
meno verosimili, il futuro.
In poco spazio è contenuto il segreto delle pieghe del
tempo.
Kaplan, nel suo meraviglioso libro “Zero, storia di una
cifra” scrisse: “ma noi, che non siamo
semplici gazze, non foderiamo i nostri nidi con piume, ma con briciole di tempo”
e credo questa sia la più bella descrizione di qualcosa che ancor’oggi a stento
si comprende ma che, inevitabilmente, riflette in noi quella sensazione di
eterno che percepiamo e, al tempo stesso, rifiutiamo perché fa spavento il
solo pensarla dato che renderebbe inutile ogni nostro materiale affanno verso
feticci che, alla fin fine, nemmeno ci appartengono.
Così, come il mio coltellino svizzero, anche noi possediamo
un universo di soluzioni in un piccolo spazio ed è un’intera dimensione nella
quale ci muoviamo quasi inconsapevolmente, dotati di una guida appena
sufficiente perché quell’universo non ci soffochi e ci paralizzi con il suo
tempo non-tempo.
Esistono una varietà infinita di trattati sul “tempo”,
spesso affrontati da fisici di fama o da filosofi che, richiamando concetti
classici, identificano la volatilità del concetto ed il paradosso che spesso
avvolge il tema, dato che è completamente inesprimibile in una sua precisa
descrizione, salvo l’esser totalmente materialisti ed annunciare al mondo (in primis al “nostro” mondo) che non
esiste nient’altro che un’entropia crescente per cui il tempo è solo una
grandezza fisica scalare dalla quale è impossibile sfuggire.
Nella parola “tempo”, però, si nasconde un simbolo vero e
proprio che lancia il suo sguardo oltre le dimensioni del conosciuto, regalando
valore ad ogni singolo impulso cerebrale che richiami un’idea o, più
banalmente, una situazione del vissuto e la faccia vivere di nuovo con le
medesime sensazioni e con la forte pressione emotiva di ciò che è stato e che,
pur non essendo mai più, continua a rivivere in immagini, colori, suoni, profumi
e percezioni che sfondano il confine dell’inesistente e creano letteralmente il
vissuto nel vivere presente, sconvolgendo l’anima prima ed il corpo poi.
Vi è, nel “mio tempo” così come nel “vostro tempo”, una
tensione dello spirito che spinge la mente in un mondo eterno che mai si spegne
nonostante le pulsioni del quotidiano e che funziona quasi da specchio a doppia
mandata, ossia come una superficie nella quale noi vediamo noi stessi, ma nelle
varie sfaccettature assunte grazie alla vita che è passata, con le sue gioie ed
i suoi dolori, con le pressioni dell’orgoglio e la bontà dell’anima, con la
generosità o l’ipocrisia che, comunque ed inevitabilmente, ognuno ha
sperimentato o compiuto suo malgrado.
È uno specchio, questo, che vive di una filosofia quasi
orientale per cui gli opposti si armonizzano nel formare ciò che si è, un ballo
incessante tra ciò che i cinesi antichi chiamavano Yin (il lato oscuro, freddo,
femminile) ed Yang (la parte luminosa, calda, maschile) che si equilibrano
istante dopo istante, necessari uno all’altro perché possa esistere eufonia
nella musica della vita.
Questa sinfonia interiore che il “tempo” indica è pari alla
melodia di composizioni eterne dove il silenzio tra le note funge da collante
indispensabile affinché la musica stessa possa manifestarsi e dove compositore
ed ascoltatore coincidono.
È in tal modo che è possibile “accettare” ciò che il nostro
misterioso e complesso “elaboratore dati” mette a disposizione giorno dopo
giorno e, mentre è comodo ed indolore progettare il futuro od adattarsi al
presente, è difficile accettare il passato poiché, come scrive Giorgio Faletti
nel suo libro “Io sono Dio”: “andare a
caccia di ricordi non è mai un bell'affare... Quelli belli non li puoi più
catturare e quelli brutti non li puoi uccidere”.
Non so se in effetti stia qui l’errore che permette una
sofferenza non dovuta, ma personalmente credo non vi sia nulla da “uccidere”,
ma da “accettare” così com’è, consapevoli che la necessità dell’oscuro rende
meravigliosa la parte luminosa che, comunque, investe la nostra esistenza, al
di là di ciò che è trascorso o che sta per venire. Cerchiamo sempre l’Amore, ma
non ci rendiamo conto che questo è sempre lì, dentro di noi ed ovunque ci
voltiamo a guardare, soprattutto nel tempo.
Lo respiriamo e lo coloriamo sempre, a volte con tinte più
cupe, spesso con colori accesi che ci donano la felicità, seppure momentanea, e
qualche giusta e doverosa lacrima perché noi, esseri umani, abbiamo anche
questo bellissimo ed enorme dono: la Compassione.
È così, in questo giorno tradizionalmente dedicato ai papà,
che ricordo mio padre e lo ricordo non con il dolore dei suoi ultimi attimi di
vita, ma con serenità e con il sorriso di chi ha vissuto accanto ad una persona
che ha sempre donato amore e serenità, nonostante tutto. Ricordo tutto di lui e
lo rivivo istante dopo istante ogni volta che l’immagine sopraggiunge a me dai
limiti estremi del mio tempo e scelgo… seleziono ciò che è bello da ciò che è
brutto, lascio perdere le ferite ed esalto, nel mio essere, i sorrisi, la
felicità ed il senso di esistere che ha tracciato con il suo passaggio in
questa difficile dimensione.
Non nego ciò che è “oscuro”, lo accetto con serenità poiché
senza di esso non poteva esistere quello che mi riempie il cuore di Amore verso
colui che, nel bene o nel male, ha contribuito a far sì che io diventassi ciò
che sono. Non vi è nulla da perdonare e niente per cui ringraziare, vi è solo
quel dolce sorriso, a volte accompagnato dalla lacrima della malinconia, che,
come il silenzio tra le note, compone la musica della mia vita. Ed in questo
coccolo il mio “diverso sentire” tra le pieghe del tempo.
Sorrido poi perché, questo coltellino svizzero, sarebbe piaciuto
tanto anche a lui…
Ciao papà…
“Cos'è un ricordo? Qualcosa che hai o qualcosa che hai perso per sempre ?”
(Isabelle Allende)

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