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martedì 30 aprile 2019

"Quella notte non riuscivo a dormire": il buio dentro...


“Quella notte non riuscivo a dormire, ed era una cosa insolita per me.
Mi alzai dal letto di scatto. Fu come se una forza travolgente mi avesse sollevata all’improvviso. Avvertivo dentro di me un’energia che non avrei mai immaginato di possedere ancora. Cominciai a camminare ma non avevo idea di dove stessi andando, e non mi rendevo più nemmeno conto di trovarmi a casa mia. Tuttavia continuai ad avanzare con quel passo deciso, le mascelle serrate e i pugni stretti, rabbiosamente.
Non ero stanca, eppure affannavo. Mi sentivo tutta agitata, nervosa, e continuavo a chiedermi perché stessi facendo quello che facevo come se stessi assistendo a un film del quale io stessa ero la protagonista. Finché, a un tratto, misi a fuoco la vera sensazione che provavo: avevo paura. E anche se non sapevo da cosa, stavo fuggendo.
Anche il buio mi faceva uno strano effetto. Era come se mi ostacolasse fisicamente, come se mi pesasse addosso. Ci remavo dentro con le mani, per avanzare dovevo vincerne la resistenza. Mi sembrava di essere io a reggere la notte, ma non ce la facevo più e quasi mi schiacciava.
A un certo punto urtai una sedia, ma non cadde. E non caddi nemmeno io che rimasi aggrappata con le mani allo schienale. Immobile, ascoltavo il mio respiro nel buio. Ma mi faceva paura anche quello.
«Madonna mia, che sta succedendo?» mi disperavo. «Aiutami!».
All’improvviso sentii un rumore di passi, e allora credetti di essere perduta.
Se volevo salvarmi, dovevo assolutamente scappare. Me lo diceva il mio istinto, l’unica parte di me che funzionava ancora.
Ma intanto i rumori intorno a me si moltiplicavano. Sentii una porta che si apriva e poi sbatteva. Altri passi. E a un tratto una voce gridò: «Chi è?».
Nel buio vidi agitarsi un’ombra. Stavano per aggredirmi, allora presi la prima cosa che mi capitò a portata di mano e la scagliai nella direzione da cui proveniva quella voce.
«Mamma, ma che fai? Ma sei impazzita?» disse l’ombra con una voce rauca e, quasi nello stesso istante, s’accese una luce che mi colpì come uno schiaffo e mi accecò.
«Disgraziati!» risposi, gridando a mia volta: «Che volete da me, delinquenti!».
Sentivo parlare. O forse erano echi delle voci di prima. Ma in tutta quella confusione non distinguevo i volti e non riuscivo a contare le persone, il che mi faceva infuriare ancora di più. La paura si trasformò in rabbia. Mi sentivo bruciare dentro e allora cominciai a strapparmi i vestiti mentre la rabbia mi riempiva così velocemente che già traboccavo e non potevo più trattenerla.
«Mamma...» gemette l’ombra, «ma perché ti stai spogliando? Cosa fai?». Poi si avvicinò. Allora afferrai la teiera sul tavolino accanto a me e lo colpii in faccia. Vidi uscire il sangue dal sopracciglio.
Lui gridò per il dolore, ed ebbe un moto infantile di protesta: all’improvviso sembrava un bambino, aveva persino un che di familiare.
In quel momento, all’improvviso, a tradimento, qualcuno mi afferrò alle spalle e mi bloccò: e quello fu terribile. Tentai di liberarmi con tutte le mie forze. A uno gli sputai in faccia, a un altro, se era un altro, gli diedi un morso sulla mano. Lottai, finché le forze mi vennero meno.
Sentii un dolore acuto, intenso e breve nel braccio, poi mi sentii svenire.
Caddi quasi a peso morto ma le braccia che prima mi avevano immobilizzata ora mi sostenevano. Parecchie persone parlavano intorno a me. Mi girava la testa. Guardando dritto vedevo il soffitto: in che posizione ero?
Mi stavo calmando, ma in testa avevo un gran vuoto. Dalla bocca mi usciva una specie di lamento. Un balbettio senza senso.
Mi diedero un bicchiere d’acqua, ma quasi mi strozzai: non sapevo neanche più ingoiare.
Alla fine crollai del tutto. Gli occhi mi si chiusero da soli. E sapete qual è la cosa più strana? Che proprio mentre svenivo mi sembrò che in realtà mi risvegliavo. Che uscivo da quell’incubo”.
(tratto da: “Cosa prova un malato di Alzheimer” di Flavio Pagano, testo integrale reperibile al seguente indirizzo web: https://www.donnamoderna.com/news/societa/cosa-prova-un-malato-di-alzheimer)

Il breve racconto cui sopra è la ricostruzione delle sensazioni e delle emozioni che un malato di Alzheimer prova nella sua tormentata esistenza, una serie di percezioni degne di un film horror o un thriller alquanto angosciante.
L’8 gennaio dell’anno scorso, la Pfizer, grossa multinazionale farmaceutica, decide di attuare un disinvestimento sulla linea di ricerca dedicata alle malattie neurodegenerative, ossia alla malattia di Alzheimer ed al così detto morbo di Parkinson (https://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2018-01-08/pfizer-abbandona-l-alzheimer-ma-ricerca-frena-ricerca-mondiale-cerca-nuove-strade-182205.shtml?uuid=AEizW9dD).
La ragione di questa brusca frenata, che è costata circa 300 posizioni lavorative all’interno di tale multinazionale (nelle sedi di ricerca di Cambridge nel Massachusetts, Groton nel Connecticut e Andover), è stata giustificata dalla considerazione per cui resta una sorta di “chimera” sconfiggere una malattia come l’Alzheimer: gli sforzi per trovare una possibile cura a tale demenza sono stati costosi ma futili, almeno così ha spiegato la società, che ha quindi abbandonato la linea di ricerca. Lo stesso destino, purtroppo, toccherà anche alla ricerca contro il Parkinson, per il quale, al momento, non è stato ancora trovato un trattamento totalmente risolutivo. Alias: questa ricerca non produce molti profitti. Così, dopo la rinuncia della casa farmaceutica Merck (più o meno per gli stessi motivi) anche Pfizer si ritira (ritengo inutili gli annunci per cui la stessa sosterrà fondazioni o quant’altro: la linea di ricerca principale è stata oggetto di una frenata troppo brusca negli investimenti).
Purtroppo il 22 marzo di quest’anno anche altre due case farmaceutiche hanno abbandonato tale linea di ricerca: la Biogen americana e la Esai giapponese (http://investors.biogen.com/news-releases/news-release-details/biogen-and-eisai-discontinue-phase-3-engage-and-emerge-trials).
Il loro prodotto, un anticorpo monoclonale chiamato “aducanumab”, benché ritenuto promettente, ha fallito i trial clinici non riuscendo efficacemente ad agire nei confronti del killer silenzioso tipico di tali neurodegenerazioni: la proteina amiloide (nel caso dell’Alzheimer, la beta-amiloide).
L’aducanumab si era rivelato utile nel rimuovere le "placche" causate dalla beta-amiloide, con livelli di efficacia superiori rispetto a quelli di altri farmaci. I nuovi test avrebbero dovuto coinvolgere un campione di persone con evidenti problemi cognitivi e placche amiloidi nel loro cervello, ma le due aziende non hanno fornito molti altri dettagli sulla decisione di bloccare tale sperimentazione. Voci non ben identificate dichiarano che la ragione di tale sospensione risiede nel fatto che il campione scelto per i test sia affetto da una fase iniziale di Alzheimer e non adatto alla sperimentazione poiché l’anticorpo monoclonale (l’aducanumab) è inefficiente su chi ha già sviluppato la malattia.
Ovviamente questa sembra più che altro una “scusa” che giustifica il ritiro che, magari, si basa su ben altro (a “pensar male” potremmo ipotizzare, anche in questo caso, scarsi profitti).
Arrivato a questo punto dello scritto, tralascio volontariamente l’analisi della carenza di Etica (anzi, la totale assenza) che identifica queste scelte e che vede, ancora una volta, la logica del “mercato” e del “profitto” superare il valore dell’uomo, trascinando quest’ultimo verso livelli infimi: parlare di questo significherebbe scrivere un altro articolo.
Le malattie neurodegenerative, oggetto della nostra discussione, come descritto sopra, basano la loro funzione patologica sulla presenza della proteina “perversa” detta "amiloide" che, nel caso dell’Alzheimer (ma anche del Parkinson, se pur con diverse sfumature), danneggia i neuroni provocando tragedie come quella del racconto riportato poc’anzi. È molto probabile che il sistema immunitario rivesta un ruolo fondamentale nella generazione della malattia e che molte interconnessioni siano necessarie affinché l’amiloide si generi e crei la patologia. Un esempio di tali connessioni è la proteina detta “tau” che provvede all'eliminazione delle sostanze tossiche all'interno dei neuroni: se non funziona correttamente, alcune proteine beta-amiloidi restano dentro la cellula, creando degenerazione prima e morte poi. Quando “tau” assume una conformazione anomala, l’espulsione dalla cellula nervosa degli scarti metabolici non si realizza e questo porta all’accumulo, dentro il neurone, di varie proteine, tra cui la beta-amiloide.
La cellula nervosa non si arrende e tenta comunque di espellere le proteine tossiche attraverso altri meccanismi che, ahimé, risultano poco efficienti, e non riescono nella totale eliminazione, ma non solo: nemmeno bloccano l’adesione delle proteine beta-amiloidi (per loro natura “appiccicose”) che aderiscono una all'altra, formando le tipiche placche attorno ai neuroni.
Secondo uno studio (https://molecularneurodegeneration.biomedcentral.com/articles/10.1186/1750-1326-4-13), però, non sarebbero tali “placche” ad uccidere i neuroni, ma quelle proteine beta-amiloidi che sono rimaste nella cellula dove continuano la loro azione tossica.
Inoltre, il funzionamento perverso della proteina “tau” può essere più o meno marcato e ciò spiegherebbe come mai in alcune persone si sviluppano delle placche beta-amiloidi senza che vi sia un decadimento mentale.  
Da tutto questo è comprensibile come una linea di ricerca non si possa basare solo su di una visione “riduzionistica” del problema, ma debba affrontare una visione globale che può risultare a tratti scoraggiante, anche se di indubbio fascino.
Vi è speranza per una comprensione ulteriore del sistema biologico imposto dalla malattia e realizzare una possibile cura ? Esistono segnali incoraggianti per cui sia possibile sperare in una ripresa più vigorosa della linea di ricerca ?
A mio modesto parere i segnali esistono e sono generati da una ricerca interessante condotta da Maria Llorens-Martin, neurobiologa molecolare della Universidad Autònoma de Madrid, nella quale si evidenzia la formazione di nuovi neuroni (detta “neurogenesi”) in soggetti adulti ed addirittura in età senile (87 anni). Lo studio, pubblicato sulla prestigiosa rivista “Nature Medicine” (https://www.nature.com/articles/s41591-019-0375-9), rivela la formazione di “giovani neuroni” in una struttura cerebrale detta “ippocampo” che prima non erano stati evidenziati a causa del trattamento riservato ai cervelli in esame: la conservazione a lungo in formaldeide altera la struttura cellulare e rende difficile l’identificazione delle proteine tipiche di un neurone “immaturo”. La scienziata, operando invece un trattamento di conservazione in formaldeide molto breve (inferiore alle 24 ore), è riuscita a notare al microscopio neuroni tondi e turgidi, tipico aspetto delle cellule “giovani”, ed a caratterizzare biochimicamente tali elementi.
La scoperta è senza dubbio eccezionale (anche se, in verità, conferma ipotesi precedenti), ma quello che colpisce nell’articolo è che nei malati di Alzheimer i neuroni “immaturi” sono molto più scarsi che nelle persone sane di pari età, con un calo medio del 30 %; tale diminuzione, inoltre, è maggiore tanto più è avanzata la malattia !
Ecco il punto: dato che le linee precedenti di ricerca hanno più o meno fallito, è forse il caso di provare a concentrarsi sul declino della neurogenesi per ottenere terapie efficaci (sempre che ulteriori studi confermino quanto detto da Llorens-Martin) e riattivare investimenti in tal senso poiché, contrariamente a quanto sostengono i “mercati” o gli “investitori” spesso spietati, in Biologia vale il famoso aforisma di Khalil Gibran: “Nulla impedirà al sole di sorgere ancora, nemmeno la notte più buia. Perché oltre la nera cortina della notte c'è un'alba che ci aspetta.




giovedì 18 aprile 2019

Il cervello non muore mai ?


Stamani, sulla prestigiosa rivista “Nature”, è uscito un articolo nel quale si riporta un esperimento in cui sono state ripristinate le funzioni cellulari cerebrali di cervelli di animali (in questo caso maiali) dopo quattro ore dal decesso (https://www.nature.com/articles/d41586-019-01216-4).
La notizia è oltremodo interessante ed ha subito suscitato diversi commenti di tono differente che vanno dall’incredulo allo sconvolto poiché trattare di “ripristino” funzionale post-mortem rende tutti alquanto “suscettibili”. L’articolo scientifico relativo all’esperimento (scaricabile se abbonati alla rivista: https://www.nature.com/articles/s41586-019-1099-1) è piuttosto intrigante e dall’abstract si legge che, grazie ad un sistema che permette il ripristino del microcircolo cerebrale dal nome “Brain-Ex”(abbreviato con “BEx”), si riesce ad osservare “the preservation of cytoarchitecture; attenuation of cell death; and restoration of vascular dilatory and glial inflammatory responses, spontaneous synaptic activity, and active cerebral metabolism in the absence of global electrocorticographic activity.  These findings demonstrate that under appropriate conditions the isolated, intact large mammalian brain possesses an underappreciated capacity for restoration of microcirculation and molecular and cellular activity after a prolonged post-mortem interval” (“la conservazione della citoarchitettura; attenuazione della morte cellulare; e ripristino delle risposte infiammatorie dilatatorie e gliali vascolari, attività sinaptica spontanea e metabolismo cerebrale attivo in assenza di attività elettrocorticografica globale. Questi risultati dimostrano che in condizioni appropriate il cervello di mammifero isolato e intatto possiede una capacità sottovalutata per il ripristino della microcircolazione e dell'attività molecolare e cellulare dopo un prolungato intervallo post-mortem”).
Altre peculiarità biologiche riportate nell’articolo (che qui evito di citare) indicano come sia in realtà possibile un recupero biochimico-funzionale delle strutture interessate dopo un danno che l’assenza di circolazione sanguigna e mancanza di ossigeno cerebrale inducono come reazione dopo la morte.
A quanto sembra le cellule (e probabilmente la struttura stessa) può sempre manifestare una forma di “recupero” anche dopo quattro ore dall’avvenuto decesso, grazie ad opportuna perfusione, sino a mostrare un ripristino metabolico e di attività elettrofisiologica cellulare, compresa la termoregolazione, preservando l’integrità tissutale.
Chiunque sia appassionato di Neurobiologia (compreso il sottoscritto, lo ammetto) si trova a leggere una serie di dati molto interessanti che aprono, biochimicamente e neurofisiologicamente, nuovi ed appassionanti interrogativi.
Sembra che il dottor Frankenstein, alla fine, non abbia così torto e che al posto del fulmine rigeneratore vi sia “BrainEx” con la sua potente ed intelligente tecnologia.
Le cose, però, non stanno proprio così.
In verità, siamo ben lungi dal “rianimare” un individuo post-mortem come nei migliori film horror e questo esperimento non tratta tanto del ripristino mentale globale (manca l’attività elettrocorticale globale, ad esempio), quanto della possibilità di agire su distretti colpiti patologicamente da un danno ipossico (per carenza di ossigeno) come l’ictus o l’ischemia; lo studio, difatti, riporta nelle sue conclusioni che “overall, the ability to utilize this technology to investigate neurophysiological recovery of the brain following global anoxia or ischaemia provides the basis for a new class of tools. We have found encouraging evidence that brings into question the time-course and cessation of molecular and cellular brain functions following prolonged circulatory arrest. Future studies and considerations will spur further development and implementation of this technology to study broad scientific questions in the large, mammalian brain” (“nel complesso, la capacità di utilizzare questa tecnologia per studiare il recupero neurofisiologico del cervello in seguito all'anossia globale o all'ischemia fornisce la base per una nuova classe di strumenti. Abbiamo trovato prove incoraggianti che mettono in discussione il corso del tempo e la cessazione delle funzioni cerebrali molecolari e cellulari dopo un prolungato arresto circolatorio. Studi e considerazioni futuri stimoleranno lo sviluppo e l'implementazione di questa tecnologia per studiare ampie questioni scientifiche nel grande cervello dei mammiferi”) ed ovviamente, trattandosi del cervello, mette in guarda considerando le implicazioni etiche che vi sono nel riportare alla funzionalità certi elementi cerebrali definitivamente compromessi: “this possibility raises important ethical considerations that must be addressed by researchers, institutional boards, and funding agencies, requiring the establishment of unambiguous standard operating procedures to preclude the possibility of re-activating and maintaining remnant wareness or brain functions that may result in inadvertent suffering” (“questa possibilità solleva importanti considerazioni etiche che devono essere affrontate dai ricercatori, dai consigli istituzionali e dalle agenzie di finanziamento, che richiedono l'instaurazione di procedure operative standard inequivocabili per impedire la possibilità di riattivare e mantenere le restanti capacità o funzioni cerebrali che possono causare sofferenze involontarie”) citando un altro interessante articolo prodotto da Farahany, N. A. et al.: Farahany, N. A. et al. “The ethics of experimenting with human brain tissue” Nature 556, 429–432 (2018).
Se sia possibile ristabilire un’attività cerebrale elettroencefalica post-trattamento ancora non è chiaro e molti dubbi rimangono sulla funzionalità effettiva dell’organo isolato e sottoposto alla tecnologia BEx: “in the absence of longer perfusion studies, it is still unclear whether the technology we describe is capable of restoring global ECoG activity in the isolated brain. However, the inclusion of various antagonists in the BEx perfusate might exert an overall inhibitory tone within the brain, further dampening global network activity (“in assenza di studi di perfusione più lunghi, non è ancora chiaro se la tecnologia che descriviamo sia in grado di ripristinare l'attività ECoG globale nel cervello isolato. Tuttavia, l'inclusione di vari antagonisti nel perfusato BEx potrebbe esercitare un tono inibitorio generale all'interno del cervello, indebolendo ulteriormente l'attività della rete globale”) tanto che il complesso sistema di reti neuronali di elaborazione non sembra possa essere a sufficienza ripristinato.
Interessante, nell’esperimento, è anche la risposta infiammatoria da parte della microglia cerebrale (che funge da sistema immunitario del distretto) quando l’organo perfuso da BEx viene iniettato con lipopolisaccaride, indicando pure una certa reattività ad elementi esterni.
Certo, non dovete pensare ad un bel cervello intero a cui viene fatto di tutto, ma ad una serie di piccole “fette” su cui sono state condotte prove e verificati dati elettrochimici e il nostro povero cervello sembra, in tal modo, più un salame affettato che l’organo principe delle ricostruzioni alla Dario Argento. Siamo quindi ad una svolta epocale ?
Forse… sicuramente siamo più vicini alla comprensione di qualcosa di insolito e collocato ad un limite che ci pone di fronte a tanti interrogativi sulla nostra vera “sostanza” che ci costituisce ed identifica come individuo prima ed essere umano poi, ma attenzione: lo studio non indica certo la possibilità di far “risorgere” chi è defunto o la realizzazione quasi “fantasy” del trasferimento di coscienza o della modificazione animica !
Quello che qui viene proposto non riguarda la religiosità o le credenze di ognuno di noi, ma fatti biologici che possono esser impiegati sia per una ricerca scientifica su quello che risulta essere uno dei sistemi più complessi del vivente, sia per una possibile cura per malattie altamente invalidanti e potenzialmente letali e sperimentare nuovi farmaci; nel caso dell’uomo potrebbe esser possibile ritardare la neurodegenerazione tipica di tante malattie (Alzheimer, Parkinson, etc…) permettendo ricerche ad oggi non realizzabili dato che le tecniche di conservazione tissutale in uso impiegano processi (il “freezing”, ad esempio) che modificano la struttura cellulare in modo irreversibile.  


lunedì 15 aprile 2019

Cogli l'attimo o mio capitano !


“Perché sono salito quassù? Chi indovina?”
“Per sentirsi alto”.
“No. Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo sempre guardare le cose da angolazioni diverse. E il mondo appare diverso da quassù. Non vi ho convinti? Venite a vedere voi stessi. Coraggio! È proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un’altra prospettiva”.
(Dal film “L’attimo fuggente”, 1989)

Le battute sopra scritte sono riprese da un dialogo tratto dal bellissimo film “L’attimo fuggente” del 1989 dove un superbo (ed inarrivabile) Robin Williams veste i panni di un illuminato docente di letteratura dal nome John Keating, trasferito in un college maschile nell’anno 1959.
Ormai è famosa la citazione (tratta da un aforisma latino espresso nelle Odi di Orazio) “carpe diem, cogliete l'attimo ragazzi, rendete straordinaria la vostra vita” tesa a stimolare un atto quasi di ribellione nei confronti di una società stereotipata dove si nega il flusso dei talenti e delle passioni a pro di strutture ormai consolidate e, spesso, al limite del patologico.
Quel “carpe diem”, che Orazio completa con “quam minimum credula postero”, ossia “confida meno possibile nel domani”, è stato spesso oggetto di traduzioni devianti che allontanano dal senso implicito della filosofia espressa nell’intera frase, cioè a godere giorno per giorno dai doni offerti dalla vita, visto che il futuro non è assolutamente prevedibile. Non è una sorta di invito alla ricerca del puro e semplice piacere (esaltando il flebile e impermanente momento), ma ad apprezzare intensamente ciò che si ha, ciò che questa esistenza spesso ci porta a trascurare e ad ascoltare il nostro profondo, il nostro daimon come il famoso psicologo Hillmann cita nei suoi saggi scritti.
Quel “cogli il giorno” non è esaltazione del divertimento spensierato senza considerazione della vita che scorre, ma l’esatto opposto: la vita che scorre rende necessario cogliere le sue minime sfaccettature, tenendo stretto ciò che è bello ed utile e lasciando andare ciò che resta a noi negativo, pur considerandone l’esistenza (e possibilmente porvi rimedio).
L’atto che rende veramente “ribelle” questa citazione è quello compiuto dal professor Keating: guardare le cose da angolazioni diverse, leggere il mondo coi propri occhi e grazie al proprio anelito del cuore, senza che le oppressioni meccanicistiche implicite in una società materiale come la nostra, possa spezzare le ali ad un volo a noi destinato.
Alfred Tennyson, barone e poeta inglese, scrisse nella sua opera “Idilli del re” del 1885: “Venite amici, che non è tardi per scoprire un nuovo mondo. Io vi propongo di andare più in là dell’orizzonte, e se anche non abbiamo l’energia che in giorni lontani mosse la terra e il cielo, siamo ancora gli stessi. Unica, eguale tempra di eroici cuori, indeboliti forse dal fato, ma con ancora la voglia di combattere, di cercare, di trovare, e di non cedere” ed è forse la frase che più descrive la forza implicita nel “carpe diem” che spinge ognuno di noi in un movimento centripeto verso il proprio angolo interiore dove sta nascosta la vera essenza del Sé.
Sempre nel film “L’attimo fuggente”, il professore cita l’opera di Henry David Thoreau (filosofo americano) “Walden ovvero Vita nei boschi” con la frase: “Molti uomini hanno una vita di quieta disperazione ed è una realtà che tocca quotidianamente ognuno di noi. Non possiamo certo esser proni a questo ! Nessuno lo deve essere !
Ed è lì che entra in gioco il nostro personale “carpe diem”.
Quell’attimo che fugge non è solo il mancato piacere, ma la fallita realizzazione di Sé, la spinta interiore che, frustrata dalle imposizioni che non ci appartengono, risulta legata a paletti di carta dei quali non vogliamo disfarci.
Non possiamo far finta di nulla od adeguarci a ciò che non ci appartiene od anche che magari ci apparteneva prima, ma ora non più. Non possiamo inibire il grido di libertà interiore che dobbiamo sempre lanciare quando si inciampa sui sassi di una via che non fa parte di noi e che percorriamo quasi inconsapevoli e macinati da un inesorabile trascorrere del tempo.
Quell’urlo di libertà va lanciato, sempre e comunque !
È in tal modo che quell’attimo che riusciamo a cogliere rende straordinaria un’intera vita !
Non sappiamo quando e se mai si ripeterà quella situazione e se la nostra esistenza virerà verso ciò che ci è dovuto o che noi dobbiamo a noi stessi, forse quel momento è davvero unico ed irripetibile, ma non esiste un ulteriore tempo a disposizione, non abbiamo un “secondo tempo” e nemmeno un “intervallo”.
Abbiamo solo la forza del nostro cuore in “quel” momento… e non è poco !