Lo scrittore e duca francese François de La Rochefoucauld, nella sua opera del 1678
intitolata “Massime”, scrisse: “il modo
più sicuro di essere ingannati è credersi più furbi degli altri” ed
è la speranza che regna sovrana in chi si occupa di Oncologia Molecolare ed è
dedito nella comprensione del funzionamento del tumore per cercare di “imbrigliare
la bestia”.
Nelle nostre cellule, in
condizioni “normali”, vi è (ovviamente) necessità di produrre energia per il
funzionamento del nostro organismo ed una buona parte di questa si ottiene grazie
ad un noto combustibile: il glucosio.
È un meccanismo un po’ complesso
ma che possiamo brevemente riassumere, dando un’idea approssimativa, con un
processo diviso in due fasi: una prima fase detta glicolisi dove lo
stesso zucchero viene “ossidato” in un composto ad alto contenuto energetico detto
piruvato ed una seconda fase che, a sua volta, si suddivide in altri due
stadi a seconda della presenza di ossigeno o meno.
In condizioni aerobiche (in presenza
di ossigeno) il piruvato ottenuto dalla prima fase (glicolisi) viene ulteriormente
“ossidato”, ottenendo una buona quantità di un composto piuttosto noto detto ATP
(adenosin trifosfato) che è la nostra “moneta energetica spendibile” per le nostre
necessità organiche.
In condizioni anaerobiche (in
assenza di ossigeno) avviene ciò che si definisce fermentazione, ossia
la produzione di ATP senza entrare nel ciclo cui sopra e ricavare a nostra “moneta”
grazie alla formazione di una sorta di intermedi quali l’acido lattico
(lattato) e l’etanolo con anidride carbonica.
Tutti abbiamo un’idea o, più che
altro, la diretta esperienza di cosa significhino queste ultime due situazioni:
basta correre alla massima velocità per circa un minuto oppure bere una birra
assieme agli amici; nel primo caso l’acido lattico formato costringerà a
fermarci mentre nel secondo caso l’etanolo e l’anidride carbonica ci faranno
apprezzare la bevanda (e, cosa più importante, gli amici vi faranno amare la
serata).
Per arrivare a queste soluzioni,
il glucosio ha necessità di tanti passaggi dove l’energia prodotta grazie alla
sua “ossidazione” si conserva in gran parte nelle molecole che risultano dalle
varie reazioni chimiche del processo. Nella glicolisi (la prima fase) vi sono
alcuni composti ad “alta energia” ma, ai fini dello scritto, conviene
ricordarne solo uno: il fosfoenolpiruvato, nome complicato e lungo che
possiamo abbreviare con PEP.
Questo composto, nella catena di reazioni della glicolisi,
appare subito prima del nostro amato piruvato ed è proprio lui, il PEP, che da
origine al piruvato stesso.
Perché tali reazioni avvengano
vi è necessità di particolari proteine che “catalizzano”, ossia promuovono e
velocizzano, tali processi "reattivi": gli enzimi.
In particolare, l’enzima
che presiede alla formazione del piruvato dal PEP viene indicato con piruvato
chinasi.
Lo so e vi capisco: ci si può
perdere in tutto questo, ma vi assicuro che non è poi così complesso.
Bene, ora che abbiamo dato una veloce occhiata alle cellule “normali”,
vediamo cosa accade a quelle tumorali.
Nelle cellule “traditrici” il sistema impiegato per generare
energia privilegia un utilizzo del glucosio in assenza di ossigeno che, dopo la
prima fase della glicolisi, produce lattato, un fenomeno noto come “Effetto
Warburg”, nome che deriva dallo scienziato che lo scoprì (Otto Warburg, Nobel
per la Medicina nel 1931) e dato che l’attività di queste cellule è piuttosto
intensa, di glucosio ne viene consumato parecchio così come viene prodotto
parecchio lattato.
Il pensiero comune era quello per cui, nonostante la “strana”
scelta metabolica delle cellule tumorali, le cose funzionassero più o meno nel
modo descritto, ossia: PEP – piruvato – lattato, ma alcuni biologi del MIT e
della Harvard University hanno scoperto una sorta di astuzia operata da chi
tradisce nell’ombra: le cellule tumorali attivano una via “alternativa” che
permette a queste un alto tasso di proliferazione (ossia “di riproduzione”). Matthew
Vander Heiden, Jason W. Locasale ed
altri colleghi (http://www.sciencemag.org/cgi/content/abstract/329/5998/1492)
hanno visto che queste cellule “vigliacche” letteralmente rimpiazzano l’enzima
piruvato chinasi con due versioni di un altro enzima dette: PMK1 e PMK2 che
partecipano agli ultimi passaggi della glicolisi ed in particolare proprio alla
formazione del piruvato dal PEP.
I ricercatori hanno scoperto che proprio il PEP, nelle
cellule tumorali, è coinvolto anche in altri meccanismi di “feedback” (per la
maggior parte ancora ignoti) che addirittura possono “ovviare” alle ultime fasi
della glicolisi in un modo, permettetemi, un po’ sconcertante.
L’espressione dell’enzima PMK2, nel tumore, non è molto “attiva”
e ciò consente l’accumulo di PEP (si produce poco piruvato) che, in qualche
modo, aumenta l’attività un altro enzima detto PGAM (fosfoglicerato mutasi)
importante in un passaggio precedente alla produzione di PEP nella nostra glicolisi (da 3-fosfoglicerato
a 2-fosfoglicerato: lo so, non vi cambia nulla, ma vi garantisco che è
carino saperlo). Tale enzima, con un effetto retroattivo, aumenta la produzione
del PEP stesso in un circolo vizioso: tanto più PEP la cellula tumorale
possiede, tanto più PEP produce.
Questo fatto, di per sé un comportamento idiota se volete,
permette invece l’accumulo di un altro prodotto intermedio: il 3-fosfoglicerato
(ve l’avevo detto che era carino saperlo...) e questa molecola viene
furbescamente dirottata in una via alternativa che, fungendo da segnale,
permette una sintesi alternativa di DNA (informazione genetica) che entra a far
parte di nuove cellule tumorali, permettendone la generazione. Ecco la furbizia che inganna: “guardavamo il
dito e non la luna” ossia esistono una serie di “sottoprodotti” che, invece,
divengono “prodotti promotori” dell’evoluzione del tumore.
Farmaci che “attivano” PMK2, pertanto, potrebbero esser
utili poiché bloccherebbero il “cammino alternativo” impedendo la produzione di
nuove cellule tumorali.
A volte la furbizia di qualcuno permette l’ingegno di altri.
PS: nelle linee guida OMS riguardo il supporto alla terapia oncologica, si sta promuovendo sempre di più l’attività
fisica adattata come elemento centrale poiché, per meccanismi ancora non del tutto
chiari, oltre a tenere sotto controllo il consumo di glucosio e la “fatica”
indotta dalla patologia, permette una sorta di armonizzazione metabolica dell’organismo.

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