Cerca nel blog

giovedì 26 marzo 2020

Astuzie finanziare da quarantena


È uno stato “sospeso”, una bolla esistenziale assurda.
Mentre la città è vuota, totalmente silente, si consumano lentamente i funerali delle varie attività commerciali e delle professioni che non ce la faranno a riaprire dopo questa quarantena, mentre l’incertezza regna ovunque, sia tra chi un lavoro l’aveva già e tra chi ha coraggiosamente aperto una partita IVA per svolgere un’attività.
Alcune aziende sono in ginocchio perché bloccare una qualsiasi produzione per più di un mese significa, per molti, non aver più soldi per pagare i dipendenti e le varie tasse.
In questa situazione allucinante, sparsa ovunque nel globo, occorre uno sforzo congiunto ed eticamente condiviso nel far sì che una rinuncia al profitto segni il passo verso una ridistribuzione equa del denaro necessario per affrontare questa grave situazione sociale: occorre che la logica del capitalismo e del consumismo cessi la sua azione distruttiva e si inneschi la spinta etica del bene comune da difendere a tutti i costi (la salute). In questa difficile situazione, la speculazione finanziaria e l’aggressività “gestionale” nei confronti dei lavoratori dipendenti, già in forte tensione per un’emergenza sanitaria, sono da configurarsi come azioni criminali e, mentre molte aziende sono veramente in forte difficoltà, altri gruppi imprenditoriali, dotati di “astuzia da mercato” e fondi da investire, assumono un comportamento a dir poco vergognoso.
In condizioni normali, ossia nella vita di tutti i giorni quando la “filosofia del bar” e le “scienze politiche dell’edicola” dominano la scena tra uno spritz ed il quotidiano della domenica mattina, si potrebbe anche sorvolare (scuotendo il capo) sulla stupidaggine che ormai è divenuta il luogo comune dello stolto: “che ci vuoi fare ? Tanto ormai lo possono fare… non ci si può far nulla !”, ma in questo momento drammatico no ! Non possiamo assolutamente cedere a queste idiozie.
Ad esempio, cosa pensereste di un gruppo imprenditoriale che per anni ed anni ha avuto utili milionari (centinaia di milioni) senza aver “catene di produzione” ma solo una “gestione di servizi” che, nel momento di crisi attuale, invece di avere un comportamento responsabile ed etico nei confronti dei lavoratori (e conseguentemente della società tutta) chiede la cassa integrazione in deroga per bilanciare le perdite economiche (inevitabili per tutti in questa situazione) ed assicurare comunque i dividendi azionari ? Magari, in tal modo, togliendo l’opportunità di usufruire della stessa cassa integrazione ad imprese che veramente sono in crisi finanziaria ?
Voi penserete che sia un’invenzione, che questo non possa accadere e che, alla fine, chi veramente ha avuto di più in tutti questi anni, adesso possa “aiutare”… invece no ! Il “caso” esiste e si riferisce ad una concessionaria autostradale, ossia una delle società che gestisce un bene pubblico quale quello costituito dalle autostrade italiane. La giustificazione per cui “il traffico è calato drasticamente” è pari a quella del fornaio per cui “si vende meno pane… la gente non esce più”, senza parlare di coloro che le saracinesche hanno dovuto abbassarle senza sapere quando le rialzeranno (e come… ossia se per sgomberare i locali o tentare di ripartire…). Se andate a dare una “sbirciatina” ai bilanci di queste società, vi rendete conto dell’enorme guadagno ricavato in tutti questi anni e se poi pensate alle disavventure (in alcuni casi tragedie) occorse negli ultimi tempi per carenze di manutenzione e “risparmi” sulla gestione fondamentale dell’infrastruttura, il solo pensiero che tali “gruppi” possano chiedere una cassa integrazione per bilanciare le “perdite”, fa venire la pelle d’oca e, sinceramente, non accetto più il “ma che ci vuoi fare ? Glielo permettono…”.
Questa triste storia fa venire in mente una frase di Errico Malatesta, uno dei maggiori teorici del movimento anarchico, in cui disse: “Se vi sono classi e individui privi dei mezzi di produzione e quindi dipendenti da chi quei mezzi ha monopolizzati, il cosiddetto regime democratico non può essere che una menzogna atta a ingannare e render docile la massa dei governati con una larva di supposta sovranità, e così salvare e consolidare il dominio della classe privilegiata e dominante. E tale è, ed è sempre stata, la democrazia in regime capitalistico qualunque sia la forma ch'essa prende, dal governo costituzionale monarchico al preteso governo diretto” (tratto da E. Malatesta, “Né democratici, né dittatoriali: anarchici”, 1926) e ricorda molto certe attuali condizioni grazie alle quali gli “squali” della finanza hanno grattato il fondo dello stato sociale.
Certo, non abbiamo fulgidi esempi di intelligenza operativa fuori dal nostro paese: la tanto amata Unione Europea non sta dimostrando una “solidarietà” costruttiva, anche se per anni ha preteso una “solidarietà” del tutto economica, mettendo adesso a rischio la tenuta di tutto il sistema (basta pensare alla richiesta di utilizzo del fondo “salva-stati” Mes: Italia, Spagna e Francia lo chiedono ad alta voce, la Germania tace sorniona mentre Austria ed Olanda non vorrebbero aderire) e lasciando intendere che il “sogno europeo”, in realtà, si basava solo su di una moneta e non su valori condivisi, oppure la BCE che, tramite la sua presidentessa Lagarde dichiara che “non siamo qui per chiudere gli spread”,  ossia: non è mio compito occuparmi di quel che succede ai titoli di stato del paese più colpito dall’epidemia (ossia noi, l’Italia), mostrando la freddezza e la mancanza di umanità che, in questo momento, hanno un valore molto superiore all’Euro.
Forse, solo per questo possiamo non meravigliarci se “falsi-imprenditori” chiedono, dopo anni di introiti milionari (ed investimenti esteri), la cassa integrazione in deroga togliendo la possibilità di usufruirne a chi ne ha realmente bisogno (perché, magari, non ha azioni quotate in borsa, ma solo dipendenti da salvaguardare).
Ci si può solo augurare che lo stato, adesso, prenda posizione e veramente si sinceri di chi ha necessità di aderire a tale opportunità oppure chi vuole usare indebitamente il provvedimento.
Se ciò non avvenisse, allora avrebbe davvero ragione Malatesta nel suo ormai famoso aforisma: “Lo Stato è come la religione, vale se la gente ci crede”.



Nessun commento:

Posta un commento