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martedì 24 marzo 2020

Distopia in tempi di quarantena


Iniziò tutto così: con un virus che nessuno conosceva e mise in panico tutti, dalla comunità scientifica ai politici che, inetti e con grandi aspirazioni totalitaristiche, governarono una nazione intera senza avere idea di quello che stava accadendo.
Il sistema sanitario nazionale era ormai collassato, ma lo era già da tempo visti i tagli economici operati e la corruzione dilagante che aveva fatto scappare i medici migliori verso servizi sanitari privati a cui non tutti potevano accedere dati i costi esosi.
Così, quando lo sciame virale colpì il paese, non vi erano posti letto a sufficienza ed il personale era ridotto all’osso costringendo a sforzi sovraumani.
Iniziarono i proclami ed i vari decreti di urgenza che limitarono la libertà di ognuno: in un primo momento erano più che corretti, visto il caos che regnava nel mondo, e le restrizioni comportarono benefici nel ridurre il contagio. I decreti del governo uscivano quasi col contagocce: nel giro di quattro settimane ne vennero emanati ben tre ! Il caos che ne conseguì è intuibile: blocchi forzati delle attività, prima solo alcune, poi sempre di più sino ad arrivare alle attività produttive primarie. Restarono però aperte alcune tipologie commerciali che apparentemente non servivano, come edicole e tabaccai, con la scusa che comunque le bollette andavano pagate… lentamente si capì che, in quelle condizioni, i soldi per pagare le bollette iniziavano a scarseggiare.
La mattina presto si sentiva suonare dalle finestre del vicinato l’inno nazionale e bandiere erano esposte in tanti balconi, quasi come un rigurgito nazionalista di antica memoria che il popolo metteva in campo per scacciare il nemico invisibile che, evidentemente, se ne fregava di inni, bandiere e proclami. Si inneggiò agli “eroi” (e in molti lo furono veramente, soprattutto medici ed infermieri), ma nessuno comprese che quando si ha bisogno di “eroi” significa che tutto è andato male e solo l’estrema soluzione (o l’estremo sacrificio) può risolvere. “Quando ci sono gli eroi, siamo nella merda” disse un mio caro amico ed aveva ragione.
L’epidemia avanzò rapidamente e si portò via migliaia di vite, per lo più persone anziane e malati con malattie già manifeste precedentemente: perdemmo così gran parte della memoria e della compassione.
Le strade erano vuote, i posti di blocco della polizia presenti ed i pochi che passeggiavano solitari per cercare di non impazzire chiusi tra quattro mura per un tempo lunghissimo, venivano immediatamente rimproverati ed inviati di nuovo nelle proprie abitazioni come se il virus corresse tra i venti e, come un polline maligno, infettasse chiunque si trovasse per la via. Se così fosse stato, nemmeno in casa eravamo poi così sicuri…
In molti ormai lavoravano da casa tramite “smart working”, qualcosa che prima faceva sorridere al solo nominarlo, adesso si scoprì che era possibile.
L’inquinamento fu drasticamente ridotto: meno auto, meno produzione, meno inquinanti, cieli sempre più tersi, acque sempre più pulite e la natura sempre più rigogliosa.
Poi… poi il virus lentamente scomparve. Sì, fece il suo “giro di giostra” e se ne andò.
Ma non se ne andarono le restrizioni che mutarono nome. Da “decreto di emergenza da contagio virale” si ebbe il “decreto per tutelare la sicurezza” e da “polizia di stato” si ebbe la “polizia di repressione”. Il controllo sociale esercitato nel periodo di emergenza aveva affascinato le piccole menti dei politici che, spinti da un’avidità senza precedenti (frutto di un’ignoranza profonda), aderirono ad una sorta di “cambio di marcia” sociale: niente spostamenti se non giustificati, lavorare da casa, chiusi nelle proprie abitazioni a “produrre” servizi (non ci si sposta e si risparmia), stipendio sociale identico per molti (poco importa la mansione), sistema sanitario sociale senza possibilità di accesso alle eccellenze (che stranamente erano riservate per i membri del governo) ed altre imposizioni che furono inizialmente accettate da gran parte della popolazione che, invece di ribellarsi, si abituò: qualcuno addirittura osannò il nuovo regime.
Nessuno si ricordò dell’istituzione religiosa che in tempo di emergenza non donò nemmeno un soldo, ma pretendeva comunque la “carità” di tutti arricchendo oltremodo le sue già opulente casse, la stessa istituzione che, adesso, predicava l’ordine come un’espressione divina e voleva che tutti i “fedeli” aderissero alle sue regole… e continuassero nella loro “carità”. Le trasmissioni televisive si dividevano in tre categorie: programmi-spazzatura sempre più seguiti (“reality show” con idioti che dibattevano sull’inutilità delle proprie esistenze, “talent show” dove il primo clown od il funambolo spericolato diveniva emblema di successo ed altri programmi imbecilli che proseguirono nell’annichilamento del raziocinio sociale), informazione (vagliata e controllata e spesso connessa con i programmi-spazzatura) e film (tra il catastrofico, per mantenere un po’ la scintilla del panico che il contagio aveva lasciato in tutti noi, e la commedia stupida, per assopire il libero pensiero); ogni tanto, framezzati, comparivano gli annunci che, al tempo del contagio davano le indicazioni su cosa fare, come muoversi e, in ultimo, addirittura cosa fare durante la permanenza in quarantena (“fai esercizio fisico e pulisci la casa” !), mentre adesso riportavano solo quattro righe dall’alto verso il basso: STATO – RELIGIONE – LAVORO -  RICORDATI DELLA TUA SALUTE E DELLA TUA SICUREZZA !.
I confini erano ormai chiusi e lo stato iniziò a bloccare l’immigrazione, prima con il problema dettato dal contagio, poi dalla necessità della ripresa economica e dai fondi mancanti che non potevano sopperire all’integrazione di immigrati ed infine… perché avevano la pelle di colore differente, diversi usi, diversi costumi… incivili (a detta loro), puzzavano… ed erano dei fannulloni… destabilizzatori di una società ormai piatta e, se vogliamo, di una coscienza collettiva già destabilizzata.
La polizia di repressione instaurò il “reato di opinione” (sì, gli organi di polizia divennero autonomi nell'emanazione di "normative") per il quale non si poteva dare del “coglione” ad un politico o ad un frustrato con la divisa quando abusava del suo “potere” (tra virgolette perché, in realtà, servo al pari dei cani nella “Fattoria degli animali” di Orwell).
Poi arrivò l’inverno… l’inverno duro e freddo che risvegliò le menti e le coscienze ed iniziò la ribellione…



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