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martedì 25 febbraio 2020

Tra virus, smaltimento rifiuti, esperimenti e.... cambi di residenza


Questo periodo un po’ “strambo” tra coronavirus, quarantene e follie collettive da film apocalittico (come svuotare completamente scaffali di supermercati neanche fosse vicina una guerra termonucleare o prendere d’assalto le farmacie per comperare farmaci che, nella maggioranza dei casi, nemmeno verranno usati), non mi sono risparmiato l’avventura del cambio di residenza dello smaltimento dei rifiuti a domicilio.
Ebbene, vi garantisco che, in alcuni momenti di questa mattina un po’ nebbiosa, ho pensato che il povero coronavirus, quando si renderà conto dell’ospite che sta infettando, si auto-terminerà da solo perché convinto che non sia proprio il caso di prender residenza in organismi cotanto confusi e rimbecilliti.
Dopo ben tre telefonate all’ufficio informazioni (numero dedicato ai clienti) dell’agenzia municipalizzata che si occupa dello smaltimento rifiuti, scopro che le pratiche possono esser inviate anche tramite la ormai famosa PEC (posta certificata che ha valore legale) con l’intento di sbrigare più velocemente le pratiche.
Bene ! Siamo a cavallo ! Per chi, come molti di noi, lavorano, significa non perder tempo in spostamenti e permessi vari. Così, armato di buona volontà e con un sorriso al limite tra l’ebete ed il compiaciuto, telefono di nuovo per assicurarmi di aver letto bene sul sito dell’azienda.
“Beh, sì…. Ma sa…. Qui la si legge in ritardo quella posta…. Insomma… sarebbe bene venisse di persona !” questa la risposta delle cortese centralinista che infrange tutti i miei sogni di gloria.
Pur non comprendendo il senso della frase (la PEC ha valore legale e, dato che si scrive ad un’azienda municipalizzata, come si può “tranquillamente” trascurare il mezzo digitale ?) mi dico: “va bene, significa che lo sportello è talmente efficiente che riesce a smaltire le pratiche di persona e forse elargisce anche consigli od aiuta l’utente”.
Così, questa mattina, caricati i bidoni della raccolta differenziata in auto e armato di tutta la pratica già compilata con contratti annessi, mi reco verso l’ufficio apposito che d’ora in poi, in onore al periodo “virale”, chiamerò Umbrella Corporation (dal famoso gioco e poi film “Resident Evil”).
La sede amministrativa dell’Umbrella Corp. è ovviamente collocata dietro una serie di palazzi perché lì si svolgono delicate operazioni di ricombinazione genetica e, appena arrivato, mi rendo conto immediatamente di quanto fervore vi sia poiché davanti a me si spalancano interi magazzini ricchi di residui di esperimenti (Umani ? Animali ?) che vengono portati via dai camion blindati con tanto di cassone su cui è impresso l’ombrello rosso, simbolo dell’azienda. Il fetore si sente parecchio, ma si sa: è un ambiente molto “particolare” anche se mi chiedo perché abbiano messo gli uffici proprio lì. La risposta, però, arriva subito alla mente: siamo tutti cavie della Umbrella !
Non riesco, in prima battuta, ad individuare dove poter entrare per svolgere la mia pratica, dato che un piccolo avamposto ed una sbarra ben difesa impediscono la visuale, ma con un po’ di coraggio in corpo riesco a passare da un piccolo pertugio ricavato da una recinzione murale alquanto cadente ed entro.
Immediatamente mi rendo conto che quella del cambio di residenza, di fatto, è un’ingegnosa trappola orchestrata dalla Umbrella per ottenere cavie e, ahimé, anche io sono finito in mezzo alla massa di umani ammassati davanti una piccola entrata laterale. Tutti abbiamo in mano un foglio, un plico od una bolletta e giriamo a vuoto nel piccolo piazzale adiacente.
In molti, si percepisce alla vista, la Umbrella deve già aver effettuato qualche sorta di esperimento: occhi sbarrati, continui sbuffii, imprecazioni. Alcuni si muovono anche più lentamente del dovuto mentre altri, forse perché anziani, continuano a ripetere quasi in un disgraziato mantra un “non ho capito un cazzo” che risuona nel cortile.
Alcuni iniziano a manifestare segni evidenti di una patologia forse legata alla rabbia animale e qui mi sorge il dubbio che veramente la Umbrella abbia inoculato qualche sistema virale senza che noi nemmeno ce ne siamo resi conto e temo che alcuni si trasformeranno molto velocemente.
Inizio a guardarmi attorno ed una signora, forse infreddolita, gentilmente mi indica una sorta di “totem” da cui prendere un biglietto con segnato un codice. A me tocca “T32”.
Cerco di capire dove poter constatare a che punto sono della fila e, dopo esser passato a spintoni in un corridoio molto stretto, riesco a scorgere un monitor ed a vedere i codici segnati sopra che indicano il turno “servito”: siamo a “T8”.
Appena riesco ad uscire dalla stanza delle cavie pronte “al servizio”, una voce imperiosa, da dietro, urla: “erre ventiiiiiiiii erre ventiiiiiiiiiiiiiiii, non c’è erre ventiiiiiiiiiii ?”.
“R20” ? Acc….. quanti esperimenti fanno qui ?
Dopo aver urlato (ed un po’ imprecato a labbra strette), l’impiegata della Umbrella torna in un  piccolo “casottino” di cemento dentro cui è chiuso un signore che, da circa 40 minuti, sta continuando a scrivere su di un foglio: secondo me è il testamento… se l’esperimento va male…
Cerchiamo tutti di distrarci (ormai consapevoli del madornale errore che può trasformarci in zombie) e passa così circa un’ora e mezzo.
In tre decidiamo, impavidi, di affrontare di nuovo il corridoio stretto per guardare quel maledetto monitor… siamo a “T10” ! Se mi va bene faranno esperimenti su di me verso mezzanotte !
Prendo coraggio e decido di fuggire; alcune delle cavie umane mi aiutano nel coprirmi le spalle, evito la signora del casottino (non si sa mai, che non abbia a gridare “ti trentadueeeeeeeee”), non mi faccio vedere dagli autisti dei blindati della Umbrella e riesco evidentemente a raggirare la cospicua sorveglianza armata. Sono fuori ! Salvo !
Ecco, credo fermamente che, in questo caso, il coronavirus sia veramente una bazzecola rispetto l’entrare in certi ambienti.
Manderò la famosa PEC e l’Umbrella non mi avrà mai ! Anche se un’epidemia di diarrea diffusa in certi uffici l’ho veramente sperata.



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