"Madre:
Oh ma tu non lo sai ! Mi hanno invitata in televisione, hanno telefonato loro e
mi hanno anche mandato una lettere !
Harry: Piantala Mà ! Mi stai prendendo in giro!
M: No, no, no, non ti sto prendendo in giro
sono stata scelta come ospite a uno show televisivo, non so ancora quando, non
me lo hanno detto, ma sarai tutto orgoglioso quando vedrai tua madre con il suo
vestito rosso in televisione, con le scarpe dorate.
H: Ma che ti importa di andare in tv ??! Pensa
a dove andrai se continui a prendere quelle maledette pillole, altro che
televisione !
M: Ma che ti importa? Ma non mi hai vista giù con le
altre prima, chi era seduta nel posto migliore ? Adesso sono importante, sono
qualcuno e tutti mi vogliono bene e tra poco milioni di persone mi vedranno e
tutti mi vorranno bene ! Io parlerò tanto di te...e di tuo padre... Di quanto
era buono con noi, te ne ricordi ?
E'
un motivo per alzarmi al mattino, è un motivo per dimagrire, per entrare nel
vestito rosso...é un motivo per sorridere, per pensare che il domani sarà
bello... che cos'altro ho Harry...? Perché affannarmi a lavare i piatti o a rifare il
letto, lo faccio sì...ma perché dovrei? Sono sola, tuo padre non c'è più, tu
non ci sei più... non ho nessuno per cui darmi da fare! Che cos'ho Harry...? Sono
sola...sono vecchia...
H: Hai le tue amiche...
M: Si, ma non è lo stesso, loro non hanno bisogno di
me...adesso...così io sto bene...sono contenta di poter pensare al vestito
rosso, alla televisione, a te, a tuo padre...adesso quando sto fuori al sole...io
sorrido"
(tratto dal film “Requiem for a dream”)
Competizione
e competitività. Quante volte abbiamo sentito queste parole ? Spesso sono
pronunciate in correlazione con il “mercato economico” e sono usate quasi come
“scuri” che si abbattono su ciò che “competitivo” non è.
Il
problema è che, spesso, non si comprende bene cosa significhino e, soprattutto,
cosa indichino. Capita, in tal modo, che in una società che corre, diventa
competitivo chi “corre di più” e chi accetta ogni “sfida” considerando “scontro”
e non “incontro” ogni obiettivo che viene posto innanzi.
Certo,
chi corre non ha tempo per riflettere, per pensare e ciò è ben noto ai molti
“predoni sociali”; è per questo che invitano a spingere l’acceleratore perché
“si produca” sempre di più, perché il benessere di un popolo si misuri in base
al suo Prodotto Interno Lordo, ossia su quanto “consuma”.
L’imperativo,
quindi, è “consumare” e consumarsi in una folle corsa verso gradini di successo
inesistenti. Questa abitudine inveterata
è la più grande forma di controllo che si possa esercitare su di una mente che
precedentemente è stata privata di ogni meccanismo riflessivo, grazie a
“trappole” mediatiche ben sistemate.
La
prima azione da fare, per far funzionare un meccanismo del genere, è quella di
abbattere, lentamente e senza clamore, il sistema educativo per sostituirlo con
qualcosa costruito “ad hoc” che possa indirizzare l’individuo verso gli
ingranaggi dell’appiattimento sociale e della generale depressione della
personalità e della creatività. Occorre,
in un certo senso, “uniformare” le spinte evolutive e le aspirazioni intime di
ognuno tanto da poterle racchiudere in uno stretto “range” di offerte
allettanti e semplici da realizzare. In tal modo “apparire” è diventata la
prima regola e, complice un’estrema semplicità ed economia di energia
cerebrale, ha fatto breccia un po’ ovunque, anche laddove non doveva penetrare.
È
stato così che si è assistito ad un declino (purtroppo nemmeno “lento”) delle
Arti e della Letteratura, delle Scienze Pure (Matematica e Fisica, per esempio)
e di molti rami del sapere, abbandonati perché “non rendono”, perché “non
producono” beni materiali immediati e, soprattutto, perché è solo con
difficoltà che si possono raggiungere buoni livelli di comprensione in quei
settori ed il valore è primario di fronte ad un buon portamento estetico.
Insomma, non rientrano nei parametri della “corsa sociale” che non prevede né
tappe, né rallentamenti che, invece, sono necessari per utilizzare coscienza e raziocinio,
per comprendere ed analizzare.
Se
questo avvenisse, però, si assisterebbe alla formazione di personalità autodecisionali
e critiche, pronte a mettere il dubbio innanzi ad ogni analisi e prive di
quell’accettazione incondizionata di ideologie (bucce delle idee) preconfezionate
da altri e gettato in pasto alla società come unico cibo per le menti confuse:
evento pericoloso e da evitare per avere un’uniforme mediocrità.
Perché
i consumi aumentino in modo acritico, occorre portare ad un livello mediocre
ogni elemento della comunità ed appiattire ogni pulsione intellettuale,
lasciando i pochi ragionamenti deduttivi in mano ai “soliti” opinionisti e
banditori d’asta. Certo, ogni tanto qualche illustre personaggio avverte del
pericolo, ma sono voci solitarie e, spesso, sormontate dalle grida
sconclusionate di chi si muove nell’ infernale ingranaggio ormai messo in moto.
Quest’ultimo,
però, è simile ad una macina che frammenta in pezzi finissimi ogni capacità
cerebrale e riduce la volontà, l’interesse e l’energia creativa, uniche armi
possibili per una ripresa della civiltà ed una corretta integrazione in questo
mondo così magnificamente vario.
È
in questo modo che siamo scivolati sempre più in basso, portando a livelli di
demenzialità assurda la nostra coscienza civile (che non esiste praticamente
più) ed aggrappandoci agli “istinti” basilari (o di sopravvivenza: mangiare,
bere, defecare e riprodursi) come oggetto di prestigio ed elemento da mostrare
al simile per far capire quanto bene si è integrati nella “macchina” che sta
girando.
Qui
non c’è più una competitività (ne manca l’oggetto), ma solo una competizione
basata sulla mediocrità e sull’apparenza sfrenata, dove il valore, la
competenza e l’impegno sono ridicolizzati dai tanti “decerebrati” che assumono
posizioni decisionali.
Molto
tempo addietro ho lavorato come autista presso un’azienda ed avevo un “collega”
che, pur essendo totalmente ignorante (sia nel senso che “ignorava” la sua
stessa esistenza, che nella sua totale incapacità di comporre correttamente una
frase in italiano o nello svolgere un normale compito intellettivo come il
comprendere cosa si legge o lo scrivere una breve lettera), pretendeva di
assumere incarichi più “qualificati”. Costui mi teneva sempre di buonumore
perché era un fannullone patentato e riusciva sempre ad evitare di fare
qualsiasi compito gli venisse affidato. Ma le sue vere e proprie “chicche”
consistevano nelle uniche tre frasi che sapeva dire: “sai cché c’è ?! C’ho
ffame, vado a mangià”, “un c’ho voglia… fffarò domani” e la mitica “cche …zzo
ne ssò ?” (talvolta alternata anche con “mme frega ?”). Beh, un caso unico ed ho sempre creduto che
elementi del genere fossero più unici che rari. Era il 1997 e già si sentiva il
muoversi degli ingranaggi sociali che macinavano le menti di molti, ma mai
avrei pensato che tale assenza di processi intellettivi potesse manifestarsi
sempre con più forza, tanto da rendere il poveretto del mio “collega” un
elemento alquanto comune (e forse costante) nella società in cui viviamo (forse
è pure per questo che è riuscito, tramite astute scorciatoie, a realizzare il
suo tanto desiderato “avanzamento di carriera”).
Stiamo
vivendo un’assenza cerebrale e culturale spaventosa ed i ripari stentano a
venire. Evito di parlare delle condizioni penose della nostra istruzione o
delle scelte pazzesche che vengono fatte in materia: vi sono pagine e pagine di
giornali che si affrontano sull’argomento, ma tengo a ribadire che ci stiamo
avvicinando sempre più al punto di non ritorno, una sorta di “orizzonte degli
eventi” di un buco nero sociale dal cui non si fa ritorno.
Alcuno
giorni fa, in rete trovai un vecchio video dei provini fatti per reclutare
soggetti per il “reality show” Grande Fratello (con buona pace del povero
Orwell che si sta “rivoltando” nella tomba per la rabbia) a dir poco
allucinanti.
Non
si trattava di “dimenticanze” o di scarsa cultura generale, ma di totale apatia
mentale ed assenza di funzionamento neuronale. Non erano solamente due, tre
persone, ma di una ventina di soggetti che ridevano divertiti di fronte alla
follia collettiva messa in atto, felici d’esser stritolati nel tritacarne ed
esser polpette senza sapore, né profumo.
Anche
se il video è datato, certamente rispecchia una condizione sempre più attuale
dove si viaggia a suon di “sapere saputo”, di falsi idoli e di informazione
mordi e fuggi ottenuta da una veloce (e spesso “leggera”) lettura di una pagina
web su internet, senza nemmeno verificarne le fonti.
Si
prendono per buone “castronerie” illogiche, ascientifiche e pseudofilosofiche
solo perché pubblicate in siti farlocca dove si scrive tutto ed il suo
contrario.
Ma
forse tutto questo è davvero un gioco, uno scherzo, perché, proprio come George
Orwell disse: "il fine di uno scherzo non
è quello di degradare l'essere umano, ma di ricordargli che è già degradato".

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