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venerdì 24 gennaio 2020

"Nomofobia" in sala d'aspetto


I progressi tecnologici ci hanno semplicemente fornito mezzi più efficienti per regredire”.
(Aldous Huxley)

A volte la tensione prima di entrare ad una visita specialistica fornisce spunti utili di riflessione.
Seduto nella “sala di attesa” di un ospedale, prima di esser chiamato, leggevo tranquillamente alcuni articoli che mi ero portato dietro sia per continuare un lavoro iniziato, sia per distrarre me stesso dalla tensione della visita.
In quella sala eravamo circa in dieci persone di età media piuttosto alta (dai quaranta ai settant’anni). Terminato di leggere un “abstract” di un bell’articolo su di una recente scoperta scientifica, mi rilasso gli occhi alzando lo sguardo sulla sala e, come spesso faccio, mi “estraneo” dalla situazione e getto uno sguardo panoramico su ciò che mi circonda, restando in una sorta di “contemplazione”.
Ogni persona, e ribadisco: ognuno dei presenti nella sala, aveva il capo chino sul proprio “smartphone” ed emetteva suoni gutturali strani, esprimendo pareri gretti e ad alta voce sullo spettacolino che l’attrezzo mostrava al proprietario. All’inizio credevo che almeno qualcuno leggesse delle notizie di qualche giornale online oppure di un sito di cucina, ma così non era. L’audio di quelle tecnologie portatili era alto (ed incredibilmente di tutti i telefoni cellulari presenti in sala !) e l’effetto era devastante: giochini, video idioti su youtube e video deficienti inviati tramite le varie chat oggi disponibili, risuonavano in una strana musica convulsa mista a risate, sberci e volgarità che ogni tanto lasciavano il posto sia a qualche commento imbecille (ovviamente espresso a voce alta per far sentire il proprio gretto essere anche ai presenti) che a qualche suono di uno dei tanti giochi digitali disponibili per annullare la mente.
Ricordo bene una giovane donna piuttosto corpulenta, seduta accanto alla madre anziana, che guardava un video cretino mentre mangiava un panino (sbriciolandosi sul petto) e bevendo acqua da una bottiglietta di plastica mantenendo gli occhi fissi sul piccolo schermo ed emettendo suoni misti a risate e commenti imbecilli.
Quello che più mi ha colpito, in tutta la grottesca situazione, è stata l’espressione del viso di queste persone intente nel “sollazzo tecnologico”: occhi sbarrati, bocca semiaperta e sguardo da idiota; una situazione che, per certi versi, ha richiamato alla mente il famoso film “Idiocracy” che invito tutti a guardare.
Nessuno leggeva nemmeno un quotidiano, ma tutti erano intenti nella decerebrazione spinta di una tecnologia sempre più psichicamente invasiva.
In quel frangente ho avuto un impulso che definisco “sano”: ho spento il mio telefono cellulare e l’ho riacceso solo dopo esser uscito dall’ospedale per avvertire circa l’esito della visita.
Oltre al becero esprimersi degli astanti che tranquillamente sbofonchiavano i loro problemi con un linguaggio nemmeno degno della terza media e con ragionamenti che fanno rabbrividire, ogni tanto spuntava il termine “cesso” e “pisciare” come se, invece che in una struttura sanitaria, si fosse in un postribolo in attesa della prestazione dovuta.
“Un bel campione di varia umanità”, mi sono detto, ma come ogni “campione sociale” (se valido ed in numero sufficiente) esprime una “media tendenza”.
Le considerazioni sono molte e tante volte sono state affrontate da sociologi, psicologi ed educatori, ma sembra che questa infame tendenza si sia ormai consolidata e l’ignoranza vaghi per le vie di questo paese più come “emblema di merito” che errore da correggere.
Gli effetti di questa distorsione ben si notano ed è totalmente inutile accampare scuse stupide che giustifichino la nostra pigrizia mentale: è un disastro sociale e culturale.
Fateci caso: quante volte state parlando con una persona e cercate di ricordare una data, un nome di un personaggio famoso od un evento storico e il vostro interlocutore, immediatamente, sforna il proprio “smartphone” cercando su google l’informazione senza nemmeno cercare di ricordare,  ossia di sforzare il proprio sistema nervoso in un sano allenamento della memoria e dell’apprendimento, cercando di richiamare ciò che egli sa in merito (con il parallelo e nocivo effetto di distogliervi dal ragionamento dato che interrompe la conversazione “distraendo” il tutto verso la risposta dell’intelligenza artificiale di google) ? Oppure: quante volte state parlando con una persona di un qualsiasi tema e al vostro interlocutore arriva un messaggio di una qualsiasi chat e lo stesso, quasi in modo compulsivo e maleducato, prende il proprio telefono cellulare e si mette a leggere cosa viene comunicato rispondendo subito ed interrompendo così la discussione “vera”, quella con la persona a lui di fronte (spesso pure dicendo “scusa, tu parla che ti ascolto comunque, ma intanto rispondo” lasciando intendere al malcapitato interlocutore che, nella pratica, ciò di cui sta parlando poco gli interessa) ? Personalmente, è un atteggiamento che mi fa parecchio irritare…
Steve Jobs ebbe a dire che “baratterei tutta la mia tecnologia per una serata con Socrate”, ma era al termine della sua avventura su questo pianeta e aveva comunque contribuito nel creare la situazione anomala che stiamo vivendo anche se, quell’ultima confessione, forse richiama ad un passo indietro verso l’uomo e mi piace pensare che il creatore di Apple alla fine si fosse reso conto del valore dell’uomo rispetto la sua tecnologia: quando questa diventa la nostra vita ma non un mezzo per migliorarla, decisamente qualcosa non va.
David Greenfield, docente di psichiatria dell'Università del Connecticut, ha indagato la ormai tristemente famosa (per gli addetti ai lavori) “smartphone addiction”, ossia la “dipendenza da smartphone” (https://virtual-addiction.com/) ed in una intervista egli dichiara chel'attaccamento allo smartphone è in tutto simile alle altre dipendenze, poiché è in grado di causare interferenze nella produzione della dopamina”. Ansia e attacchi di panico sono, pertanto, effetti che possono comparire in questa dipendenza.
Cadere in questa sorta di “trappola” è piuttosto facile ed altrettanto difficile è togliersi dal problema, soprattutto quando ormai è incontrollato: i rischi sono tanti e da non sottovalutare.
I sintomi sono ormai “classici”: cali dell’attenzione, sbalzi d’umore e “nomofobia” (derivato dall’inglese “no-mobile-phone”-fobia, che indica l’ansia legata all’assenza di connessione od alla mancanza fisica dello strumento); l’abuso del dispositivo tecnologico più utilizzato del mondo può quindi creare addirittura una sindrome, talmente preoccupante da richiedere una cura disintossicante.
La preoccupazione è alta, tanto che il Sert (Servizi per le Tossicodipendenze) dell'ASL di Genova ha organizzato un corso per genitori e bambini per “rieducare” all’uso dello smartphone, al fine di prevenire i disturbi connessi al cattivo utilizzo.
La soluzione proposta dagli esperti è banale: spegnere sempre più spesso il proprio telefono cellulare e provare a “vivere”… ce la faremo ?   





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