È uno stato “sospeso”, una bolla esistenziale assurda.
Mentre la città è vuota, totalmente silente, si consumano
lentamente i funerali delle varie attività commerciali e delle professioni che
non ce la faranno a riaprire dopo questa quarantena, mentre l’incertezza regna
ovunque, sia tra chi un lavoro l’aveva già e tra chi ha coraggiosamente aperto
una partita IVA per svolgere un’attività.
Alcune aziende sono in ginocchio perché bloccare una
qualsiasi produzione per più di un mese significa, per molti, non aver più
soldi per pagare i dipendenti e le varie tasse.
In questa situazione allucinante, sparsa ovunque nel globo,
occorre uno sforzo congiunto ed eticamente condiviso nel far sì che una
rinuncia al profitto segni il passo verso una ridistribuzione equa del denaro
necessario per affrontare questa grave situazione sociale: occorre che la
logica del capitalismo e del consumismo cessi la sua azione distruttiva e si inneschi
la spinta etica del bene comune da difendere a tutti i costi (la salute). In
questa difficile situazione, la speculazione finanziaria e l’aggressività “gestionale”
nei confronti dei lavoratori dipendenti, già in forte tensione per un’emergenza
sanitaria, sono da configurarsi come azioni criminali e, mentre molte aziende
sono veramente in forte difficoltà, altri gruppi imprenditoriali, dotati di “astuzia
da mercato” e fondi da investire, assumono un comportamento a dir poco
vergognoso.
In condizioni normali, ossia nella vita di tutti i giorni
quando la “filosofia del bar” e le “scienze politiche dell’edicola” dominano la
scena tra uno spritz ed il quotidiano della domenica mattina, si potrebbe anche
sorvolare (scuotendo il capo) sulla stupidaggine che ormai è divenuta il luogo
comune dello stolto: “che ci vuoi fare ? Tanto ormai lo possono fare… non ci si
può far nulla !”, ma in questo momento drammatico no ! Non possiamo
assolutamente cedere a queste idiozie.
Ad esempio, cosa pensereste di un gruppo imprenditoriale che
per anni ed anni ha avuto utili milionari (centinaia di milioni) senza aver “catene
di produzione” ma solo una “gestione di servizi” che, nel momento di crisi attuale,
invece di avere un comportamento responsabile ed etico nei confronti dei
lavoratori (e conseguentemente della società tutta) chiede la cassa
integrazione in deroga per bilanciare le perdite economiche (inevitabili per
tutti in questa situazione) ed assicurare comunque i dividendi azionari ?
Magari, in tal modo, togliendo l’opportunità di usufruire della stessa cassa
integrazione ad imprese che veramente sono in crisi finanziaria ?
Voi penserete che sia un’invenzione, che questo non possa
accadere e che, alla fine, chi veramente ha avuto di più in tutti questi anni,
adesso possa “aiutare”… invece no ! Il “caso” esiste e si riferisce ad
una concessionaria autostradale, ossia una delle società che gestisce un bene
pubblico quale quello costituito dalle autostrade italiane. La giustificazione
per cui “il traffico è calato drasticamente” è pari a quella del fornaio per
cui “si vende meno pane… la gente non esce più”, senza parlare di coloro che le
saracinesche hanno dovuto abbassarle senza sapere quando le rialzeranno (e come…
ossia se per sgomberare i locali o tentare di ripartire…). Se andate a dare una
“sbirciatina” ai bilanci di queste società, vi rendete conto dell’enorme
guadagno ricavato in tutti questi anni e se poi pensate alle disavventure (in
alcuni casi tragedie) occorse negli ultimi tempi per carenze di manutenzione e “risparmi”
sulla gestione fondamentale dell’infrastruttura, il solo pensiero che tali “gruppi”
possano chiedere una cassa integrazione per bilanciare le “perdite”, fa venire
la pelle d’oca e, sinceramente, non accetto più il “ma che ci vuoi fare ?
Glielo permettono…”.
Questa triste storia fa venire in mente una frase di Errico
Malatesta, uno dei maggiori teorici del movimento anarchico, in cui disse: “Se vi sono classi e individui privi dei mezzi
di produzione e quindi dipendenti da chi quei mezzi ha monopolizzati, il
cosiddetto regime democratico non può essere che una menzogna atta a ingannare
e render docile la massa dei governati con una larva di supposta sovranità, e
così salvare e consolidare il dominio della classe privilegiata e dominante. E
tale è, ed è sempre stata, la democrazia in regime capitalistico qualunque sia
la forma ch'essa prende, dal governo costituzionale monarchico al preteso
governo diretto” (tratto da E. Malatesta, “Né democratici, né dittatoriali:
anarchici”, 1926) e ricorda molto certe attuali condizioni grazie alle quali
gli “squali” della finanza hanno grattato il fondo dello stato sociale.
Certo, non abbiamo
fulgidi esempi di intelligenza operativa fuori dal nostro paese: la tanto amata
Unione Europea non sta dimostrando una “solidarietà” costruttiva, anche se per anni
ha preteso una “solidarietà” del tutto economica, mettendo adesso a rischio la
tenuta di tutto il sistema (basta pensare alla richiesta di utilizzo del fondo “salva-stati”
Mes: Italia, Spagna e Francia lo chiedono ad alta voce, la Germania tace
sorniona mentre Austria ed Olanda non vorrebbero aderire) e lasciando intendere
che il “sogno europeo”, in realtà, si basava solo su di una moneta e non su
valori condivisi, oppure la BCE che, tramite la sua presidentessa Lagarde
dichiara che “non siamo qui per chiudere gli spread”, ossia: non è mio compito occuparmi di quel
che succede ai titoli di stato del paese più colpito dall’epidemia (ossia noi,
l’Italia), mostrando la freddezza e la mancanza di umanità che, in questo momento,
hanno un valore molto superiore all’Euro.
Forse, solo per questo
possiamo non meravigliarci se “falsi-imprenditori” chiedono, dopo anni di
introiti milionari (ed investimenti esteri), la cassa integrazione in deroga
togliendo la possibilità di usufruirne a chi ne ha realmente bisogno
(perché, magari, non ha azioni quotate in borsa, ma solo dipendenti da
salvaguardare).
Ci si può solo augurare
che lo stato, adesso, prenda posizione e veramente si sinceri di chi ha
necessità di aderire a tale opportunità oppure chi vuole usare indebitamente il
provvedimento.
Se ciò non avvenisse,
allora avrebbe davvero ragione Malatesta nel suo ormai famoso aforisma: “Lo Stato è come
la religione, vale se la gente ci crede”.


