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giovedì 22 novembre 2018

"Fare anima" nella soglia del tempo


Fare anima significa sviluppare la capacità di “vedere” che persone cose, luoghi ed eventi che quotidianamente percepiamo sono un sogno all’interno di un sogno e non hanno alcuna sostanza reale, sono ombre, miraggi; come l’immagine della luna riflessa nell’acqua, sono visioni vivide e lucide, ma prive di sostanza. Il senso dell’oggettività delle cose e del materialismo sono inganni che, al momento del risveglio dal sogno, svaniscono come fumo nel vento.”
(tratto dal libro di Selene Calloni Williams,
“James Hillman - Il Cammino del «fare Anima» e dell'Ecologia Profonda”)


Stamani, navigando un po’ a caso su internet, mi imbatto su una frase dell’attore Brad Pitt che ho sempre considerato una sorta di “divo da salotto”, salvo la magnifica interpretazione nel film “Fight Club” (ottima trasposizione cinematografica dell’omonimo libro del 1996 di Chuck Palahniuk):

Quando si compiono 50 anni si avverte una sensazione di liberazione. Ci si sente liberi di concentrarsi soltanto su ciò che è davvero importante, perché si diventa molto più consapevoli del passare del tempo. Si sono attraversate varie fasi, si è fatta piazza pulita di tutto ciò che tende a rallentare i tuoi progetti

Credo che esista una sorta di consapevolezza che si raggiunge solo quando si arriva ad una soglia, quando si vede la nostra posizione sul righello della vita e si scorge un fatto oggettivo: le tacche di misura dietro di noi sono nettamente più numerose di quelle che stanno davanti.
Anche se può apparire una visione molto particolare e per certi versi pessimista, la reale consistenza di essa sta nella comprensione che quel tratto di righello che ancora si può percorrere può essere più ricco di coscienza di Sé e di realizzazione di ciò che per noi davvero conta.
In questo, forse, sta la vera consapevolezza del tempo che passa ed in questa la “liberazione” di ciò che davvero è inutile a noi stessi.
Arrivati a quel punto di misura, iniziamo a capire le “zavorre” e a definire il materiale che più è utile nella costruzione del nostro tempio, ossia di quella casa interiore ove veramente esistiamo e ci muoviamo. La scelta, quasi obbligata per raggiungere lo stato di pace e serenità, è quindi quella di mollare gli orpelli inutili, di iniziare a scindere le baggianate da ciò che riteniamo per noi più valido e costruttivo e per far questo occorre mollare definitivamente il vincolo del “giudizio”.
Le “varie fasi” che l’attore cita sono inevitabili per ognuno perché è proprio da esse che apprendiamo (e, di solito, si apprende per errori) e divengono un bagaglio che esaltano le rughe del nostro viso perché, veramente, il fascino del tempo riesce a sollevare l’animo di ognuno di noi.
Non è assolutamente facile far “piazza pulita” di ciò che inibisce il fluire della nostra esistenza per ciò che il nostro daimon, per citare Hillmann, prevede per noi, ma è un compito che occorre svolgere al meglio delle nostre possibilità.
Sicuramente questa è una soglia, come tante, che la vita pone di fronte, ma differentemente dalle altre, possiede una forte caratteristica legata al senso del tempo, ossia a quello dell’esistere dove, per molti versi, si acquisisce interiormente il diritto di essere.
Non servono le fughe, ahimé…. Non si sfugge alla legge che regola l’universo intero per cui il passare del tempo segna dentro e fuori di noi, otteniamo la meraviglia dei solchi sulla pelle e la maggior pace che i sensi imbelli impedivano; così è veramente stupido cercare di far rivivere, anacrosticamente, i vent’anni ormai passati vestendoci come un adolescente e ballando in discoteca (fino alle cinque della mattina) cercando di apparire dei ragazzini che non si è o fissarsi sul recupero di una forma fisica che le stesse leggi della Termodinamica impediscono (salvo il chirurgo). Sono fughe spesso molto nocive, poiché frenano quella dolce consapevolezza che attende oltre quella soglia.
Così, riflettiamo bene: il tempo che ci è dato quasi a briciole è il bene più prezioso. Il famoso psicologo Carl Gustav Jung diceva: “non rimpiango le persone che ho perso col tempo, ma rimpiango il tempo che ho perso con certe persone, perché le persone non mi appartenevano, gli anni sì” ed è racchiuso, in questa frase, il senso del proprio esistere ed il suo fluire con gli eventi; è cioè un luminoso riflesso dell’eco della nostra coscienza che urla quanto stiamo perdendo e quanto potremmo invece acquisire.
Forse hanno ragione i grandi saggi del passato, soprattutto i padri spirituali che hanno percorso questa terra portando un po’ di luce nel buio delle apparenze, quando annunciavano l’importanza del momento presente, il famoso “qui ed ora”, denunciando il pericolo dell’attaccamento al passato che risulta esser pari alla passione verso un cadavere (ormai il passato non ci appartiene più) o l’azzardata tensione verso il futuro, per definizione incerto ed al pari di un fantasma che non riusciamo a toccare.
Anche i più contemporanei avvertono questa realtà; Goethe stesso dichiarò che “ogni secondo è di valore infinito, perché è il rappresentante di un’eternità tutta intera” ed è implicito che nel mistero dell’essere, nel vissuto del momento, è racchiuso uno spazio sconfinato e si attua la summa di tutti i nostri tempi.
È così che il nostro piccolo righello può rompere i limiti di una misura ignota…





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