“Fare anima significa sviluppare la capacità di “vedere” che persone
cose, luoghi ed eventi che quotidianamente percepiamo sono un sogno all’interno
di un sogno e non hanno alcuna sostanza reale, sono ombre, miraggi; come
l’immagine della luna riflessa nell’acqua, sono visioni vivide e lucide, ma
prive di sostanza. Il senso dell’oggettività delle cose e del materialismo sono
inganni che, al momento del risveglio dal sogno, svaniscono come fumo nel vento.”
(tratto dal libro di Selene
Calloni Williams,
“James Hillman - Il
Cammino del «fare Anima» e dell'Ecologia Profonda”)
Stamani, navigando un po’ a caso su internet, mi imbatto su
una frase dell’attore Brad Pitt che ho sempre considerato una sorta di “divo da
salotto”, salvo la magnifica interpretazione nel film “Fight Club” (ottima
trasposizione cinematografica dell’omonimo libro del 1996 di Chuck
Palahniuk):
“Quando si compiono 50
anni si avverte una sensazione di liberazione. Ci si sente liberi di
concentrarsi soltanto su ciò che è davvero importante, perché si diventa molto
più consapevoli del passare del tempo. Si sono attraversate varie fasi, si è
fatta piazza pulita di tutto ciò che tende a rallentare i tuoi progetti”
Credo che esista una sorta di consapevolezza che si
raggiunge solo quando si arriva ad una soglia, quando si vede la nostra
posizione sul righello della vita e si scorge un fatto oggettivo: le tacche di
misura dietro di noi sono nettamente più numerose di quelle che stanno davanti.
Anche se può apparire una visione molto particolare e per
certi versi pessimista, la reale consistenza di essa sta nella comprensione che
quel tratto di righello che ancora si può percorrere può essere più ricco di
coscienza di Sé e di realizzazione di ciò che per noi davvero conta.
In questo, forse, sta la vera consapevolezza del tempo che
passa ed in questa la “liberazione” di ciò che davvero è inutile a noi stessi.
Arrivati a quel punto di misura, iniziamo a capire le
“zavorre” e a definire il materiale che più è utile nella costruzione del
nostro tempio, ossia di quella casa interiore ove veramente esistiamo e ci
muoviamo. La scelta, quasi obbligata per raggiungere lo stato di pace e
serenità, è quindi quella di mollare gli orpelli inutili, di iniziare a
scindere le baggianate da ciò che riteniamo per noi più valido e costruttivo e
per far questo occorre mollare definitivamente il vincolo del “giudizio”.
Le “varie fasi” che l’attore cita sono inevitabili per
ognuno perché è proprio da esse che apprendiamo (e, di solito, si apprende per
errori) e divengono un bagaglio che esaltano le rughe del nostro viso perché,
veramente, il fascino del tempo riesce a sollevare l’animo di ognuno di noi.
Non è assolutamente facile far “piazza pulita” di ciò che
inibisce il fluire della nostra esistenza per ciò che il nostro daimon, per citare Hillmann, prevede per
noi, ma è un compito che occorre svolgere al meglio delle nostre possibilità.
Sicuramente questa è una soglia, come tante, che la vita
pone di fronte, ma differentemente dalle altre, possiede una forte
caratteristica legata al senso del tempo, ossia a quello dell’esistere dove,
per molti versi, si acquisisce interiormente il diritto di essere.
Non servono le fughe, ahimé…. Non si sfugge alla legge che
regola l’universo intero per cui il passare del tempo segna dentro e fuori di
noi, otteniamo la meraviglia dei solchi sulla pelle e la maggior pace che i
sensi imbelli impedivano; così è veramente stupido cercare di far rivivere,
anacrosticamente, i vent’anni ormai passati vestendoci come un adolescente e
ballando in discoteca (fino alle cinque della mattina) cercando di apparire dei
ragazzini che non si è o fissarsi sul recupero di una forma fisica che le
stesse leggi della Termodinamica impediscono (salvo il chirurgo). Sono fughe
spesso molto nocive, poiché frenano quella dolce consapevolezza che attende
oltre quella soglia.
Così, riflettiamo bene: il tempo che ci è dato quasi a
briciole è il bene più prezioso. Il famoso psicologo Carl Gustav Jung diceva: “non rimpiango le persone che ho perso col
tempo, ma rimpiango il tempo che ho perso con certe persone, perché le persone
non mi appartenevano, gli anni sì” ed è racchiuso, in questa frase, il
senso del proprio esistere ed il suo fluire con gli eventi; è cioè un luminoso
riflesso dell’eco della nostra coscienza che urla quanto stiamo perdendo e
quanto potremmo invece acquisire.
Forse hanno ragione i grandi saggi del passato, soprattutto i
padri spirituali che hanno percorso questa terra portando un po’ di luce nel
buio delle apparenze, quando annunciavano l’importanza del momento presente, il
famoso “qui ed ora”, denunciando il pericolo dell’attaccamento al passato che
risulta esser pari alla passione verso un cadavere (ormai il passato non ci appartiene
più) o l’azzardata tensione verso il futuro, per definizione incerto ed al pari
di un fantasma che non riusciamo a toccare.
Anche i più contemporanei avvertono questa realtà; Goethe
stesso dichiarò che “ogni secondo è di
valore infinito, perché è il rappresentante di un’eternità tutta intera” ed
è implicito che nel mistero dell’essere, nel vissuto del momento, è racchiuso
uno spazio sconfinato e si attua la summa
di tutti i nostri tempi.
È così che il nostro piccolo righello può rompere i limiti di una misura ignota…

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