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mercoledì 14 novembre 2018

Sulla Libertà....


Una persona che diventa e, quindi, si sforza, lotta, combatte con sé stessa, una persona così, come deve fare per conoscere quello stato dell’essere che è virtù, che è li­bertà? Spero che la domanda sia chiara. Ovvero, ho lottato anni per diventare qualcosa: non essere invidioso, diventare non invi­dioso. E come devo fare per lasciar perdere, per abbandonare la lotta ed essere soltanto? Perché, finché lotto per diventare ciò che chiamo giusto, sto ovviamente mettendo in atto un meccanismo di chiusura di me stesso; e non c’è libertà nella chiusura. Quindi tutto ciò che posso fare è essere consapevole, passivamente consape­vole, del mio modo di divenire. Se sono superficiale, posso essere passivamente consapevole di essere superficiale, senza lottare per diventare qualcosa. Se sono in collera, se sono geloso, se sono spie­tato, invidioso, posso esserne semplicemente consapevole senza contrappormici. Nel momento in cui ci contrapponiamo a una ca­ratteristica, accentuiamo la lotta e rafforziamo il muro della resistenza. Questo muro di resistenza viene considerato un sentirsi dalla parte del giusto, e per un uomo che si sente nel giusto, non potrà mai esserci la verità. Soltanto all’uomo libero potrà apparire la verità ma, per essere libero, non può coltivare la memoria, che è sentirsi dalla parte del giusto […]
Dato che la virtù è libertà, non può essere un processo di chiusura. È soltanto nella libertà che la verità può venire alla luce. Quindi, è essenziale essere virtuosi, e non dalla parte del giusto, perché la virtù genera ordine. Solamente l’uomo che si sente nel giusto è confuso, in conflitto; soltanto l’uomo che si sente nel giu­sto nutre la propria volontà e ne fa un mezzo di resistenza, e un uomo volitivo non può mai trovare la verità, perché non è mai li­bero. L’essere, che vuol dire riconoscere ciò che è, accettarlo e vivere con esso – non cercare di trasformarlo, non condannarlo – genera virtù, e in questa c’è libertà. Soltanto quando la mente non coltiva la memoria, quando non cerca di essere dalla parte del giu­sto per farne un mezzo di resistenza, c’è libertà, e in questa libertà sopraggiunge la realtà, il cui stato di beatitudine va esperito.”
(tratto da J. Krishnamurti, “Sulla libertà”, ed. Astrolabio, 1996)

Un antico principio cinese, taoista per l’esattezza, si chiama “wei-wu wei”, ossia “agire – non agire” ed incorpora in sé ogni principio di armonia degli opposti tanto che il saggio Lao-tzu recita: “Ecco come bisogna essere! Bisogna essere come l'acqua. Niente ostacoli – essa scorre. Trova una diga, allora si ferma. La diga si spezza, scorre di nuovo. In un recipiente quadrato, è quadrata. In uno tondo, è rotonda. Ecco perché è più indispensabile di ogni altra cosa. Niente esiste al mondo più adattabile dell'acqua. E tuttavia quando cade sul suolo, persistendo, niente può essere più forte di lei” ed indica un’armonia che non ha uguali.
È vero: per molti appare come un grande paradosso ! Agire e non agire assieme, fusi in un unico centro da cui emana la virtù che risana l’anima, ma se ben ci pensiamo il detto millenario ha basi filosofiche ben salde, soprattutto se nate in un periodo di grande caos sia interiore che esteriore.
La chiusura interiore, che Krishnamurti indica nel suo illuminante scritto, è frutto spesso della nostra necessità di giudizio che viene esercitato nei confronti di ogni cosa: verso gli altri e verso noi stessi, nei confronti delle situazioni della vita e nel lavoro… ovunque ci sentiamo di porre il metro del giudizio.
Il “giusto” ed il “bello” che riteniamo vivere fuori e dentro di noi, sono parametri soggettivi necessari ad un nostro equilibrio e ad una soddisfazione interiore, ma non devono sottendere alla negazione di elementi che possono far parte di noi e non corrispondere ad un’idea stereotipata del vivere. La Virtù che richiama alla Verità (la Verità è una e non ha molte “figlie”) è una forza che non accetta resistenze, che non vuole cassetti dentro cui rinchiudere ciò che non si vuole ammettere.
Il famoso “ordo ab chaos” (ordine dal caos) è un elemento spirituale che vede nella virtù la spinta evolutiva dell’Essere, ma se poniamo di fronte a noi stessi il limite della mente classificante, anche la memoria (racconto delle nostre esistenze passate) sarà falsata e quell’ordine tanto agognato non sarà mai raggiunto.
Porsi sempre in una condizione per cui “siamo nel giusto” è come limitare il galoppare di un cavallo selvaggio che vive della propria forza e della propria necessità di correre in spazi sconfinati, senza porsi il problema della natura del terreno o delle condizioni atmosferiche.
Quella “memoria” lavorata grazie ai parametri del giudizio, diventa giogo nel quale ci si lega e ci blocchiamo, tramutando ogni nostro movimento nel gorgo delle emozioni e nella spada di Damocle del giudizio che, ogni giorno, vibra sulle nostre teste.
Qui non può esserci Libertà.
Noi semplicemente “siamo” e non esiste tema di confronto perché quello è ciò che ci contraddistingue come esseri unici ed irripetibili, con i nostri fantasmi e le nostre piccole e grandi realtà. Se non accettiamo l’essere noi stessi nella sua interezza, sarà molto difficile liberarsi dalle zavorre della morale (sempre in divenire) e quell’essere “nel giusto” porrà sempre conflitti, interiori ed esteriori, che ci inibiranno la realizzazione del Sé, del valore Etico e del Senso della vita.
Così, nelle piccole cose si nasconde il vero, ma noi continuiamo a non considerare il fatto che in queste si nasconde l’inghippo della nostra esistenza.
Inutili i vessilli dietro cui ci nascondiamo per inibire una realizzazione: è stupido pararsi dietro le tende della falsità che non ci permettono di scorgere noi stessi, appieno e liberamente, scevri dal tema della strenua valutazione che noi emettiamo ogni santo giorno sul nostro operato.
La valutazione del sé comporta una fuga continua e non una splendida cavalcata verso orizzonti sconfinati.
Fuggiamo sempre, ovunque, con mezzi insoliti per l’anima, introducendo sempre più “materia” nella propria vita ed eliminando la forza della meditazione che, sebbene difficile ed a tratti penosa, può realizzare una discesa in noi stessi sempre utile e benefica.
Nella fuga dentro la "materia" che diventa unico obiettivo di vita, alla fine del nostro tempo, le cose che possediamo, poi, ci possiederanno a loro volta. 


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