“Una persona che diventa e,
quindi, si sforza, lotta, combatte con sé stessa, una persona così, come deve
fare per conoscere quello stato dell’essere che è virtù, che è libertà? Spero
che la domanda sia chiara. Ovvero, ho lottato anni per diventare qualcosa: non
essere invidioso, diventare non invidioso. E come devo fare per lasciar
perdere, per abbandonare la lotta ed essere soltanto? Perché, finché lotto per
diventare ciò che chiamo giusto, sto ovviamente mettendo in atto un meccanismo
di chiusura di me stesso; e non c’è libertà nella chiusura. Quindi tutto ciò
che posso fare è essere consapevole, passivamente consapevole, del mio modo di
divenire. Se sono superficiale, posso essere passivamente consapevole di essere
superficiale, senza lottare per diventare qualcosa. Se sono in collera, se sono
geloso, se sono spietato, invidioso, posso esserne semplicemente consapevole
senza contrappormici. Nel momento in cui ci contrapponiamo a una caratteristica,
accentuiamo la lotta e rafforziamo il muro della resistenza. Questo muro di
resistenza viene considerato un sentirsi dalla parte del giusto, e per un uomo
che si sente nel giusto, non potrà mai esserci la verità. Soltanto all’uomo
libero potrà apparire la verità ma, per essere libero, non può coltivare la
memoria, che è sentirsi dalla parte del giusto […]
Dato che la virtù è libertà, non
può essere un processo di chiusura. È soltanto nella libertà che la verità può
venire alla luce. Quindi, è essenziale essere virtuosi, e non dalla parte del
giusto, perché la virtù genera ordine. Solamente l’uomo che si sente nel giusto
è confuso, in conflitto; soltanto l’uomo che si sente nel giusto nutre la
propria volontà e ne fa un mezzo di resistenza, e un uomo volitivo non può mai
trovare la verità, perché non è mai libero. L’essere, che vuol dire
riconoscere ciò che è, accettarlo e vivere con esso – non cercare di
trasformarlo, non condannarlo – genera virtù, e in questa c’è libertà. Soltanto
quando la mente non coltiva la memoria, quando non cerca di essere dalla parte
del giusto per farne un mezzo di resistenza, c’è libertà, e in questa libertà
sopraggiunge la realtà, il cui stato di beatitudine va esperito.”
(tratto da J. Krishnamurti, “Sulla libertà”, ed. Astrolabio,
1996)
Un antico principio cinese, taoista per l’esattezza, si chiama “wei-wu wei”, ossia “agire – non agire” ed
incorpora in sé ogni principio di armonia degli opposti tanto che il saggio
Lao-tzu recita: “Ecco come bisogna
essere! Bisogna essere come l'acqua. Niente ostacoli – essa scorre. Trova una
diga, allora si ferma. La diga si spezza, scorre di nuovo. In un recipiente
quadrato, è quadrata. In uno tondo, è rotonda. Ecco perché è più indispensabile
di ogni altra cosa. Niente esiste al mondo più adattabile dell'acqua. E
tuttavia quando cade sul suolo, persistendo, niente può essere più forte di lei”
ed indica un’armonia che non ha uguali.
È vero: per molti appare come un grande paradosso ! Agire e
non agire assieme, fusi in un unico centro da cui emana la virtù che risana l’anima,
ma se ben ci pensiamo il detto millenario ha basi filosofiche ben salde, soprattutto
se nate in un periodo di grande caos sia interiore che esteriore.
La chiusura interiore, che
Krishnamurti indica nel suo illuminante scritto, è frutto spesso della nostra
necessità di giudizio che viene esercitato nei confronti di ogni cosa: verso
gli altri e verso noi stessi, nei confronti delle situazioni della vita e nel
lavoro… ovunque ci sentiamo di porre il metro del giudizio.
Il “giusto” ed il “bello” che riteniamo vivere fuori e dentro di noi, sono parametri soggettivi necessari ad
un nostro equilibrio e ad una soddisfazione interiore, ma non devono sottendere
alla negazione di elementi che possono far parte di noi e non corrispondere ad
un’idea stereotipata del vivere. La Virtù che richiama alla Verità (la Verità è
una e non ha molte “figlie”) è una forza che non accetta resistenze, che non
vuole cassetti dentro cui rinchiudere ciò che non si vuole ammettere.
Il famoso “ordo ab chaos” (ordine dal caos) è un elemento spirituale che vede
nella virtù la spinta evolutiva dell’Essere, ma se poniamo di fronte a noi
stessi il limite della mente classificante, anche la memoria (racconto delle nostre
esistenze passate) sarà falsata e quell’ordine tanto agognato non sarà mai
raggiunto.
Porsi sempre in una condizione per
cui “siamo nel giusto” è come limitare il galoppare di un cavallo selvaggio che
vive della propria forza e della propria necessità di correre in spazi
sconfinati, senza porsi il problema della natura del terreno o delle condizioni
atmosferiche.
Quella “memoria” lavorata grazie ai
parametri del giudizio, diventa giogo nel quale ci si lega e ci blocchiamo,
tramutando ogni nostro movimento nel gorgo delle emozioni e nella spada di
Damocle del giudizio che, ogni giorno, vibra sulle nostre teste.
Qui non può esserci Libertà.
Noi semplicemente “siamo” e non
esiste tema di confronto perché quello è ciò che ci contraddistingue come
esseri unici ed irripetibili, con i nostri fantasmi e le nostre piccole e grandi
realtà. Se non accettiamo l’essere noi stessi nella sua interezza, sarà molto
difficile liberarsi dalle zavorre della morale (sempre in divenire) e quell’essere
“nel giusto” porrà sempre conflitti, interiori ed esteriori, che ci inibiranno
la realizzazione del Sé, del valore Etico e del Senso della vita.
Così, nelle piccole cose si nasconde
il vero, ma noi continuiamo a non considerare il fatto che in queste si
nasconde l’inghippo della nostra esistenza.
Inutili i vessilli dietro cui ci
nascondiamo per inibire una realizzazione: è stupido pararsi dietro le tende
della falsità che non ci permettono di scorgere noi stessi, appieno e
liberamente, scevri dal tema della strenua valutazione che noi emettiamo ogni
santo giorno sul nostro operato.
La valutazione del sé comporta una
fuga continua e non una splendida cavalcata verso orizzonti sconfinati.
Fuggiamo sempre, ovunque, con mezzi
insoliti per l’anima, introducendo sempre più “materia” nella propria vita ed
eliminando la forza della meditazione che, sebbene difficile ed a tratti penosa, può realizzare una
discesa in noi stessi sempre utile e benefica.
Nella fuga dentro la "materia" che diventa unico obiettivo di vita, alla fine del nostro tempo, le cose che
possediamo, poi, ci possiederanno a loro volta.

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