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martedì 2 ottobre 2018

L'arte del lamento benestante


Quante volte, anche casualmente, abbiamo sentito i lamenti di coloro che, secondo i nostri parametri, poco hanno da lamentarsi ?
Credo che ognuno di noi sia venuto a contatto con individui del genere e, tornando a casa, abbia pensato all’idiozia del lamento ascoltato. Capita così che si odano tragedie immani come il dover fare sei lavatrici perché “ahimé ho due figli che giocano a calcio” senza pensare che quelle lavatrici, fatte comodamente alle dieci del mattino, sono possibili perché non si lavora, oppure si lavora poco dato che i denari entrano tramite altre vie (oscure ai più) e magari si ignora pure il fatto che il povero interlocutore che si trova ad ascoltare le "tristi peripezie", lavora dieci ore al giorno e compie acrobazie circensi pur di pagare le bollette. Accade poi che si riportino eroiche gesta degne delle fatiche di Ercole compiute nel dover pulire il giardino di 200 metri quadrati e nell’aver successivamente lavato la propria Jeep da 40mila euro, mentre chi ascolta abita in un appartamento di 60 metri quadrati di cui nemmeno riesce a pagare l’affitto e viaggia con un’auto vecchia di venti anni.
Insomma, spesso l’arte del lamento riesce bene per chi ha poco da fare o per chi non ha energie mentali da dedicare ad altro. È una sorta di giustificazione sociale per cui “so di star bene rispetto a te, ma guarda come sono indaffarato !”. 
In realtà, l’autore del lamento non riuscirebbe a vivere mezzo secondo in altre condizioni e ne è perfettamente consapevole per cui, quasi a compensare la propria "fortuna sociale", mette in opera una sorta di depistamento mentale grazie al proprio lamentare.
È un’arte, nessun dubbio in merito ! E riesce bene a chi si esercita molto, anche se può apparire banale, stupido ed un po’ coglione (perdonate il francesismo).
Quello che spesso si nota è che tale “piagnucolio” diventa parte integrante di una discussione tra benestanti o, comunque, tra persone che in realtà non hanno molti problemi (soprattutto economici), mentre tra chi non possiede tali fortunate condizioni, vige una sorta di solidarietà (a volte molto magra nei contenuti) che non contempla lo sbatter di fronte all’altro i propri problemi, ma piuttosto nel descrivere le soluzioni raggiunte. 
Non è certo una regola, ma generalmente le cose stanno in questo modo.
Ho anche notato che questo piagnucolare si accompagna ad una sorta di arroganza mentale che tende ad esaltare ogni singola azione di chi si lamenta, benché il soggetto abbia evidenti limiti culturali e mentali e sia pertanto altamente improbabile che abbia operato chirurgicamente a cuore aperto una persona oppure abbia progettato un razzo per lo Shuttle della NASA.  
Due detti popolari della campagna in cui abitavo da giovane recitavano che “è inutile parlare con un cervello spuntato” e “un poveraccio si potrà pure arricchire, ma resta sempre un poveraccio” e talvolta penso che nei due sensi impliciti di tale saggezza popolare, “cervello spuntato” e “poveraccio” siano sinonimi uno dell’altro.
Eckhart Tolle scrisse che: “lamentarsi e reagire sono schemi favoriti della mente grazie ai quali l’ego rafforza sé stesso. Per molte persone, gran parte dell’attività mentale-emozionale consiste nel lamentarsi e reagire contro questo o quello. Così facendo, rendete gli altri o la situazione «sbagliati» e voi stessi «giusti». Grazie al fatto che vi sentite «giusti» vi sentite superiori, e grazie al fatto che vi sentite superiori rafforzate il vostro senso del sé. In realtà state ovviamente rafforzando solo l’illusione dell’ego. Potete osservare in voi questi schemi e riconoscere la voce che si lamenta nella vostra testa, per quello che è ?” (da E. Tolle, “Parole dalla quiete”); grazie a questo breve pensiero, si legge come la gratificazione dell’ego che si illude dell’esser superiore ad una situazione palesemente contraria al lamento posto in essere, diventi un’attività prediletta da chi ha, in verità, molto poco da dire.
Dei “poveracci arricchiti”, dei “cervelli spuntati” ne è pieno il mondo ed il problema nasce quando questi individui hanno voce in capitolo negli eventi chiave della nostra esistenza oppure quando diamo troppa importanza alle loro parole, dimenticandoci per un attimo che la falsità risiede proprio nella loro condizione naturale di essere.
Se è vero che nessuno può permettersi di ricavar beneficio dal danno altrui, è anche altrettanto vero che spesso chi si lamenta, pur essendo benestante, ha parametri che non combaciano con la maggioranza delle persone che benestanti non sono. Per i primi saltare una seduta di spinning è un disastro, mentre per i secondi è un grosso problema il non poter lavorare un’ora in più per pagare la bolletta della luce. Forse i tranquillanti assunti sono i medesimi, solo che per alcuni non è un problema comperarli, mentre per altri sì ed allora torna utile un buon bicchiere di vino. 


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