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mercoledì 31 ottobre 2018

Ogni tanto la vita...


Chi vive in armonia con sé stesso vive in armonia con l’universo
(Marco Aurelio)

Tempo addietro una persona cara mi disse: “la vita è un universo in movimento, una sorta di giostra che ad ogni giro cambia musica e velocità” e, sebbene all’inizio non capivo cosa significasse, il trascorrere del tempo ha chiarito a grandi linee il senso di quella frase.
Un film piuttosto famoso del 2001, Serendipity, riporta una frase molto illuminante: “Se vogliamo vivere in armonia con l’universo, dobbiamo possedere una fede incrollabile in quello che gli antichi chiamavano fato. Equivalente dell’odierno destino” e questa citazione ben si equilibra con molte intuizioni di tradizioni antiche che trattavano il Senso della vita, soprattutto nel caso del Taoismo dove il famoso libro divinatorio I-Ching valuta l’istante come il condensato di ogni vita, di ogni tempo e della vera Essenza del sé.
Cosa siamo dunque ? Perché la vita, generalmente, esegue virate azzardate senza che noi si possa programmarne la rotta ? Come mai il nostro viaggio a volte si svolge in un deserto senza confini ed altre volte si realizza in un binario dal quale sembra impossibile deviare ?
Nel processo di conoscenza di Sé, spesso cerchiamo all’esterno delle conferme che mai potranno arrivare poiché le stesse non sono vincolate alle vite altrui, ma ad una sorta di esercizio del tutto personale che, grazie a sofferenze e gioie, costruisce una sorta di tempio dentro il quale possiamo trovare la parte più sacra di noi.
Le esperienze che conduciamo sono insegnamenti utili che, se non compresi, comportano solo il fatto di ripeterle sino al loro intendimento e questo può comportare una afflizione che conduce ad un grande caos nel quale, quasi inconsciamente, si scatenano le piccole e noiose caratteristiche umane che più ci rendono il viaggio difficile: insicurezza, gelosia, avidità, bassa autostima, forte propensione al procrastinare qualsiasi nostra volontà di agire, pigrizia, dipendenza da altri e tante altre noie che rallentano ogni evoluzione interiore.
Parliamo di amore sempre più spesso, senza rendersi conto che il suo primo atto dev’essere compiuto verso noi stessi, ossia verso colui (o colei) che conosciamo meno. Senza questa realizzazione, senza che un equilibrio interiore possa esser raggiunto, è molto raro sentire cosa sia davvero l’amore in quale non si realizza esclusivamente in un rapporto di coppia, ma pure nei confronti di ogni altro atto della nostra vita.
Così è amore ciò che lo scienziato prova verso la propria ricerca (tesa al bene dell’umanità), è amore l’opera dell’artigiano, è amore quello che l’insegnante sperimenta quando i suoi alunni riescono a capire ed avanzare nella propria educazione e così via. Senza questa intima realizzazione, diventa difficile realizzare l’armonia di una vita. Certo, questo comporta sacrifici e fatica, ma sono caratteristiche che inevitabilmente si fondono con il successo della propria esistenza: raramente si notano realizzazioni di successo prive di tribolazioni.
Quindi, quando un amore implica solo sofferenza, molto probabilmente non è amore, ma solo attaccamento. Quando un rapporto che si crede perfetto (perché noi stessi lo interpretiamo tale, come una sorta di "mondo parallelo") nasconde in realtà insidie pericolose e potenzialmente letali per il proprio spirito e la propria mente, non è amore, ma dipendenza. Quando si nota solo la bruttezza, ma si trascura la bellezza di un insieme, non è amore, ma insoddisfazione.
Anche se questo è ovviamente inteso nei confronti di un rapporto di coppia, può essere tranquillamente esteso ad ogni realtà della nostra vita e del nostro essere interiore.
Il grande saggio Jiddu Krishnamurti disse: devi capire l'interezza della vita, non soltanto una parte di essa. Ecco perché devi leggere, ecco perché devi guardare i cieli, ecco perché devi cantare e danzare, e scrivere poesie, e soffrire e capire, perché tutto questo è vita” e niente può esser paragonato ad una verità del genere che, benché apparentemente banale, nasconde una grande verità: "sopravvivere" è semplice (e comporta la pigrizia di "non essere"), mentre vivere è un dovere a cui dobbiamo rispondere con forza e serenità.
Fioriscono ovunque libri di auto-aiuto, manuali su come raggiungere la serenità o la felicità (come se le due fossero separate), sul ritrovare sé stessi attraverso metodi particolari (l’ultima volta che sono passato in libreria ho scovato un libro del genere che trattava il “potere del riordino”) e tanto altro; la necessità di esser “liberi” porta a cercare nei pensieri altrui e nei vari “guru” del momento ogni risposta ai nostri piccoli drammi interiori.
Non so quanto si possa esser davvero “liberi” e su questo tema in molti hanno scritto interi trattati di filosofia, ma ciò che forse è davvero utile è ricordarsi che la libertà implica l’assenza di giudizio, soprattutto verso noi stessi. Il giudicare di continuo, il perenne incasellare persone e fatti, affatica la mente e la rende più soggetta a rallentare, a costruire confini stretti dove è difficile muoversi ed ampliare la visione.
Da qui l’isteria di “apparire” per non essere; la nevroticità che ci auto-induciamo, ossia la tendenza ad avvertire solo emozioni negative, ci porta a credere di non esser mai all’altezza di un compito o, peggio ancora, di noi stessi.
Noi dimentichiamo sempre che “l’universo non è tenuto a essere in perfetta armonia con l’ambizione umana” (Carl Sagan) e che, alla fine dei tempi, saremo noi a fare i conti con il nostro spirito e la nostra anima.
Questa vita, flebile ed al tempo stesso salda nel suo scorrere imperterrita (a volte, però, anche troppo vivace), è solo un piccolo sguardo su di un mondo che alla fine nemmeno ci appartiene, ma ci è stato dato in prestito. Tutti dimentichiamo che il trascorrere degli attimi è il solo metro da considerare ed il tempo stesso la moneta più preziosa che ci è stata donata e che, regolarmente, gettiamo via senza nemmeno conoscere il Senso del nostro esistere e la profonda essenza di cui siamo fatti.
Ed è lì, in quell’angolo luminoso dentro di noi, che sta la libertà…



martedì 23 ottobre 2018

Cristalli rotti


Qualunque sia il costo delle nostre biblioteche,
il prezzo è comunque a buon mercato rispetto a quello di una nazione ignorante.
(Walter Cronkite)

C’era una volta un artigiano che, abile nel manovrare gli strumenti, costruiva oggetti di raro pregio.
Era un lavoratore stimato nel suo settore e guadagnava molti soldi. L’unico suo punto debole era un’istruzione carente ed una difficile interpretazione della società che lo circondava, ma erano deboli congetture che nemmeno considerava: per lavorare il legno l’intelligenza manuale e la forte prospettiva gli bastava e la propensione alle “misure a batter di ciglia” era il suo punto forte che garantiva una vita agiata ed un bell’aperitivo con gli amici a fine giornata. Anche i quotidiani, che regolarmente acquistava ogni mattina, non avevano forte attrattiva, dato che si fermava a leggere i titoli in grassetto senza neanche considerare il testo dell’articolo: troppa fatica leggere e pensare. Al bar, comunque, era un buon tuttologo e s’infiammava su materie che, sebbene molto distanti dal suo cervello, trattava con passione grazie al suo nuovo smartphone ed alla connessione sempre presente con i social network. Il problema, però, si presentò quando gli venne richiesto di costruire un oggetto particolare che doveva contenere cristalli pregiati: gli appoggi erano molto particolari e le ante posizionate in modo strano.
Era richiesta una conoscenza minima della statica della struttura che, ad occhio, difficilmente si ottiene ed un calcolo del peso da supportare che presentava per lui strane caratteristiche.
Certo, bastava avere nozioni minime di Fisica delle scuole superiori, ma la sua gioventù non aveva lasciato traccia alcuna di tali ragionamenti.
Il mobile venne comunque preparato, venne subito posizionato ed i cristalli inesorabilmente caddero.
Strano perché aveva letto su facebook degli articoli in merito, aveva visto dei video su youtube (scartando quelli didattici, ovviamente, che parlavano di strane formule e numerelli), aveva letto un paio di blog su internet ma… niente, i cristalli caddero comunque.

Dal vocabolario Treccani si legge: “praticóne s. m. (f. -a) [der. di pratica]. – Chi esercita una professione, un mestiere, un’arte, una tecnica, basandosi più sull’esperienza pratica, quotidiana, che su un’adeguata preparazione teorica (sempre con una connotazione limitativa e talvolta anche spreg.): non è un buon avvocato, è solo un gran p.; in lui si riconosce soprattutto il p. politico, che sa dare il colpo al cerchio e alla botte (E. Cecchi)” (http://www.treccani.it/vocabolario/praticone/) e, come nella storiella di fantasia sopra riportata, si può notare tale caratteristica in molti spaccati del nostro viver quotidiano.
Prima di continuare con lo scritto, occorre ammettere che l’abilità manuale è una dote indispensabile in molti campi della nostra vita e che senza di essa molte realtà nemmeno potrebbero esistere e, quindi, è una delle qualità che occorre, in misura maggiore o minore, coltivare.
Detto questo, però, è anche d’obbligo dire che la necessità di una buona base teorica è vitale in tutti i settori scoiali poiché senza di essa ogni nostro muoversi diventa privo di significato e… i cristalli poi cadono.
Nella nostra società attuale, vale una sorta di regola implicita: è necessario “livellare” tutto verso il basso, ossia è opportuno portare ognuno ad un livello di ignoranza “accettabile” (attenzione, non di cultura, ma d’ignoranza). La meta da raggiungere è un maggior controllo ed una maggiore perdita di consapevolezza per esercitare una sorta di “potere decisionale” che non possa mai esser messo in discussione. Poco importa se gruppi di imbecilli si riuniscono nei social network e discutono aspramente sul fatto che la terra sia piatta o sul potere del bicarbonato, basta che vi sia una demenza generalizzata che porti ognuno a “sgobbare” senza riflettere molto, non occorre altro che togliere le armi per combattere la guerra, ossia basta demolire e ridicolizzare l’istruzione e l’educazione di un popolo. Qualcosa era già stato intuito da Orwell e colleghi che, scrivendo, mettevano in guardia dalle distorsioni del potere, ma ormai si sa: i romanzi sono da leggere sotto l’ombrellone al mare… anzi, nemmeno si leggono più: oggi si guarda il culo di Belen sullo smartphone.
In una nazione dove i cervelli sono in fuga, si continua a demolire l’università grazie alla scusa costituita dal fatto che “occorre manodopera”, che i ragazzi escono dagli studi e non sanno lavorare.
È incredibile: mancano le menti che possono risollevare il paese da questo caos generalizzato e ci si lamenta del fatto che non vi sono “braccia per arare", trascurando il fatto che pure per lavorare la terra occorre un certo bagaglio di conoscenze..
La realtà è esattamente inversa: vi sono troppi “praticoni” e pochi teorici, esistono troppi creduloni e pochi esperti. Invece di chiedersi perché i molti validi studiosi fuggono a gambe levate dal nostro paese oppure, se restano, si danno alla coltivazione delle olive, insistiamo nel domandarci come tagliare i vari insegnamenti, come “sfrondare” la scuola di competenze inestimabili, permettendo un imbarbarimento senza precedenti. Inutile, quindi, chiederci come mai cadono ponti, perché spuntano malattie prima debellate, perché ci spariamo a vicenda se una persona non rispetta uno stop stradale o come mai gettiamo nel ridicolo ogni attività di prevenzione (sia lavorativa che per la salute).
Leggo che è stato costituito un “liceo artigianale” in nord Italia con l’obiettivo di “imparare un mestiere” con tre settori da poter scegliere: arti della cucina e dell’accoglienza, arti dell’arredo ligneo e arti del tessile. Faccio notare che esisteva già, in tempi poi così non remoti, un istituto del genere e veniva definito “professionale” (una volta anche detti “centri di addestramento professionale”… sì, avete letto bene: addestramento) dove, più che studiare, si insegnava come usare il tornio, come lavorare con la lima e tante altre abilità indubbiamente utili, ma dove la percentuale di ore di studio era bassissima. So che dirò una cosa forse impopolare: in quella scuola andava solo chi era bocciato più volte in altri istituti o non aveva voglia di studiare ed era una disperazione per i genitori perché, una volta, lo studio era considerata una delle armi per un futuro migliore… un futuro più onesto e valido per tutti ! Conosco padri e madri che si sono indebitati pur di far studiare il figlio o la figlia semplicemente perché non volevano lasciarli preda all’ignoranza. Poco importa ciò che decidevano poi della propria vita: lo studio era un merito assoluto.
In un momento così difficile, dovremmo esaltare e promuovere l’alta formazione e dare merito a coloro che si impegnano in questa, permettendo un lavoro successivo di qualità e non esaltarci perché, finalmente, avremo più “manodopera”.
Se poi abbiamo una società costituita da individui che ignorano l’inesistenza della “razza”, che si fanno imbambolare dai tanti deficienti che incitano all’odio verso il “negro” od alla difesa personale facendo passare l’omicidio come un fatto “normale” (togliere una vita è aberrante) o che si lasciano irretire da venditori di pentole che annunciano miracoli impossibili, un motivo c’è: è la famosa “ignoranza accettabile” imposta quasi come dogma.
Ma alla fine che ci importa ? Tanto il mobile l’abbiamo venduto, i soldi incassati… ed i cristalli rotti. 



mercoledì 17 ottobre 2018

Populismo


Populismo: s. m. [dall’ingl. populism (der. di populist: v. populista), per traduz. del russo narodničestvo]. – 1. Movimento culturale e politico sviluppatosi in Russia tra l’ultimo quarto del sec. 19° e gli inizî del sec. 20°; si proponeva di raggiungere, attraverso l’attività di propaganda e proselitismo svolta dagli intellettuali presso il popolo e con una diretta azione rivoluzionaria (culminata nel 1881 con l’uccisione dello zar Alessandro II), un miglioramento delle condizioni di vita delle classi diseredate, spec. dei contadini e dei servi della gleba, e la realizzazione di una specie di socialismo rurale basato sulla comunità rurale russa, in antitesi alla società industriale occidentale. 2. Per estens., atteggiamento ideologico che, sulla base di principî e programmi genericamente ispirati al socialismo, esalta in modo demagogico e velleitario il popolo come depositario di valori totalmente positivi. Con sign. più recente, e con riferimento al mondo latino-americano, in partic. all’Argentina del tempo di J. D. Perón (v. peronismo), forma di prassi politica, tipica di paesi in via di rapido sviluppo dall’economia agricola a quella industriale, caratterizzata da un rapporto diretto tra un capo carismatico e le masse popolari, con il consenso dei ceti borghesi e capitalistici che possono così più agevolmente controllare e far progredire i processi di industrializzazione. In ambito artistico e letterario, rappresentazione idealizzata del popolo, considerato come modello etico e sociale: il p. nella letteratura italiana del secondo dopoguerra.

Come si può leggere sopra, il termine “populismo” assume significati piuttosto profondi ed identifica un movimento sociale e culturale che porta a sconvolgimenti piuttosto profondi.
Attualmente ci si riferisce a tale fenomeno come “deriva populista”, indicando una serie di elementi negativi che dovrebbero coincidere con l’ignoranza e con la mancata competenza nello svolgere i servigi a cui un esponente politico è chiamato a svolgere. Dire, pertanto, che il populismo sia una “deriva” è inesatto.
Il problema è che la “rappresentazione idealizzata del popolo” conduce ad un’etica inesistente perché il livellamento socio-culturale tende al basso, caricando di invitanti apparenze chi ha una preparazione alquanto mediocre. Nel regno dei ciechi beati i monoculi.
Come mai si è giunti ad una tale distorsione dei significati ?
Credo non sia molto difficile comprenderlo poiché ognuno di noi è vessato da un sistema burocratico e di tassazione che ha dell’incredibile e non permette una vita normale ad un qualsiasi cittadino italiano. Quando un professionista onesto (tengo a ribadire: onesto) che si impegna nel suo lavoro con competenza, si trova costretto ad impiegare il 30% del suo tempo nelle pratiche burocratiche, spesso stupide, con l’Agenzia delle Entrate (nonostante, inevitabilmente, debba pagare un commercialista per svolgere le mansioni contabili) che di continuo invia missive non troppo carine (e spesso sbagliate ed inesatte) e pretende pagamenti non dovuti (magari per controlli risalenti a tre anni prima) oppure un lavoratore dipendente che profumatamente paga il Sistema Sanitario Nazionale con la sua busta paga e poi, in caso di estrema necessità, ha bisogno di una TAC e si trova inserito in liste di attesa di sei mesi oppure presso un altro ospedale (con i connessi ritardi) perché i macchinari sono guasti, qualcosa decisamente non quadra.
Che dire delle bollette dei servizi pubblici (di pubblica utilità: luce, acqua e gas) che sono triplicate rispetto all’effettivo consumo grazie ad accise, imposte e tassazioni varie dai nomi altisonanti (pensate agli “oneri del trasporto del contatore” che nascondono altre realtà legate a furbizie di mercato) di cui pochi veramente comprendono il significato ?
Vogliamo parlare del mercato del lavoro (ormai inesistente) fatto di continuo precariato e di contratti stipulati ogni sei mesi (a vantaggio, spesso, di datori di lavoro furbi ed infami) dove il lavoratore non ha diritto nemmeno alla malattia ? O del fatto che, ancora oggi, una delle domande più gettonate alle donne, ai fini di una possibile assunzione (ovviamente precaria), è: “lei ha intenzione di far figli ?”.
Quando, infine, si legge di uno stipendio mensile a cinque cifre di politicanti ed affini (ormai oggi uomini da poco e totalmente inabili a compiere qualsiasi ragionamento politico), è inevitabile che monti la rabbia.
Questi sono solo alcuni esempi dello stato sociale di un paese che potrebbe vivere agiatamente grazie al proprio patrimonio culturale ed alla ormai passata capacità intellettuale dei propri abitanti (di fatto i più capaci se ne sono andati).
Grazie al basso livello culturale ed etico, ha avuto risonanza positiva un “vaffanculo” sparso in giro per il paese ed i cittadini, ormai stremati da uno stato percepito come nemico dell’esistenza personale, hanno avallato furbizie e direzioni politiche contorte mascherate da una forte necessità di giustizia sociale.
Così sono sorti i nostri “populismi”, ossia quella specie di incarnazione di una presunta vendetta nei confronti di un sistema ormai fallito, dove pochi riescono a viver bene grazie ad un proprio e cospicuo capitale economico. Confucio, però, usava dire che “quando ti muovi per una vendetta, scava due fosse: una per il tuo nemico ed una per te” ed oggi più che mai questo detto è divenuto realtà.
In effetti ciò che indichiamo con “populismo” ha poco a che vedere con i movimenti degli intellettuali russi che portarono al rovesciamento dello Zar ed al progresso delle classi sociali diseredate oppure alla connessione con programmi e principi socialisti che esaltano il popolo come valore positivo.
Oggi il termine ha assunto un significato piuttosto scurrile che si può identificare con: “ne abbiamo piene le palle” e la dittatura contro cui opporsi è ormai male identificabile (sempre che esista).
È da vituperare un tale atteggiamento e su questo non vi sono dubbi, ma dato il mediocre livello del popolo è anche più che comprensibile. L’assurdo è che, per ovviare ad una situazione così difficile, si invochi il totalitarismo e si pratichi idee estremiste che storicamente hanno sempre portato al disastro, senza pensare alle derive (in questo caso il termine è azzeccato) ideologiche e false che hanno fatto dell’uomo una bestia: sorge in tal modo il razzismo come valore della famiglia perfetta o il menefreghismo sociale che trova rimedio nella messa domenicale. Il paradosso di questo è che gli intellettuali sono considerati come inutili esseri e gli scienziati come orpelli, zavorre da mollare per ottenere una sorta di “libero arbitrio” mentale (costellato da idiozie pericolose).
Se la massa è fatta di persone confuse, il rimedio collettivo sarà altrettanto disordinato e non vi sarà soluzione logica ad un andamento sociale distruttivo.