“Certo anche questo è
importante per la tranquillità d’animo, l’esaminare soprattutto noi stessi e
ciò che ci riguarda direttamente, e, se questo non è possibile, osservare chi
ha meno di noi e non confrontarci con chi invece ha di più, come fa la maggior
parte della gente. Così, ad esempio, chi è in catene subito è portato a stimare
felice chi ne è stato liberato; questi a loro volta stimano felice chi è libero
per condizione naturale; e costui chi è cittadino a pieno titolo, il cittadino
chi è ricco, il ricco i satrapi, i satrapi i re, i re gli dei, e poco ci manca
non vogliano anch’essi tuonare e scagliare fulmini !” (tratto da Plutarco, “La
calma”)
In una società tesa al materialismo come quella attuale, la
ricerca della tranquillità dell’anima sembra quasi un’utopia.
Come nostro solito, viaggiamo sempre agli estremi per cui
non riconosciamo mai la possibilità di una via di mezzo tanto che, di fronte al
caos interiore ed esteriore, giustifichiamo la nostra iperazione nevrotica con
il fatto che oggi il mondo impone a noi determinati ritmi e scelte ben definite
per cui è impossibile fare a meno della nostra agitazione ed istintività.
Come poter riuscire a “calmare le acque di questo impetuoso
mare” ?
Di solito il nostro pensiero conduce a due condizioni: nell’impossibilità
di calmare alcunché perché se vogliamo il “successo” dobbiamo per forza rispondere
istericamente alle situazioni sempre più numerose e pressanti della società,
oppure la possibilità del “rilassamento” (che può non corrispondere ad un senso
di “felicità”) grazie ad una sorta di mediocre appiattimento della propria
condizione verso il basso, ossia alla rinuncia dell’aspirazione a ciò che ci
piace (lavorativamente, professionalmente od altro) in modo tale da “avere più
tempo libero” e, magari, girare con la bicicletta per la campagna ascoltando
gli uccellini che cantano.
Il problema è che, con molta probabilità, in entrambi i casi
dopo un po’ di tempo queste condizioni ci porterebbero comunque ad una forma di
infelicità o depressione, sia perché l’isteria delle scelte improvvise e la
mancanza di tempo utile alla nostra mente uccide ogni spinta interiore alla
riflessione utile per migliorarsi e migliorare ciò che ci circonda, sia perché l’essere
avulsi dalle nostre passioni implica una sorta di sterile impegno nella nostra
vita dato che dobbiamo comunque qualcosa a noi stessi: alla fine anche il canto
gioioso degli uccellini si chiuderebbe con lo sfinirci.
Vi sono persone che si massacrano interiormente (e non di
rado esteriormente) con impegni irraggiungibili solo perché temono di non
apparire all’altezza di alcuni presupposti da altri definiti, ma non da loro
stessi e si gettano in uragani impetuosi fatti di corsi, appuntamenti, attività
sportive al limite del masochismo e strani orari di lavoro solo perché l’apparenza
possa risplendere in qualche modo, gettando la propria luce sul malcapitato
che, involontariamente, incrocia la sua strada con costoro.
Tempo addietro ho conosciuto una persona che, parlando del
suo lavoro, si è autodefinito come una sorta di “dio” poiché curava degli
animali e, sulla base di quello, riconosceva innumerevoli sue possibilità che,
in tutta onestà, intravedeva solo lui.
Esistono, poi, altre persone che, pur avendo ogni
possibilità (intellettuale e non) si pongono nella mediocrità assoluta,
autodefinendosi incapaci e limitate e sedendo sempre su di un gradino più
basso, rifiutando rapporti con altre persone che, invece, gioiscono di quello che
fanno o che hanno un grado di preparazione culturale più elevata rispetto alla
media. Si circondano spesso di altri mediocri perché in tal modo non devono “sforzarsi”
nel ragionare più intensamente del solito, evitano situazioni che hanno un
barlume di complessità (spesso dicendo di non essere in grado di affrontare la
situazione perché “limitate”) e collocano le azioni della propria vita in una
sfera di semplicità che, pur non appartenendo loro, garantisce una specie di
scudo che protegge dalle proprie ansie (derivate dalle paure interiori) e alimenta
il deperimento della propria autostima, appiattendo sempre di più una capacità
cerebrale che, invece, garantirebbe il raggiungimento della propria serenità
nel fare e, soprattutto, riuscire a fare ciò che si ama.
Come Plutarco indica, forse è il caso di centrare la nostra
esistenza su noi stessi, senza spasimare verso le situazioni altrui e cercare
di capire che ognuno ha una sorta di daimon,
per dirla alla Hillmann, che guida la nostra esistenza e che, se non ascoltato,
ci imporrà sempre il suo peso esistenziale.
Potremmo allora girare per le campagne in bicicletta per un
buon lasso di tempo, ascoltare gli uccellini e salutare il contadino che
vendemmia, ma alla lunga se chi pedala ha un amore sconfinato per la filosofia
dovrà per forza tornare sui libri, altrimenti quella pedalata diverrà fonte di
schizofrenia.
Viceversa, può esistere chi si impegna in una carriera
manageriale intensa, trascurando tutto compreso sé stesso, ma se il suo cuore
batte per la pittura, dovrà per forza trovare tempo utile per dipingere “i suoi
quadri” con “i suoi colori”, altrimenti la depressione farà il suo corso.
Le fughe (ormai famose) verso distrazioni create ad arte da
noi stessi, che siano vacanze lussuose o programmi televisivi idioti, possono
anche funzionare per rilasciare le catecolamine cerebrali del nostro stress
quotidiano, ma non devono divenire l’abitudine del nostro pensiero: quest’ultimo
è reale quanto le pietre che ergono una montagna. Essere (o voler essere)
sempre stupidi, diventa noioso sia nei confronti degli altri, ma soprattutto
nei confronti di noi stessi.
Umberto Eco scrisse che “l'ammirazione
per la cultura tuttavia sopraggiunge quando, in base alla cultura, si viene a
guadagnar denaro. Allora si scopre che la cultura serve a qualcosa. L'uomo mediocre
rifiuta di imparare ma si propone di far studiare il figlio” (da “Fenomenologia di Mike Bongiorno”) ed in
questa frase, spesso, si ritrova uno dei cliché sempre più dominanti della
nostra società dove sia il frenetico attore della propria vita agitata che l’eremita
di sé stesso in preda alla solitudine della natura, trovano appoggio per le
loro azioni infelici. Sempre Eco, però, durante un’intervista disse anche che “posso leggere la Bibbia, Omero o Dylan Dog per giorni e giorni senza
annoiarmi” (frase tratta da Tiziano Sclavi, “Dylan Dog. Indocili
sentimenti, arcane paure”, ed. Euresis), indicando la necessaria plasticità con
cui affrontare un’esistenza intellettuale che non opprime, ma crea e genera
diversità utile agli altri ed a noi stessi, senza necessità di fughe o di
spegnimenti dell’interruttore cerebrale.
Esiste pertanto la famosa “via di mezzo”, ossia quella
posizione in cui si centra il nostro valore e la stima di noi stessi, senza le paure
che inibiscono il nostro essere e dove non occorre l’affanno della remissività (che
mai coincide con l’umiltà) o la paranoia del “successo” che non ci appartiene.
In questa posizione risiede la tranquillità dell’anima e la
calma interiore, elementi che ci permettono la riflessione giusta e doverosa
sul da farsi nella nostra vita; costoro sorgeranno spontaneamente poiché quando
si è centrati con il proprio essere, con il Sé, come dice Hillmann “l'occhio della Necessità svela che ciò che
facciamo è soltanto ciò che poteva essere” (J. Hillmann, “Il codice dell’anima”).

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