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giovedì 7 febbraio 2019

Essenza di vita


Profondo e pacifico, libero da costrutti, di una luminosità incomparabile: ho scoperto un Dharma che è come un nettare. Eppure, se dovessi insegnarlo, nessuno lo capirebbe e dunque resterò qui, in silenzio nella foresta” (Buddha, al momento della sua illuminazione, tratto dal “Sutra del Diamante”)

Nel principio della ciclicità dell’esistenza, non esiste un Sé indipendente e nemmeno una realtà che possa dirsi oggettiva, ma ogni cosa diviene interdipendente.
Questo, brevemente, è l’insegnamento di base che arriva a noi dalla riflessione di Nagarjuna, saggio indiano e fonte illimitata di riflessione grazie al suo magistrale scritto “La saggezza fondamentale della Via di Mezzo”.
Nella ciclicità del tempo interiore, nella vera essenza di ogni vita e nel senso eterno del nostro esistere, si muovono innumerevoli anime spesso confuse dall’apparenza delle cose e degli eventi.
Quell’essenza a-priori che muove l’universo intero si riflette in noi come frutto di un’armonia che non pone il contrasto della dualità come fondamento della comprensione, ma indica la sua presenza in una “forma che è vacuità e dove la vacuità è forma”.
Non vi è, pertanto, un’oggettività da mettere a contrasto con la propria mente, ma una capacità di riflessione che consente l’ottenimento del mezzo fondamentale affinché si possa percepire la realizzazione di quel sentimento sostanziale che permette il viaggio in queste dimensioni dell’essere: la compassione.
Non esistono, in tal modo, più verità, ma una sola grande Verità che può assurgere a faro spirituale che indica la direzione verso quella Realtà sfuggevole nel ramo dell’esistenza che conduciamo su questo ed altri innumerevoli piani costretti dalla materia.
L’individuo non è semplice “esistenza” a sé stante composta da un aggregato psicofisico, ma una base sulla quale poggiare la propria comprensione verso vie di comunicazione a doppio senso, nelle quali causa ed effetto sono interdipendenti in senso ciclico e senza soluzione di continuità.
Vi è necessità, pertanto, di superare l’illusione del mondo che si ritiene oggettivo per spingere la mente verso l’ampiezza di un universo senza confini e senza tempo che solo la sacralità dello spirito può identificare; a tale scopo solo il silenzio, che non si identifica esclusivamente nell’assenza di suono, ma anche con l’allontanamento del pensiero orientato verso l’inganno degli stereotipi mentali, può fungere da incomparabile sonda nella dimensione del Sé e, così come un diamante recide il duro, il silenzio apre la porta di quella stanza eterna ed infinita che rappresenta la nostra vera essenza.
In tal modo la meditazione, quella che raggiunge le fibre profonde dell’essere, crea armonia e cura le piaghe dell’illusione data dalla rivoluzione continua della materia.
Nello sconvolgimento inevitabile che risulta dalla posizione duale della “soggettiva realtà” che un qualsiasi costrutto mentale impone a noi stessi, sorgono emozioni distruttive (rabbia, orgoglio, attaccamento, bramosia, gelosia ed altro) che usano violenza nei confronti di noi stessi, legandoci al giogo dell’infelicità e gettandoci nella spirale dell’auto-commiserazione, minando alla base quella pace interiore che sorgerebbe, invece, con la naturalezza del sole durante l’alba del mattino.
L’azione di tali forze demolitrici, impone a noi stessi una distrazione forzata dalla ciclicità cui apparteniamo, ponendo un velo scuro sull’interdipendenza che ognuno ha nei confronti di ogni essere e di ogni dimensione dell’esistere, creando sofferenza e dolore.
Perché questo possa esser evitato, occorre aver inciso dentro di sé il fatto che l’accesso ad una complessa dimensione quale quella dello spirito, si realizza non fuori dal tempo, né dal mondo e nemmeno dopo questa vita, ma nell’istante, nel “qui ed ora” poiché, come scrive Ananda K. Coomaraswamy, “l’eternità è più vicina a noi del tempo”.
Non vi è stasi, pertanto, ma continuo mutamento dove esiste sempre un inizio e mai una fine, dove si concretizza l’unità del tempo in un’unica e continua totalità.
È in questo continuo rivolgersi in silenzio all’assoluto che sentiamo amore e passione, immagini di eternità riflesse nella luce dell’istante.
La vita, in tal modo, non termina mai tanto che coincidono fine ed inizio, eterno ritorno e sempiterna permanenza. Nessun contrapposto e niente dualità: solo un piacevole naufragio nel mare dell’infinito.



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