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venerdì 11 gennaio 2019

Il Giano bifronte della vita passata


Un’antica divinità romana dal nome Giano è spesso raffigurata con due volti (da cui il nome Giano bifronte): una emblematicamente rivolto verso il passato e l’altro verso il futuro oppure, come materialmente spesso accadeva alle porte cittadine degli antichi italici, una rivolta verso l’interno della città ed una verso l’esterno.
Questo dio ha, con molta probabilità, origine sumera e non può assolutamente esser ricollegato alla mitologia greca anche se la pratica devozionale degli antichi romani nei suoi confronti presentava un’attenzione piuttosto massiccia, tanto che solo il rex sacrorum, magistrato patrizio e sacerdote di alto rango nella Roma imperiale, ne celebrava il culto.
Il significato esoterico è relativo alla qualità e natura del divino; nella sua forma Giano guardava allo stesso tempo, come sopra detto, al passato ed al futuro che in lui coincidevano in un eterno privo di inizio e di fine. Il volto del presente è nascosto, perché il presente non si può raffigurare: prima della raffigurazione è futuro, dopo è inesorabilmente passato.
Questa figura della mitologia pre-romana prima e romana poi, si rivela molto affascinante anche per chi, come tutti noi, è incluso nell’ingranaggio di un quotidiano che sempre di più schiaccia il pensiero a pro di una stereotipia sfrenata nei confronti di un altalenante materialismo.
Giano, per certi versi, inquieta l’anima di chi, avendo compiuto un cambiamento importante nella propria esistenza, si trova ad affrontare una vita con emozioni, sentimenti, realtà oggettive, situazioni lavorative e quant’altro del tutto nuove. Può accadere, in questa situazione, che il “suo” Giano possegga uno sguardo più attento ed incisivo nei confronti del passato ed una visione meno pronta che scorge il futuro.
L’ampia trasformazione dell’Essere, che ogni cambiamento impone, necessita di una Saggezza che giunge solo nel silenzio, un’assenza di rumori che arriva esclusivamente quando si mollano le zavorre della vita precedente e stacchiamo quella sorta di “cordone ombelicale” che nutre la nostra anima delle vecchie emozioni e dei sentimenti stantii che inquinano la nostra capacità di viverne di nuovi e, magari, più “veri” e vivaci.
La carenza di autostima, la paura di non riuscire a realizzare sé stessi (che lentamente scatena la relativa ansia), la dipendenza verso situazioni che ormai non esistono più, scatenano reazioni quasi chimiche che portano alla combustione prima ed alla volatilità poi di un nuovo rapporto con il partner, degli accadimenti positivi che si realizzano nel vissuto presente, del lavoro che, magari, nel frattempo è mutato in qualità e quantità e di quant’altro la nuova situazione ci avrebbe permesso di sviluppare donando una più probabile serenità.
Ci troviamo spesso a fantasticare per un domani migliore, ignorando la necessità di mollare lo sguardo rivolto all’indietro del nostro Giano che rende i nostri sogni solo comodi rifugi dove coccolarsi quasi in modo imbelle, costringendoci in giri inutili e totalmente infruttuosi se non pesantemente deleteri. Le scelte migliori della nostra vita, le più sagge, sono sempre quelle che sbocciano da sole, senza imposizioni alcune e senza che vi siano particelle inquinanti derivanti dalla “vita passata” che, ormai, non ci appartiene più e che vorrebbe inutili “perfezionismi” frutto di scelte ormai morte e sepolte.
Intendiamoci, il passato serve ed è utile perché è comunque la nostra storia e va considerato come fonte per ulteriori apprendimenti, ma come Winston Churchill usava dire: “se il presente cerca di giudicare il passato, perderà il futuro”.
È totalmente inutile cercare il riscatto dalle avversità passate nelle nuove situazioni presenti poiché renderanno il futuro un fallimento certo. Se ciò avviene, le colpe del passato ricadranno ingiustamente sul presente ed a carico di chi vuole costruire un miglior futuro, facendo fallire qualsiasi progetto e imponendo una ritirata disperata che non lascia scampo.
È certo che la nostra interiorità ha bisogno di cose concrete e realizzabili, ma non devono portar con sé l’odore insopportabile del cadavere del passato, tempo oramai defunto che può certo insegnare, ma non condizionare.
Quando il momento del cambiamento è giunto, la cosa “giusta” da fare non è legata alla razionalità, ma anzi la si prepara sgombrando la mente dal “dover scegliere subito qualcosa”.
Vi è poi un altro fattore che il nostro Giano interiore, se non bilancia il suo duplice sguardo, corrompe e rende fallimentare: il rivivere atti e sequenze che sono già stati vissuti con le medesime caratteristiche passate, abbinando ad essi le stesse emozioni e le stesse paranoie.
Ad esempio, si possono fare cento traslochi simili (casa, negozio o altro), ma ognuno di essi ha un senso ed un sapore differente perché diversa è la vita che li ha permessi ed in tal modo ciascuna di queste fatiche assume l’emozione del “nuovo” e della “diversità” che costruisce e non distrugge la nostra interiorità (anche se fisicamente possono essere realmente duri) a patto di non viverli nello sguardo corrotto del volto della divinità che punta gli occhi solo indietro e chiude quelli del volto futuro; in tal caso saranno un disastro completo, abbinando ai medesimi le stesse paure ed ansie che bloccano le scelte felici.
Questa “dipendenza” dal passato, poi, convince ognuno ai “luoghi comuni” che, invece di esser finalmente smantellati, li piazziamo come vessillo da difendere e costruiamo la macchina del “giudizio” che cerca, in modo totalmente devastante, di ricostruire qualcosa che non esiste più. Inibiamo così in modo inconscio la nascita del “nuovo” e permettiamo la fuga di chi, invece, potrebbe renderci la vita migliore. L’apogeo dello sguardo sbilanciato del nostro Giano si rivela con la difesa ad oltranza di posizioni ormai indifendibili, attaccando chiunque si pone come “diversità” e non accettandone le differenti sfaccettature perché non corrispondenti a quello che si è già vissuto e ribandendo l’inutilità di altri vissuti che, parimenti al nostro, ormai non hanno più senso di esistere.
Non si tratta di “perdere” qualcosa, ma di acquisire il “nuovo”, in una continuità che tende alla felicità e non alla ritrosia di ciò che, ormai, non è più possibile recuperare. I più grandi fallimenti, salvo rarissime eccezioni, avvengono proprio nel tentativo di ripristinare moduli comportamentali ormai trascorsi e spesso senza successo alcuno.
Lo scrittore e poeta Khalil Gibran disse: “spesso ci indebitiamo con il futuro per pagare i debiti con il passato ed è questo un carico che non riusciremo mai ad alleviare. 



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