Un’antica divinità romana dal nome Giano è spesso
raffigurata con due volti (da cui il nome Giano
bifronte): una emblematicamente rivolto verso il passato e l’altro verso il
futuro oppure, come materialmente spesso accadeva alle porte cittadine degli antichi
italici, una rivolta verso l’interno della città ed una verso l’esterno.
Questo dio ha, con molta probabilità, origine sumera e non
può assolutamente esser ricollegato alla mitologia greca anche se la pratica
devozionale degli antichi romani nei suoi confronti presentava un’attenzione piuttosto massiccia, tanto che solo il rex sacrorum, magistrato patrizio e sacerdote di alto rango nella Roma
imperiale, ne celebrava il culto.
Il significato esoterico è relativo alla qualità e natura
del divino; nella sua forma Giano guardava allo stesso tempo, come sopra detto,
al passato ed al futuro che in lui coincidevano in un eterno privo di inizio e di
fine. Il volto del presente è nascosto, perché il presente non si può
raffigurare: prima della raffigurazione è futuro, dopo è inesorabilmente
passato.
Questa figura della mitologia pre-romana prima e romana poi,
si rivela molto affascinante anche per chi, come tutti noi, è incluso nell’ingranaggio
di un quotidiano che sempre di più schiaccia il pensiero a pro di una
stereotipia sfrenata nei confronti di un altalenante materialismo.
Giano, per certi versi, inquieta l’anima di chi, avendo compiuto
un cambiamento importante nella propria esistenza, si trova ad affrontare una
vita con emozioni, sentimenti, realtà oggettive, situazioni lavorative e quant’altro
del tutto nuove. Può accadere, in questa situazione, che il “suo” Giano
possegga uno sguardo più attento ed incisivo nei confronti del passato ed una
visione meno pronta che scorge il futuro.
L’ampia trasformazione dell’Essere, che ogni cambiamento
impone, necessita di una Saggezza che giunge solo nel silenzio, un’assenza di
rumori che arriva esclusivamente quando si mollano le zavorre della vita precedente
e stacchiamo quella sorta di “cordone ombelicale” che nutre la nostra anima
delle vecchie emozioni e dei sentimenti stantii che inquinano la nostra
capacità di viverne di nuovi e, magari, più “veri” e vivaci.
La carenza di autostima, la paura di non riuscire a
realizzare sé stessi (che lentamente scatena la relativa ansia), la dipendenza
verso situazioni che ormai non esistono più, scatenano reazioni quasi chimiche
che portano alla combustione prima ed alla volatilità poi di un nuovo rapporto con
il partner, degli accadimenti positivi che si realizzano nel vissuto presente,
del lavoro che, magari, nel frattempo è mutato in qualità e quantità e di quant’altro
la nuova situazione ci avrebbe permesso di sviluppare donando una più probabile
serenità.
Ci troviamo spesso a fantasticare per un domani migliore,
ignorando la necessità di mollare lo sguardo rivolto all’indietro del nostro
Giano che rende i nostri sogni solo comodi rifugi dove coccolarsi quasi in modo
imbelle, costringendoci in giri inutili e totalmente infruttuosi se non
pesantemente deleteri. Le scelte migliori della nostra vita, le più sagge, sono
sempre quelle che sbocciano da sole, senza imposizioni alcune e senza che vi
siano particelle inquinanti derivanti dalla “vita passata” che, ormai, non ci
appartiene più e che vorrebbe inutili “perfezionismi” frutto di scelte ormai
morte e sepolte.
Intendiamoci, il passato serve ed è utile perché è comunque la
nostra storia e va considerato come fonte per ulteriori apprendimenti, ma come
Winston Churchill usava dire: “se il
presente cerca di giudicare il passato, perderà il futuro”.
È totalmente inutile cercare il riscatto dalle avversità
passate nelle nuove situazioni presenti poiché renderanno il futuro un
fallimento certo. Se ciò avviene, le colpe del passato ricadranno ingiustamente
sul presente ed a carico di chi vuole costruire un miglior futuro, facendo
fallire qualsiasi progetto e imponendo una ritirata disperata che non lascia
scampo.
È certo che la nostra interiorità ha bisogno di cose
concrete e realizzabili, ma non devono portar con sé l’odore insopportabile del
cadavere del passato, tempo oramai defunto che può certo insegnare, ma non
condizionare.
Quando il momento del cambiamento è giunto, la cosa “giusta”
da fare non è legata alla razionalità, ma anzi la si prepara sgombrando la
mente dal “dover scegliere subito qualcosa”.
Vi è poi un altro fattore che il nostro Giano interiore, se
non bilancia il suo duplice sguardo, corrompe e rende fallimentare: il rivivere
atti e sequenze che sono già stati vissuti con le medesime caratteristiche
passate, abbinando ad essi le stesse emozioni e le stesse paranoie.
Ad esempio, si possono fare cento traslochi simili (casa, negozio o altro), ma ognuno di essi ha un senso ed un sapore differente perché diversa è la vita che li ha
permessi ed in tal modo ciascuna di queste fatiche assume l’emozione del “nuovo” e della “diversità”
che costruisce e non distrugge la nostra interiorità (anche se fisicamente
possono essere realmente duri) a patto di non viverli nello sguardo corrotto
del volto della divinità che punta gli occhi solo indietro e chiude quelli del
volto futuro; in tal caso saranno un disastro completo, abbinando ai medesimi
le stesse paure ed ansie che bloccano le scelte felici.
Questa “dipendenza” dal passato, poi, convince ognuno ai “luoghi
comuni” che, invece di esser finalmente smantellati, li piazziamo come vessillo
da difendere e costruiamo la macchina del “giudizio” che cerca, in modo totalmente
devastante, di ricostruire qualcosa che non esiste più. Inibiamo così in modo inconscio
la nascita del “nuovo” e permettiamo la fuga di chi, invece, potrebbe renderci
la vita migliore. L’apogeo dello sguardo sbilanciato del nostro Giano si rivela
con la difesa ad oltranza di posizioni ormai indifendibili, attaccando chiunque
si pone come “diversità” e non accettandone le differenti sfaccettature perché
non corrispondenti a quello che si è già vissuto e ribandendo l’inutilità di
altri vissuti che, parimenti al nostro, ormai non hanno più senso di esistere.
Non si tratta di “perdere” qualcosa, ma di acquisire il “nuovo”,
in una continuità che tende alla felicità e non alla ritrosia di ciò che,
ormai, non è più possibile recuperare. I più grandi fallimenti, salvo rarissime
eccezioni, avvengono proprio nel tentativo di ripristinare moduli
comportamentali ormai trascorsi e spesso senza successo alcuno.
Lo scrittore e poeta Khalil Gibran disse: “spesso ci
indebitiamo con il futuro per pagare i debiti con il passato”
ed è questo un carico che non riusciremo mai ad alleviare.

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