In occasione del mio matrimonio, mio padre acquistò un
abito meraviglioso che indossò con fierezza per tutto il giorno. Era davvero un
bell’abito: blu scuro con cravatta cangiante e, nonostante la sua robusta struttura
fisica, gli calzava a pennello tanto da rendere la sua figura persino più “magra”.
Un abito bello e ben confezionato.
Mia madre, dopo quel giorno, inutilmente tentava di
farglielo indossare di nuovo, ma lui rispondeva sempre: “ma no, dai, è talmente
bello che aspetto un’occasione importante per metterlo di nuovo !”.
Rividi mio padre vestito con quel bellissimo abito solo per
circa un paio di ore: il giorno del suo estremo saluto in quei maledetti e
freddi locali dell’obitorio.
Non so se quella veramente fosse “l’occasione importante”
che lui aspettava da tanto tempo, ma credo che quell’abito fosse sprecato
perché, in verità, mio padre di occasioni importanti ne aveva avute sin da quel
festoso giorno, ma non vennero giudicate da lui stesso “così importanti” oppure
la bellezza del vestito, per qualche motivo, inibiva la sua scelta nell’indossarlo.
Questa breve storiella di un passo della mia vita (e di
quella di mio padre) è indicativo di alcune nostre scelte che recano a noi
stessi l’inquietudine che spesso fa capolino nell’esistenza e delle scelte
rimandate vuoi per pigrizia, vuoi per una scarsa stima nei confronti di noi
stessi.
Spesso attendiamo “l’occasione importante” come fosse il
signor Godot nello scritto di Samuel Beckett, ossia aspettiamo qualcosa che, in
verità, potrebbe non accader mai, una realizzazione che se non parte da noi
stessi, mai potrà avvenire.
Siamo però così stolti che diamo a quell’attesa un valore
che in realtà non possiede e ci beatifichiamo ed immoliamo su di un altare che
non ci appartiene, lamentandoci per qualcosa che potremmo cambiare se interrompessimo
quell’attesa spesso infruttuosa.
In realtà amiamo accontentarci delle briciole della vita, dando
valore ad avvenimenti secondari alla nostra realtà oppure preoccupandoci del “giudizio
altrui”, dimenticandosi che chi giudica è uomo da poco. In questa situazione possiamo
solo compiere la più ignobile delle azioni: la fuga.
Ed ecco allora spuntare la necessità di “esserci” agli occhi
di tutti, utilizzando strumenti che impediscono la relazione sociale diretta:
uno schermo ed un social network dove mostrare una vita secondaria fatta di
pulsioni sociali (o meno) tese al dimostrare (soprattutto a sé stessi) quanto
valore si ha o quanto si può esser “trasgressivi” ed “unici” quando, invece,
nella realtà del quotidiano non sappiamo cambiare la nostra posizione nell’ingranaggio
che lentamente, ma inesorabilmente, ci schiaccia appiattendo la nostra
esistenza. Aspettiamo Godot, pur consapevoli che questo mai arriverà.
Allora, quel vestito che potremmo indossare ogni domenica
godendo di noi stessi, resta nell’armadio sperando in un improbabile evento che
ci costringa ad indossarlo; eliminiamo la volontà e la necessità di essere ciò
che si è a pro di qualcosa che, in verità, non ci appartiene.
Plutarco, nel suo testo dal titolo “La calma”, scrisse: “ciascuno ha in sé gli scrigni della serenità
dell’anima e dell’inquietudine, e proprio la diversità degli stati d’animo
dimostra che i vasi del bene e del male non giacciono sulla soglia di Zeus, ma
nella nostra anima”.
Abbiamo in noi ogni “seme” della differenza e degli opposti
che armoniosamente potrebbero recarci sollievo e serenità, ma stupidamente
crediamo che gli stessi riposino “sulla soglia di Zeus” e che, pertanto, siano
quasi “volontà divina” e quindi siano fonte della ineluttabilità di un nostro
ipotetico destino. Quanto soffriamo per “amori finiti”, dimenticandoci che se gli
stessi si concludono, in realtà, non sono “amore” ? Non è amaro accettare questo,
ma è solo una buona realizzazione per vivificare nuovamente sé stessi.
Corriamo così velocemente dietro alcune inutili apparenze
che non vediamo nemmeno la strada che percorriamo ed in tal modo compiamo lavori,
rivestiamo mansioni, spesso senza competenza alcuna (in Italia, in questo
momento storico, è possibile), pensando solo al guadagno e non all’Etica che
dovrebbe preoccuparci più della banconota incassata (ingiustamente). Professionisti
senza professione.
Non resta che identificarsi in qualcosa di impermanente come
l’auto (magari comprata con enormi sacrifici economici e quasi mai utilizzata
perché “consuma troppo”), sperando di esser notati dalla massa che, al nostro
pari, viaggia su binari simili.
Sempre Plutarco continua nel suo scritto con parole
illuminanti: “e questo certo turba la
nostra tranquillità dell’anima, ma ancor più il fatto che, allorché, proprio
come le mosche scivolano sulle pareti lisce degli specchi, mentre aderiscono a
quelle ruvide e graffiate, così gli uomini, scivolando via dai ricordi lieti e
piacevoli, si impelagano in quelli degli eventi spiacevoli; meglio ancora come
gli scarafaggi ad Olinto, di cui raccontano che, caduti in un certo luogo detto
‘cimitero degli scarafaggi’, non sono poi capaci di uscirne, ma, girandosi e
voltandosi in tondo di continuo, vi muoiono, così come gli uomini, una volta
che si sono immersi nei ricordi dolorosi, non vogliono più risollevarsi né
tirare un respiro di sollievo. È invece necessario, proprio come i colori di un
dipinto, mettere in primo piano le esperienze vivide e splendenti, e nascondere
di contro e soffocare quelle tristi, dato che non è possibile cancellarle od
eliminarle completamente: coesistenza di tensioni contrarie è l’armonia del
cosmo, come quella della lira e dell’arco”.
Il nostro problema è l’accettare ed il “lasciar andare”,
mentre per un insolito senso di esistenza autoimposto, vediamo solo le
sfumature grigie ed oscure e tralasciamo i brillanti colori del dipinto della
nostra vita.
Ci comportiamo, cioè, come gli scarafaggi ad Olinto: ruotiamo
su noi stessi sino ad implodere in una frustrazione personale e nell’annullamento
della stima in noi stessi, imboccando la via della paura e della conseguente
ansia di essere e di esistere.
Non resta che tirar fuori il nostro abito migliore, le
nostre passioni ed il nostro amore, in
primis verso noi stessi, e cessare di sopravvivere, iniziando a vivere.


