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lunedì 28 gennaio 2019

Pensieri liberi


In occasione del mio matrimonio, mio padre acquistò un abito meraviglioso che indossò con fierezza per tutto il giorno. Era davvero un bell’abito: blu scuro con cravatta cangiante e, nonostante la sua robusta struttura fisica, gli calzava a pennello tanto da rendere la sua figura persino più “magra”. Un abito bello e ben confezionato.
Mia madre, dopo quel giorno, inutilmente tentava di farglielo indossare di nuovo, ma lui rispondeva sempre: “ma no, dai, è talmente bello che aspetto un’occasione importante per metterlo di nuovo !”.
Rividi mio padre vestito con quel bellissimo abito solo per circa un paio di ore: il giorno del suo estremo saluto in quei maledetti e freddi locali dell’obitorio.
Non so se quella veramente fosse “l’occasione importante” che lui aspettava da tanto tempo, ma credo che quell’abito fosse sprecato perché, in verità, mio padre di occasioni importanti ne aveva avute sin da quel festoso giorno, ma non vennero giudicate da lui stesso “così importanti” oppure la bellezza del vestito, per qualche motivo, inibiva la sua scelta nell’indossarlo.
Questa breve storiella di un passo della mia vita (e di quella di mio padre) è indicativo di alcune nostre scelte che recano a noi stessi l’inquietudine che spesso fa capolino nell’esistenza e delle scelte rimandate vuoi per pigrizia, vuoi per una scarsa stima nei confronti di noi stessi.
Spesso attendiamo “l’occasione importante” come fosse il signor Godot nello scritto di Samuel Beckett, ossia aspettiamo qualcosa che, in verità, potrebbe non accader mai, una realizzazione che se non parte da noi stessi, mai potrà avvenire.
Siamo però così stolti che diamo a quell’attesa un valore che in realtà non possiede e ci beatifichiamo ed immoliamo su di un altare che non ci appartiene, lamentandoci per qualcosa che potremmo cambiare se interrompessimo quell’attesa spesso infruttuosa.
In realtà amiamo accontentarci delle briciole della vita, dando valore ad avvenimenti secondari alla nostra realtà oppure preoccupandoci del “giudizio altrui”, dimenticandosi che chi giudica è uomo da poco. In questa situazione possiamo solo compiere la più ignobile delle azioni: la fuga.
Ed ecco allora spuntare la necessità di “esserci” agli occhi di tutti, utilizzando strumenti che impediscono la relazione sociale diretta: uno schermo ed un social network dove mostrare una vita secondaria fatta di pulsioni sociali (o meno) tese al dimostrare (soprattutto a sé stessi) quanto valore si ha o quanto si può esser “trasgressivi” ed “unici” quando, invece, nella realtà del quotidiano non sappiamo cambiare la nostra posizione nell’ingranaggio che lentamente, ma inesorabilmente, ci schiaccia appiattendo la nostra esistenza. Aspettiamo Godot, pur consapevoli che questo mai arriverà.
Allora, quel vestito che potremmo indossare ogni domenica godendo di noi stessi, resta nell’armadio sperando in un improbabile evento che ci costringa ad indossarlo; eliminiamo la volontà e la necessità di essere ciò che si è a pro di qualcosa che, in verità, non ci appartiene.
Plutarco, nel suo testo dal titolo “La calma”, scrisse: “ciascuno ha in sé gli scrigni della serenità dell’anima e dell’inquietudine, e proprio la diversità degli stati d’animo dimostra che i vasi del bene e del male non giacciono sulla soglia di Zeus, ma nella nostra anima”.
Abbiamo in noi ogni “seme” della differenza e degli opposti che armoniosamente potrebbero recarci sollievo e serenità, ma stupidamente crediamo che gli stessi riposino “sulla soglia di Zeus” e che, pertanto, siano quasi “volontà divina” e quindi siano fonte della ineluttabilità di un nostro ipotetico destino. Quanto soffriamo per “amori finiti”, dimenticandoci che se gli stessi si concludono, in realtà, non sono “amore” ? Non è amaro accettare questo, ma è solo una buona realizzazione per vivificare nuovamente sé stessi.
Corriamo così velocemente dietro alcune inutili apparenze che non vediamo nemmeno la strada che percorriamo ed in tal modo compiamo lavori, rivestiamo mansioni, spesso senza competenza alcuna (in Italia, in questo momento storico, è possibile), pensando solo al guadagno e non all’Etica che dovrebbe preoccuparci più della banconota incassata (ingiustamente). Professionisti senza professione.
Non resta che identificarsi in qualcosa di impermanente come l’auto (magari comprata con enormi sacrifici economici e quasi mai utilizzata perché “consuma troppo”), sperando di esser notati dalla massa che, al nostro pari, viaggia su binari simili.
Sempre Plutarco continua nel suo scritto con parole illuminanti: “e questo certo turba la nostra tranquillità dell’anima, ma ancor più il fatto che, allorché, proprio come le mosche scivolano sulle pareti lisce degli specchi, mentre aderiscono a quelle ruvide e graffiate, così gli uomini, scivolando via dai ricordi lieti e piacevoli, si impelagano in quelli degli eventi spiacevoli; meglio ancora come gli scarafaggi ad Olinto, di cui raccontano che, caduti in un certo luogo detto ‘cimitero degli scarafaggi’, non sono poi capaci di uscirne, ma, girandosi e voltandosi in tondo di continuo, vi muoiono, così come gli uomini, una volta che si sono immersi nei ricordi dolorosi, non vogliono più risollevarsi né tirare un respiro di sollievo. È invece necessario, proprio come i colori di un dipinto, mettere in primo piano le esperienze vivide e splendenti, e nascondere di contro e soffocare quelle tristi, dato che non è possibile cancellarle od eliminarle completamente: coesistenza di tensioni contrarie è l’armonia del cosmo, come quella della lira e dell’arco”.
Il nostro problema è l’accettare ed il “lasciar andare”, mentre per un insolito senso di esistenza autoimposto, vediamo solo le sfumature grigie ed oscure e tralasciamo i brillanti colori del dipinto della nostra vita.
Ci comportiamo, cioè, come gli scarafaggi ad Olinto: ruotiamo su noi stessi sino ad implodere in una frustrazione personale e nell’annullamento della stima in noi stessi, imboccando la via della paura e della conseguente ansia di essere e di esistere.
Non resta che tirar fuori il nostro abito migliore, le nostre passioni ed il nostro amore, in primis verso noi stessi, e cessare di sopravvivere, iniziando a vivere. 


martedì 22 gennaio 2019

Idiocracy


Stamani, uscendo dall’edicola con il giornale sottobraccio (sì, lo riconosco: sono uno degli ultimi dinosauri che ancora lo acquista), incontro un amico che chiamerò Gianni.
Gianni di professione fa il muratore, non ha studiato oltre le scuole medie perché, a suo dire, non interessava né a lui, né ai genitori e si è messo a lavorare. Gianni è sempre stato per me una sorta di esempio: un ragazzo intelligente che si è sempre dato da fare onestamente e, con ferrea volontà e con ciò che oggi definiamo “resilienza”, si è costruito una vita serena e ricca di soddisfazioni.
Gianni ha una splendida famiglia arricchita da due figli di otto e dieci anni ed una moglie carina e sempre sorridente. Insomma, ho sempre visto in lui un ragazzo fortunato la cui sorte è stata aiutata dal valore di quest’uomo.
Nel mezzo della nostra chiaccherata, m’è venuto da chiedergli, sorridendo, se sapeva la differenza tra Mendel e Mendeleev e lui, ridendo, mi guarda e risponde: “Oh ma che cazzo mi stai chiedendo ? Che hai bevuto di mattina ?”.
Dopo avergli spiegato la differenza (Mendel uno dei padri della genetica e Mendeleev autore della classificazione degli elementi, ossia della famosa “tavola periodica” utilizzata in chimica sin dalle scuole superiori se non prima), gli dico del madornale errore commesso dal ministero dell’istruzione in occasione della "Settimana della Cultura Scientifica e Tecnologica" dove, sul sito web, si legge:

Come per le precedenti edizioni, pur lasciando libertà di scelta per altre tematiche di interesse scientifico, si suggeriscono alcuni temi focali per la manifestazione:
  1. Tecnologia e rivoluzioni scientifiche nel tempo.
  2. La tavola degli elementi di Mendel, questa sconosciuta: la sistematicità del reale.
  3. Leonardo da Vinci: invenzione, scienza, arte e creatività
  4. Il mare: cambiamenti climatici, sostenibilità e ricchezza di una fonte di vita
La risposta di Gianni è molto chiara: “Ma che coglioni ci stanno lì ?” e poi, continuando, mi dice: “Mi preoccupo per i miei bambini, ecco perché si esce da scuola e non si capisce nulla… i professori sono dei coglioni così…?”.
Ora, che Gianni non sappia la differenza tra i due è normale e certamente non è uno stupido dato che ha compreso al volo il madornale errore compiuto ed ha fatto un’enorme risata di scherno nei confronti dei “dotti” redattori-web del ministero.
Il problema grave è che un fatto del genere tende a squalificare (la generalizzazione è un problema oggi molto diffuso) non solo gli idioti che hanno scritto una castroneria del genere, ma anche coloro che lavorano come insegnanti e che devono educare i ragazzi per la costruzione di un futuro migliore.
Se adesso andate a leggere le stesse righe, noterete che la giusta correzione è stata fatta, ma i social network non perdonano e la stupidaggine è rimbalzata sugli schermi di tutta Italia.
Può essere che il redattore, nello scrivere, si sia dimenticato “eev” dopo “Mendel” ma resta grave il fatto che siamo di fronte al ministero dell’istruzione e nessuno ha corretto prima di render pubblico oppure, se un’opera di revisione c’è stata, l’ignoranza ha colpito ancora.
È una storia triste, soprattutto dopo il proclamo del ministro dell’istruzione Bussetti per cui la settimana della cultura scientifica e tecnologica (peraltro lodevole iniziativa) avrebbe l'obiettivo di mobilitare tutte le competenze e le energie del Paese per favorire la più capillare diffusione di una solida e critica cultura tecnico-scientifica”.
Viene da chiedersi come sia possibile questa “capillare diffusione” del sapere scientifico da parte di chi, veramente, non ha idea delle basi della scienza stessa. La tavola di Mendeleev, a questi punti e per costoro, è davvero “sconosciuta”.
L’idea del lancio della settimana di divulgazione è addirittura diretta, come si legge nella nota del ministero: “Alle Università, Agli Enti Pubblici di Ricerca, Alle Istituzioni Scolastiche, di ogni ordine e grado” rendendo ancor più colossale la gaffe.
Temo che il tutto sia liquidato con una bella risata e nessuno si vergognerà per l’accaduto, nessuno scriverà una sorta di “errata corrige” spiegando il perché dell’errore e si continuerà comunque pomposamente per la strada intrapresa, facendo finta di niente.
Dal MIUR questo, ahimé, non è tollerabile.
Castronerie simili sono sopportabili se commesse da Gianni o da chi per lui (che comunque comprendono l’inghippo), ma dall’istituzione pubblica che rappresenta il massimo esponente dell’istruzione del paese, questo errore non è accettabile.
Tempo addietro uscì un film dal titolo “Idiocracy”, una pellicola che rappresenta un mondo dove la mediocrità è il valore condiviso che porta (nemmeno troppo lentamente) all’autodistruzione, il destino inevitabile è quindi un pianeta popolato da imbecilli che credono a tutte le fandonie e talmente stupidi da non riuscire nemmeno a capire che per ottenere raccolti bisogna irrorare con acqua e non con integratori salini. Nel film tutto inizia con un esperimento di ibernazione di un uomo scelto tra i “mediocri” e di una prostituta che si ritrovano poi in un futuro instupidito, chissà se l’autore, continuando in un seguito, farà risorgere Mendel con la sua tavola periodica. 


venerdì 18 gennaio 2019

Distopia


Distopìa: s. f. [comp. di dis-2 e (u)topia]. – Previsione, descrizione o rappresentazione di uno stato di cose futuro, con cui, contrariamente all’utopia e per lo più in aperta polemica con tendenze avvertite nel presente, si prefigurano situazioni, sviluppi, assetti politico-sociali e tecnologici altamente negativi (equivale quindi a utopia negativa)
[http://www.treccani.it/vocabolario/distopia2/]


Tra Maiali, Cani e Pecore.

Maiali

Gli animali, si sa, lavorano troppo e più del necessario e il risultato del loro lavoro è continuamente sfruttato dall’uomo che, impunemente, addirittura ne mangia le carni. Per questo il più sfruttato degli animali, il maiale, esorta tutti alla ribellione. Può essere che proprio i maiali possano instaurare una sorta di rivoluzione e riuscire in un nuovo regime che sembra più vantaggioso per tutti gli animali. Ma i maiali sono maiali, per cui non hanno una pronta capacità gestionale e ben presto “qualche animale è più uguale degli altri” (uno vale uno era il motto iniziale, poi…); il comportamento assimilabile agli umani viene presto adottato ed il maiale si rivela prepotente ed arrogante nella sua imbecillità (iniziano pure a camminare su due gambe).
Il maiale ama ruzzolare nel pattume e godere del proprio grasso, per cui occorre mangiare il più possibile togliendo il dovuto agli altri animali. Le cene dei maiali divengono leggendarie, le proposte per regolare la comunità divengono solo annunci per calmare la massa degli animali che hanno creduto ai proclami pre-rivoluzione e si narra addirittura di povere galline sacrificate a pro di luculliani pasti.

Cani

Ai maiali occorre forza per far valere le proprie pretese. Sono stati così assunti i cani, ossia animali pronti a difendere il proprio padrone sino all’estremo, che non pensano a cosa stanno facendo, ma solo a controbattere le giuste pretese degli altri animali (alla fine “animali come loro”) con coercizione violenta. I cani sono utili ai maiali perché assicurano un sicuro pasto senza le pretese affamate degli altri. I cani sono talmente stupidi che sono convinti di esser ben valutati dai maiali che, invece, li considerano solo il loro “braccio armato”, si accontentano della scodella ai lati del tavolo e alimentano la loro protervia mordendo i poveri concittadini. I cani si compiacciono del collare che indossano e della fazione a cui appartengono.

Pecore

Le pecore possono esser addestrate grazie ad una capillare opera di convincimento in modo tale che, ogni giorno, dicano la stessa cosa: “quattro gambe buono, due gambe meglio” anche se nelle regole gli umani (che camminano su due gambe) sono considerati nemici: non devono sbagliarsi mai (pena lo sbranamento dei cani) perché anche i maiali hanno iniziato ad adottare la bipedia. Quando gli altri animali (con un minimo di capacità di riflessione) provano a opporsi al cambiamento, le pecore, abilmente addestrate, recitano il mantra cercando di riportare ordine e mantenere il disequilibrio del potere. Per i maiali le pecore sono senz’altro più utili dei cani, basta non farlo sapere a questi ultimi. 


venerdì 11 gennaio 2019

Il Giano bifronte della vita passata


Un’antica divinità romana dal nome Giano è spesso raffigurata con due volti (da cui il nome Giano bifronte): una emblematicamente rivolto verso il passato e l’altro verso il futuro oppure, come materialmente spesso accadeva alle porte cittadine degli antichi italici, una rivolta verso l’interno della città ed una verso l’esterno.
Questo dio ha, con molta probabilità, origine sumera e non può assolutamente esser ricollegato alla mitologia greca anche se la pratica devozionale degli antichi romani nei suoi confronti presentava un’attenzione piuttosto massiccia, tanto che solo il rex sacrorum, magistrato patrizio e sacerdote di alto rango nella Roma imperiale, ne celebrava il culto.
Il significato esoterico è relativo alla qualità e natura del divino; nella sua forma Giano guardava allo stesso tempo, come sopra detto, al passato ed al futuro che in lui coincidevano in un eterno privo di inizio e di fine. Il volto del presente è nascosto, perché il presente non si può raffigurare: prima della raffigurazione è futuro, dopo è inesorabilmente passato.
Questa figura della mitologia pre-romana prima e romana poi, si rivela molto affascinante anche per chi, come tutti noi, è incluso nell’ingranaggio di un quotidiano che sempre di più schiaccia il pensiero a pro di una stereotipia sfrenata nei confronti di un altalenante materialismo.
Giano, per certi versi, inquieta l’anima di chi, avendo compiuto un cambiamento importante nella propria esistenza, si trova ad affrontare una vita con emozioni, sentimenti, realtà oggettive, situazioni lavorative e quant’altro del tutto nuove. Può accadere, in questa situazione, che il “suo” Giano possegga uno sguardo più attento ed incisivo nei confronti del passato ed una visione meno pronta che scorge il futuro.
L’ampia trasformazione dell’Essere, che ogni cambiamento impone, necessita di una Saggezza che giunge solo nel silenzio, un’assenza di rumori che arriva esclusivamente quando si mollano le zavorre della vita precedente e stacchiamo quella sorta di “cordone ombelicale” che nutre la nostra anima delle vecchie emozioni e dei sentimenti stantii che inquinano la nostra capacità di viverne di nuovi e, magari, più “veri” e vivaci.
La carenza di autostima, la paura di non riuscire a realizzare sé stessi (che lentamente scatena la relativa ansia), la dipendenza verso situazioni che ormai non esistono più, scatenano reazioni quasi chimiche che portano alla combustione prima ed alla volatilità poi di un nuovo rapporto con il partner, degli accadimenti positivi che si realizzano nel vissuto presente, del lavoro che, magari, nel frattempo è mutato in qualità e quantità e di quant’altro la nuova situazione ci avrebbe permesso di sviluppare donando una più probabile serenità.
Ci troviamo spesso a fantasticare per un domani migliore, ignorando la necessità di mollare lo sguardo rivolto all’indietro del nostro Giano che rende i nostri sogni solo comodi rifugi dove coccolarsi quasi in modo imbelle, costringendoci in giri inutili e totalmente infruttuosi se non pesantemente deleteri. Le scelte migliori della nostra vita, le più sagge, sono sempre quelle che sbocciano da sole, senza imposizioni alcune e senza che vi siano particelle inquinanti derivanti dalla “vita passata” che, ormai, non ci appartiene più e che vorrebbe inutili “perfezionismi” frutto di scelte ormai morte e sepolte.
Intendiamoci, il passato serve ed è utile perché è comunque la nostra storia e va considerato come fonte per ulteriori apprendimenti, ma come Winston Churchill usava dire: “se il presente cerca di giudicare il passato, perderà il futuro”.
È totalmente inutile cercare il riscatto dalle avversità passate nelle nuove situazioni presenti poiché renderanno il futuro un fallimento certo. Se ciò avviene, le colpe del passato ricadranno ingiustamente sul presente ed a carico di chi vuole costruire un miglior futuro, facendo fallire qualsiasi progetto e imponendo una ritirata disperata che non lascia scampo.
È certo che la nostra interiorità ha bisogno di cose concrete e realizzabili, ma non devono portar con sé l’odore insopportabile del cadavere del passato, tempo oramai defunto che può certo insegnare, ma non condizionare.
Quando il momento del cambiamento è giunto, la cosa “giusta” da fare non è legata alla razionalità, ma anzi la si prepara sgombrando la mente dal “dover scegliere subito qualcosa”.
Vi è poi un altro fattore che il nostro Giano interiore, se non bilancia il suo duplice sguardo, corrompe e rende fallimentare: il rivivere atti e sequenze che sono già stati vissuti con le medesime caratteristiche passate, abbinando ad essi le stesse emozioni e le stesse paranoie.
Ad esempio, si possono fare cento traslochi simili (casa, negozio o altro), ma ognuno di essi ha un senso ed un sapore differente perché diversa è la vita che li ha permessi ed in tal modo ciascuna di queste fatiche assume l’emozione del “nuovo” e della “diversità” che costruisce e non distrugge la nostra interiorità (anche se fisicamente possono essere realmente duri) a patto di non viverli nello sguardo corrotto del volto della divinità che punta gli occhi solo indietro e chiude quelli del volto futuro; in tal caso saranno un disastro completo, abbinando ai medesimi le stesse paure ed ansie che bloccano le scelte felici.
Questa “dipendenza” dal passato, poi, convince ognuno ai “luoghi comuni” che, invece di esser finalmente smantellati, li piazziamo come vessillo da difendere e costruiamo la macchina del “giudizio” che cerca, in modo totalmente devastante, di ricostruire qualcosa che non esiste più. Inibiamo così in modo inconscio la nascita del “nuovo” e permettiamo la fuga di chi, invece, potrebbe renderci la vita migliore. L’apogeo dello sguardo sbilanciato del nostro Giano si rivela con la difesa ad oltranza di posizioni ormai indifendibili, attaccando chiunque si pone come “diversità” e non accettandone le differenti sfaccettature perché non corrispondenti a quello che si è già vissuto e ribandendo l’inutilità di altri vissuti che, parimenti al nostro, ormai non hanno più senso di esistere.
Non si tratta di “perdere” qualcosa, ma di acquisire il “nuovo”, in una continuità che tende alla felicità e non alla ritrosia di ciò che, ormai, non è più possibile recuperare. I più grandi fallimenti, salvo rarissime eccezioni, avvengono proprio nel tentativo di ripristinare moduli comportamentali ormai trascorsi e spesso senza successo alcuno.
Lo scrittore e poeta Khalil Gibran disse: “spesso ci indebitiamo con il futuro per pagare i debiti con il passato ed è questo un carico che non riusciremo mai ad alleviare.