“Io
so che cosa é il tempo,
ma quando me lo chiedono non so spiegarlo“
(Sant’Agostino, “Le
Confessioni”, libro IX)
È un articolo rapsodia, uno scritto dove non vige un ordine
od una logica lineare, ma una sorta di movimento unico che, di colpo, varia, assume
altro ritmo e si piega, come lo spazio-tempo tra le distanze dell’universo.
Romano Battaglia, ottimo scrittore e buon filosofo che ha
lasciato questo mondo nel 2012 e che ho avuto il piacere di conoscere, scrisse in
un suo libro del 1991 (“Storia di settembre”): tutti coloro che, arrivati ai cinquanta anni, credono che l'avvenire
non abbia più bagliori né emozioni e si avviano stanchi e delusi verso
l'inverno della vita. Essere convinti di ciò è un errore perché questa età è
come il mese di settembre che prelude all'autunno ma ha ancora luci e colori
più intensi degli altri mesi. L'aria è pulita, il mare trasparente e
dappertutto fioriscono un'altra volta i fiori della primavera. Può essere il
periodo più bello della vita. Basta saperlo guardare e viverlo con semplicità e
naturalezza.
Basta saper guardare con semplicità
e naturalezza.
È un “click”, è lo scatto di un interruttore, è una sorta di
improvvisa consapevolezza che si assume quasi inconsciamente e che, per molti
versi, porta ad una spinta in avanti.
Però, se valutiamo con attenzione questa cifra, cinquanta, e
la si paragona ad un righello maledetto, si nota che il mezzo secolo è un gran numero
che può sgomentare, può annichilire ogni emozione e spegnere il bagliore
interiore che sino a questo punto ci ha sospinto nei nostri sogni, nelle nostre
aspirazioni e nel percorso di una vita che ancora abbiamo davanti.
Il tempo trascorso spaventa il nostro futuro e intenerisce
il passato.
Non è una crisi, ma un segno di maturità e di maggior
comprensione dell’utilità e del valore del tempo che rimane in questa ignota
dimensione. Così come l’universo nasce dal “big bang”, anche noi, espressione
di infinito, ci creiamo continuamente in una sorta di esplosione interiore che
ci distingue attimo per attimo, pensiero dopo pensiero perché, per quanto si
possa cercar di negare con un materialismo spinto sino all’estremo, il pensiero
è la nostra forza creatrice ed il nostro lascito in questo mondo. Il pensiero
genera e costituisce: ecco i fiori della mia primavera.
La maggior consapevolezza del valore assoluto del tempo che
comporta una liberazione di estremi prima mai toccati. Prima del momento
(puramente indicativo) nel quale si assume l’onere del mezzo secolo, si ha
paura, ci si sente confusi perché si rivolge il proprio sguardo solo indietro,
solo a quello che è stato ed assumiamo le fattezze di un Giano bifronte che
mantiene aperti gli occhi solo verso ciò che sta dietro e li chiude verso
quello che si pone davanti. Il famoso “click” prima citato opera aprendo quegli
occhi, rendendoli utili a noi stessi. In questo senso ci “liberiamo”, è una
libertà conquistata con le rughe e con le esperienze, con i passi falsi e con i
successi. In questa nuova ottica, in questo panorama più ampio, sopraggiunge la
necessità dell’eliminare il superfluo e di rompere i confini con sé stessi, abbiamo
dentro di noi la forza creatrice che ci impone il lasciar andare le sciocchezze
e le noie date dalle apparenze per realizzare, finalmente, quello che si è e
che, alla fin fine, siamo sempre stati. Qui prendono vigore di nuovo i sogni,
la netta sensazione che ancora dobbiamo compiere qualcosa e che, a differenza
dei tempi trascorsi, non abbiamo più molto margine di scarto da poter
utilizzare. Le apparenze che segnano le tante difficoltà nel riconoscersi, per
chi può fare un minimo di introspezione qui, in questa soglia, cessano di
agire: non abbiamo più nulla da dimostrare (e forse non ne abbiamo mai avuto) né
agli altri, né (soprattutto) a noi stessi.
Il “giudizio”, sempre deleterio, si interrompe e ci si
abbandona alla vita, quella “vera”.
Ecco sopraggiungere “l’aria pulita” ed il “mare trasparente”
che dona un po’ di pace nel dover decidere. Qui i ricordi assumono un sapore
dolce e non importa se siano rimembranze difficili o gioiose, vale quello che
il protagonista di un famoso film di Nolan dal titolo “Memento” dice: la memoria può cambiare la forma di una
stanza, il colore di una macchina, i ricordi possono essere distorti, sono una
nostra interpretazione, non sono la realtà ! Sono irrilevanti rispetto ai fatti.
Ed i fatti, quelli che ci hanno portato sin qui, gridano per
la nostra “liberazione”, per l’espressione definitiva del nostro essere senza l’onere
di sobbarcarci ciò che non si vuole o di quello che non ci riguarda: è una
potenza che sgombra il campo del nostro Sé dalle futilità quotidiane e dona la
capacità di lasciar perdere ciò che, ormai, non ci riguarda più.
Si è liberi di scegliere definitivamente, di realizzarsi
indipendentemente dalle paranoie altrui (fatto che dovrebbe esser risolto già a
suo tempo, ma che sempre più spesso necessita di vita per esser realizzato) e
di mollare il ciclo delle aspirazioni che altri, inevitabilmente, pongono sulla
nostra esistenza, senza considerare che noi stessi siamo gli unici padroni
delle nostre vite.
Noi stessi siamo le pieghe dello spazio in cui il tempo si
frantuma, siamo tutto ciò che vogliamo essere.

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