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mercoledì 12 dicembre 2018

La logica del verme nell'alcol


Un conferenziere aveva deciso di dimostrare una volta per tutte a un gruppo di alcoolizzati che non esiste flagello peggiore dell'alcool. Sul palco, aveva davanti a sé due recipienti pieni di un liquido incolore, apparentemente identici. Disse che uno conteneva acqua schietta, l'altro alcool non diluito. Mise un vermetto in uno dei recipienti, e tutti videro che, dopo aver galleggiato un poco, esso si dirigeva verso la parete del vaso e poi si arrampicava fino all'orlo. Il conferenziere allora lo prese e lo mise nel recipiente pieno d'alcool. Davanti agli occhi di tutti, il verme si disintegrò. ''Ecco" disse l'oratore. ''Quale morale se ne può trarre?". Dal fondo della sala si udì distintamente una voce: ''Che se bevi alcool ti vanno via i vermi".
(tratto da W. Dyer, “Le vostre zone erronee”)

Questo breve racconto che lo psicologo Wayne Dyer narra nel suo libro “Le vostre zone erronee”, illustra bene una visione che spesso si ha quando si tenta di spiegare qualcosa ad un pubblico attento ma ben assettato sui propri giudizi e pregiudizi e sulla ferma volontà di fuga da sé stessi.
Ultimamente mi sono imbattuto in un cliché piuttosto comune che circola in questo momento come prova del proprio esistere, ossia l’ostentazione forzata e la misura inadeguata della propria esistenza ancorata alle apparenze più o meno costruite.
Mi ha stupito molto il persistere di tali “gabbie” autocostruite che rinchiudono l’essere in angusti spazi dai quali si teme l’uscita e nei quali si cerca disperatamente un’autorealizzazione che mai avverrà a causa della svalutazione della propria vita e della carente stima delle proprie possibilità.
La persona in questione con cui ho condiviso attimi di vita è un ragazzo a mio modesto parere intelligente, ma che ha la maledetta abitudine di porsi di fronte agli altri come colui che ha la necessità di essere sempre in cima alla lista dei migliori uomini del momento, tendendo a ridicolizzare le attività di chi lo ascolta (spesso vittima dei suoi monologhi o delle sue espressioni arroganti) o credendo che chi sopporta il suo sproloquio sia un mediocre essere di fronte alla sua presunta grandezza.
Così, parlando del più o del meno, spunta sempre una sua opinione che, espressa con fare altezzoso, diviene fastidiosa e noiosa e spesso priva di senso.
Questo individuo non fa del sano movimento o dello sport per passione, ma si cimenta in discipline estreme per il desiderio di apparire egli stesso un “estremo” e autogratificare il suo “io” duramente colpito da limiti autoimposti e da una necessità di “apparire” invece di “essere”. Egli non studia o esegue la sua professione per amore, ma perché “tutti” i suoi clienti lo considerano “un dio” (sua stessa ammissione). Chi ascolta, pertanto, è costretto ad essere un soggetto passivo della conversazione e bere qualsiasi stupidaggine perché non può competere con tante “amenità” dette tutte assieme. La compulsività nel dover manifestare la sua necessità di allenamento fisico (peraltro condotto male e senza una sequenza logica), nel rispondere a messaggi vocali a voce alta dove gli veniva chiesto un parere professionale, nell’esprimersi sempre con termini tecnici e nel correggere continuamente gli altri anche in materie di cui non conosceva assolutamente nulla, rendeva evidente il disagio interiore che lo pressava dentro quella “gabbia dorata”.
Quello che mi ha fortemente colpito è l’atteggiamento difensivo subito espresso di fronte ad un’altra persona che manifestava competenze professionali specifiche, instaurando una sorta di “gara” in cui egli stesso doveva apparire “il migliore”, il “più preparato”, senza rendersi conto della situazione in cui si trovava: una vacanza rilassante (evidentemente per tutti, tranne lui).
Banalmente lo si potrebbe definire un imbecille e terminare qui ogni considerazione circa la sfortunata esperienza, ma oltre alla pochezza manifesta (perché fondamentalmente di questa si tratta), se ci si sofferma un attimo a riflettere si scopre che vi è di più.
Seneca, nelle sue lettere a Lucilio (libro V), scrisse che “la sorte produce spesso mediocrità destinate alla massa, ma alle cose straordinarie dà pregio il fatto stesso di essere rare. Costui è ancora molto lontano dal punto in cui si dichiara di essere arrivato; e se sapesse veramente che cosa è un uomo virtuoso, non si riterrebbe ancora tale, e forse dispererebbe anche di poterlo diventare” ed è molto interessante quanto ancor oggi si confonda la virtù con l’ostentazione.
L’essere vincolati al “giudizio” (soprattutto verso sé stessi) produce mostruosità esistenziali e comunicative che operano una distorsione nei confronti della comprensione del sé e della conoscenza in senso lato. Qualunque sia stata la “sorte” che abbia determinato la mediocrità, l’incapacità di riconoscere una virtù dall’apparenza produce fantasmi interiori che mordono il cuore e portano alla deriva nel mare della vita la nostra imbarcazione credendo che quei venti che sospingono la nostra vela così lontano, siano i prodromi del successo, quando invece sono solo il soffio cauto di una tempesta ancora latente, ma presente.
Lo stesso scritto poi continua con: “perciò nelle mete che ci prefiggiamo e a cui tendiamo con grande sforzo, dobbiamo osservare che non c'è nessun vantaggio o che gli svantaggi sono superiori; alcune sono superflue, altre non meritano tanto impegno. Ma di questo non ci accorgiamo e ci sembrano gratuite cose che, invece, paghiamo a carissimo prezzo. La nostra insensatezza è evidente: secondo noi compriamo unicamente ciò per cui sborsiamo del denaro, e definiamo gratuito quello per cui paghiamo di persona” e quel “pagare di persona”, spesso, significa perdere il bene più prezioso: il tempo. Il prezzo così alto di mete verso cui il nostro impegno si volge, non significa che siano obiettivi fondamentali, ma spesso sono superflui orpelli che carichiamo sulle nostre spalle per aver l’impressione di essere accettati dagli altri (che ci accetterebbero comunque) e, fatto più importante, da noi stessi. Ecco perché ribaltiamo la logica del verme nell’alcol: nascondiamo un fatto oggettivo dietro una visione soggettiva che può essere altrettanto “vera”, ma inutile se non dannosa.
Questa è la grande “insensatezza”, il grande fraintendimento verso noi stessi che ci conduce verso un limite in cui, alla fine, restiamo veramente soli a grattare tutte le cicatrici della nostra vita.
Le cose che appaiono gratuite ma che, in verità, hanno un prezzo alto, sono le posizioni antitetiche assunte nei confronti del proprio essere, il non ascoltare la spinta interiore che ci dice quando fermarci ed impedire lo sfacelo. È l’equivalente dell’auto in corsa che crede di fermarsi a pochi centimetri dal muro senza aver rallentato prima. È una forma di stupidità ? Onestamente non credo, ma penso fermamente che sia un cumulo di blocchi psicologico-emozionali che ci ostiniamo a non rimuovere per il profondo timore di vedere noi stessi per ciò che realmente siamo, con tutti gli aspetti positivi e negativi. Nell’armonia interiore, secondo una logica orientale Taoista, lo Yin e lo Yang (ossia l’aspetto freddo, scuro, femmineo e la parte calda, luminosa, maschile), ovvero gli “opposti”, devono coesistere in una danza creatrice e la loro accettazione è vincolo fondamentale perché si manifesti quell’equilibrio proprio della vita e dell’universo stesso, a cui tutti noi apparteniamo.
Qui si trova la pace e la serenità, in questi scopriremo il nostro “fulcro vitale” ed il nostro “scopo” ed allora, con la quiete nel cuore, potremo decidere le nostre azioni ed armonizzare i nostri rapporti con gli altri.
Magari, poi, si scoprirà che quel verme disciolto nell’alcol stava ad indicarci che bere all’eccesso può uccidere…



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