“Molti uomini hanno vita di quieta disperazione: non vi rassegnate a questo, ribellatevi, non affogatevi nella pigrizia mentale, guardatevi intorno. Osate cambiare, cercate nuove strade” (H.D. Thoreau)
La frase in apertura è alquanto citata (credo che in molti si ricordino la magistrale interpretazione di Robin Williams nel film “L’attimo fuggente”) e, sebbene appaia ormai come “aforisma” disponibile in un qualsiasi sito internet dedicato, descrive un’amara realtà.
La “quieta disperazione” che attanaglia il cuore di molti è, in verità, un segnale di stagnazione dal quale non si riesce a sfuggire, una sorta di “sabbie mobili” dell’anima prima e dello spirito poi che lega l’esistenza al palo delle consuetudini, al cancello delle opportunità che non si aprirà mai se non riusciamo a rompere quel legame infame.
Questa afflizione può raggiungere livelli impensabili, incidendo nell’essere quella malsana sensazione di inutilità, di “tempo sprecato”, di senso perduto che può anche condurre verso pensieri molto pericolosi tanto da considerare la propria vita come priva di una qualsiasi autenticità. Se è vero, come ormai spesso si sente dire, che le “crisi” implicano occasioni di cambiamento e nuovi orizzonti da attraversare, è altrettanto reale che per comprendere ciò occorre affrontare e superare quella palude.
Ribellarsi, spesso, non è dote comune e non tutti riescono ad avere quel moto interiore che porta al cambiamento necessario, soprattutto quando per molto tempo si affonda nello stagno dell’immobilità interiore.
Sempre Thoreau scrisse: “pensate a quelle signore che si preparano all'ultimo giorno della loro vita tessendo cuscini da toilette per tema di tradire un interesse troppo vivo nel loro destino: quasi si potesse uccidere il tempo senza ferire l'eternità” ed è proprio quella comprensione del tempo che ci tiene incatenati come bestie senza futuro. Non si può uccidere il tempo senza ferire l’eternità, ossia: in questa particella di eterno noi siamo solo un batter di ciglio e non possiamo fare a meno di ragionare della fine trascurando (o, forse, non ricordando) l’inizio.
La “quieta disperazione” fa mancare il fiato, uccide il tempo che abbiamo a disposizione e, conseguentemente, distrugge il senso di eterno, mettendoci totalmente a disagio con noi stessi ed impedendo l’ascolto interiore di ciò che indica il cambiamento opportuno.
Se è vero, come molte Tradizioni indicano, che alla fin fine noi siamo in perenne cambiamento, in un costante mutamento delle nostre condizioni che variano indelebilmente da un minuto all’altro, allora non possiamo far altro che accettare la nostra caratteristica di “impermanenza” che non si riferisce esclusivamente alla durata della nostra vita, ma anche alle cose che la caratterizzano, al passare delle esperienze che ci portano (o ci indicano) quel “destino” che tanto bramiamo, ma che stando legati al palo, non riusciamo a raggiungere.
Il “guardarsi intorno” diviene, in questo caso, di per sé un atto di ribellione perché ci affranchiamo da una sorta di “visione unica” che indica la ciotola del mangime di fronte a noi, bestie legate, ed impedisce la vista di un orizzonte inaspettato che può risollevare le sorti dalla stagnazione. È una visione nuova, priva di giudizio, quella che spezza le catene; è una consapevolezza di essere ed esistere che rende “un po' più liberi” e che permette la salvifica scelta del cambiamento.
Se basiamo la nostra vita (e vitalità) agli stereotipi del giudizio e della banale classificazione, non cambieremo mai strada, ma sceglieremo sempre quella più “battuta” e spesso non da noi stessi, ma da altri. Non comprendiamo che ciò che va bene ad altri, può non essere utile per noi ed è in tal modo che leggiamo un libro senza sviluppare il nostro pensiero, la nostra capacità individuale di esser unici. È così che ci sacrifichiamo sull’altare della banalità e della mediocrità, motori primari della “quieta disperazione” che diviene, in tal modo, una sorta di “disperazione istituzionalizzata”.
La percepiamo (o la vogliamo percepire) un po' ovunque e ne cerchiamo i segni che la possano rafforzare perché, scegliendo la “pigrizia mentale” (che si traduce poi anche in una “pigrizia fisica”), abbiamo imboccato la via ritenuta più semplice che porta alla rassegnazione.
Non si può accettare la rassegnazione, non si può che cambiare, osare… cercare nuove strade.
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