“Impara a piacere a te stesso. Quello che pensi tu di te stesso è molto più importante di quello che gli altri pensano di te” scriveva Seneca nelle sue “Lettere a Lucilio” e credo questa sia una summa filosofica del suo pensiero circa la stima di sé.
Il dramma dell’autostima, che non è mai “esagerata” ma piuttosto mancante, è una vera e propria piaga nei confronti della vita di relazione e delle aspettative che nutriamo verso noi stessi. L’autostima carente e, spesso, in discesa libera e senza freni in molti individui, porta in chi si agita in tali correnti di tempesta al famoso detto inglese: “You have a check in your armor” ossia “hai una crepa nella tua armatura” che consiste nel notare i difetti altrui, nell’evidenziare i numerosi errori che inevitabilmente ognuno di noi commette nell’arco della sua esistenza, per farli pesare e giustificare in tal modo ogni nostro disagio che scarichiamo sull’altro, senza guardare i propri sbagli, le carenze o, comunque, ciò che è stato fatto di errato e che l’altro, in un atteggiamento di giusto rispetto, non fa notare nonostante sia oggetto dei suoi tormenti.
Chi è carente di stima di sé spesso tende ad incentrare su sé stesso e personalizzare ogni situazione o discussione, cercando necessariamente di “aver ragione” sempre e comunque e chiudendo la comunicazione, spesso attaccando l’interlocutore accusandolo di non considerare le sue esigenze, inconsapevole di esser egli stesso ignaro delle esigenze altrui.
Queste ultime, difatti, non possono esser considerate e devono necessariamente essere ignorate perché, diversamente, l’ego che tenta in qualche modo di ristabilire una centralità falsamente perduta, si troverebbe a cedere il passo ad una situazione di supporto e non di “reclutamento” delle energie dell’altro per ottenere sostegno e conferme non assolutamente necessarie.
È in tal modo che egli passa sopra le emozioni e le situazioni, a volte anche difficili, dell’altra persona per il semplice “evitar di soffrire” che, in verità, coincide con il fatto che si dovrebbe cedere la centralità all’altro, non comprendendo che in una qualsiasi relazione interpersonale non esiste una centralità, ma una condivisione che deve essere paritaria e non reclamata solo a pro di uno o dell’altra persona. Subentra, quindi, la totale (e spesso inconsapevole) indifferenza alle attività ed agli interessi altrui, ai suoi impegni od alle necessarie ambizioni che, invece di esser condivise (od almeno lo divengono inizialmente e solo in apparenza) divengono “passioni” od “hobby” che dovrebbero cedere il passo all’ “io ferito” che deve esser centrale nel rapporto per ottenere dall’esterno quelle conferme che, in realtà, dovrebbero già esistere all’interno.
D’altronde, chi ha una scarsa autostima ha un giudizio negativo di sé stesso e non può che cercare qualcosa di più “negativo” per rendere la propria valutazione sulla sua persona meno opprimente; questo lo si nota subito poiché questa persona tende a proiettare i suoi sfavorevoli pareri (nei confronti di sé) nelle parole dell’altro, spesso fraintendendo o attribuendo altro valore alle frasi di una qualsiasi discussione e rendendo un inferno un qualsiasi tipo di relazione.
Chi soffre di una scarsa autostima vive di assoluti: bianco o nero, giusto o sbagliato, importante o inutile e non esistono le vie intermedie, la famosa “strada di mezzo” spesso fruttuosa e ricca di spunti riflessivi e di accrescimento personale. L’assoluto rende sicuri, non produce indecisione e non carica di dubbi per cui, in queste persone, è l’unica via da intraprendere per cercare di affermare una stima di sé che vacilla paurosamente in ogni istante del quotidiano.
In un’intervista al dott. Giovanni Porta, Psicologo psicoterapeuta di orientamento gestaltico, esperto in alimentazione e teatroterapia, a proposito dell’autostima ricorda che: “In altre parole, la scarsa autostima diventa un problema quando impedisce a una persona di mettere in atto comportamenti fondamentali per la sua qualità di vita: trovare delle relazioni sentimentali appaganti, un lavoro, avere una vita sociale soddisfacente, divertirsi […] In primo luogo, ritengo fondamentale ricordare che nessuna vita è immune da problemi. Spesso, chi presenta scarsa autostima si sente come se fosse l’unico nel mondo a non avere raggiunto tutti i propri obiettivi, o comunque a soffrire per qualche mancanza. Invece, tutti hanno problemi, anche se non si vede” ed è implicito che una tale persona viva un’esistenza a suo modo di vedere “povera” anche se in verità possiede tutto (sia materialmente che non); una vita, cioè, sempre mancante di qualcosa e chieda sempre di più (vacanze sempre più frequenti, auto sempre più belle o prestanti che permettano una sorta di accettazione sociale, abiti sempre più costosi od alla moda, attenzione sempre crescente nei confronti della sua persona, idealizzazione dei rapporti familiari ed interpersonali ed altro) per tamponare quel “vuoto interiore” che, contrariamente a quello costruttivo delle varie tradizioni orientali, impone un disagio costante e iper-stimola l’ego.
Concludendo, forse ha ragione il filosofo statunitense del XIX secolo Ralph Waldo Emerson quando scrisse nel suo saggio “Fiducia in sé stessi” che: “se io ho perso la fiducia in me stesso, ho l'universo contro di me”.

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