Si dice che superata un’età anagrafica quale quella dei 50 anni si diviene meno “tolleranti” e, benché sia quasi un banale aforisma simile a quelli che troviamo su qualsiasi sito web dedicato, la frase contiene una profonda verità.
Non so dire se veramente la “tolleranza” verso l’idiozia o le stupidaggini subisca un profondo e netto calo, ma posso affermare che, superata quella soglia, subentra una sorta di “limitatore” interiore che scatta ogni qualvolta ci si imbatte in qualcosa che rappresenta solo una perdita di tempo.
Credo che, invece di divenire “intolleranti”, si divenga più consapevoli del valore del nostro tempo.
In questa società sempre di corsa ed alienante, non è raro incontrare quelli che definisco i “bambini mai cresciuti” che non rappresentano coloro che hanno pulsioni “nerd” e che si divertono e distraggono, spesso trovando spunti interessanti, nella letteratura fantasy oppure in rinomate (e spesso ben fatte) serie televisive, bensì in quelle persone che, pur ostinandosi nel mantenere una maschera di presunta maturità, soffrono di un’attenzione mai ottenuta o di una frustrazione di fondo nel non esser mai stati considerati a sufficienza.
Costoro, anche se apparentemente vivono con principi che reputano “moralmente elevati”, sono dilaniati da una carente autostima e cercano, giorno dopo giorno sia l’approvazione che l’elogio altrui. Anche se cercano di apparire altruisti, nel loro cuore soffrono dell’egoismo infantile che prevede, prima di tutto, la loro soddisfazione, che sia data da un banale riconoscimento o da compito insignificante che chiedono insistentemente, salvo manifestare “stizza” se questo non viene eseguito come loro stessi desiderano.
Spesso, questi “bambini-adulti” non riescono a concentrarsi a sufficienza per risolvere un problema (che altrettanto spesso delegano) o per approfondire qualcosa di impegnativo (culturalmente o meno) perché, a loro detta, cercano “leggerezza” ad una vita, a loro dire, già pesante e complicata. Quella “leggerezza”, però, è sostenuta da banalità e stupidità diffusa che tende ad annacquare il pensiero con una soluzione che lentamente scioglie i neuroni in una sorta di miscela senza colore né sapore.
Queste persone si rifugiano nella mania del “controllo” e di un’apparente erudizione (a volte molto apparente e solo fastidiosa) che sfocia, inevitabilmente, in dissidi con chiunque (spesso partner e genitori) che non condividono l’esser né controllati, né usati a mo’ di burattini per riempire le carenze altrui. I “bambini-adulti” sono anche iper-moralisti (un po' come lo sono i bambini nella loro ingenuità) e vedono un mondo che, di fatto, non esiste se non nelle loro menti e si arrabbiano quando scozzano violentemente con una realtà, a loro dire, cattiva ed ingiusta, soprattutto nei loro confronti mentre non si rendono conto che le loro esternazioni sono provocanti e spesso mal disponenti; è in tal modo che vedono tutti coloro che li circondano come persone che, a dispetto dell’educazione e della civiltà, arrogantemente si contrappongono quasi con violenza ai desideri del “bambino-adulto” che diviene sempre più convinto del suo esser vittima di una società iniqua.
Sono individui alla perenne ricerca del “centro perduto”, di quella dimensione infantile a loro, per certi versi, negata e benché messi di fronte all’evidenza del proprio essere, rifiutano e respingono la loro condizione attaccando a loro volta l’interlocutore nei suoi punti deboli; infatti, i “bambini-adulti” sono abili ne leggere le “pecche degli altri” e sono sempre pronti a rinfacciarle ogni qualvolta si alimenti il dissidio verso i loro comportamenti spesso fastidiosi (ovviamente negando le proprie magagne).
A questo punto dello scritto viene naturale chiedersi perché ho iniziato con l’intolleranza dell’ultracinquantenne e poi quasi bruscamente proseguito con la figura sociale del “bambino-adulto”.
L’ho fatto semplicemente perché è un’accoppiata che si realizza molto spesso nella nostra società e che crea, alla lunga distanza, dei malesseri di difficile soluzione se non la separazione dei due elementi.
Il cinquantenne (o meglio: l’ultracinquantenne) che ogni mattina si alza e si guarda allo specchio, cerca di capire dov’è arrivato e quanto ancora deve percorrere nel sentiero della vita che non sempre si rivela facile. Sa benissimo che il tempo è tiranno e che non restano molti secondi alle lancette del proprio orologio per “tentare” un’impresa, ma deve necessariamente avere il “diritto di trascurare” per mollare ciò che non si può più realizzare o che richiede un tempo eccessivamente lungo per realizzarsi e sceglie… sceglie la via migliore per tentare la felicità, per realizzarsi o confermare ciò che ha realizzato e non può permettersi più il lusso di perder il proprio tempo dietro sciocchezze o capricci inutili.
Il problema, oggi, è che vi sono sempre più “bambini-adulti” e sempre meno cinquantenni consapevoli ed è un triste fatto che avviene ovunque: in politica, nelle professioni, al bar od a fare shopping…
Il disastro è pertanto quasi annunciato perché, mentre il “bambino-adulto” reclamerà, in modo anacronistico, il proprio posto nel mondo che deve necessariamente essere al centro di tutto ciò che lo circonda, il cinquantenne consapevole non avrà né tempo, né voglia di correre dietro ai capricci e tenderà ad isolarsi perché non riuscirà più a tollerare una figura del genere.
Si creerà, quindi, distanza… una distanza che pian piano diventerà incolmabile e che non vi saranno teorie psicologiche (spesso male intese ed interpretate) od azioni riparatrici che possano riavvicinare chi fugge dal banale e dalla stupidità.

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