“… che poi finisci per crederci….”
Questo finale, un po' amaro ed in tono amichevole per avvisarti che tutto quello che stai facendo è una colossale stupidaggine o che, per quanto ti sforzi, vale molto poco, veniva detto ai ragazzi quando costruivano un impero di idee adolescenziali e poi, alla fine, cedevano alla barbarie della realtà.
È decisamente una frase infelice, una di quelle che riescono a distruggere ogni sogno e rendono vana ogni fatica. Quel “credere”, invece di luminoso imperativo, diventa insolente presenza e monito che ricorda il “sano cedere” al vile denaro, alla gretta materia, all’accontentarsi delle briciole altrui.
Nessun gabbiano Jonathan Livingstone deve volare in noi perché finiremmo con il credere di non appartenere allo stormo che si nutre degli avanzi del peschereggio, ma di essere strumenti perfetti per il volo acrobatico ed oltre…
A volte, però, si crede nonostante tutto e tutti, si continua a volare veloci, in alto, in picchiata nonostante gli altri pennuti si abbuffino con i resti del pescato.
Quel “crederci” da arroganza diviene coraggio, da paura diventa curiosità, ma gli altri non lo leggono in quella forma, vuoi perché non comprendono o vuoi perché, semplicemente, non ne hanno il coraggio e bollano immediatamente il “diverso” come qualcosa di anomalo e pericoloso, di rivoluzionario maledetto, sovvertitore di ordini costituiti.
La felicità è la ricerca di qualcosa racchiuso in un guscio di noce che vogliamo rompere con un piccone quando, in realtà, basta un piccolo coltello tascabile; quel picconare porta all’invidia, alla gelosia, all’incapacità di provare empatia e di esser contenti per chi ha scelto di volare invece di arraffare del pesce marcio.
Ci si nasconde dietro il famoso “accontentarsi” citando, magari, Tiziano Terzani e facendolo a sproposito solo per giustificare le amare tensioni interiori. Accontentarsi non significa cancellare da noi stessi le intime aspirazioni, la curiosità di essere ed esistere per vivere esistenze prefabbricate e dettate dalle frustrazioni altrui (siano esse derivanti dai genitori, dal partner o da altri), ma di scoprire il senso del nostro viaggio ed essere almeno consapevoli della nostra finitezza.
Sulla base di questo, poi, iniziare a costruire la nostra Realtà, prima dentro e poi fuori.
Ci accontentiamo dello stato in cui siamo e non pretendiamo la vita altrui, ma solo la nostra.
Spesso citiamo filosofi ed aforismi che mal si incastrano con ciò che vogliamo esprimere solo per apparire, dimenticandoci che la nostra stella più luminosa è essere. E “non si è” per caso o perché le circostanze lo hanno permesso; “si è” perché abbiamo fortemente creduto e lavorato per essere.
L’esistenza implica la conoscenza di sé ed è un passo inevitabile perché l’oblio non ingoi noi stessi, perché non ci si dimentichi della nostra anima prima e del nostro spirito poi.
Ma non si può conoscere noi stessi se prima “… non finiamo per crederci…”.
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