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martedì 16 novembre 2021

In mediocritas stat virtus

«Non c'è stata nessuna presa della Bastiglia, niente di paragonabile all'incendio del Reichstag, e l'incrociatore Aurora non ha ancora sparato un solo colpo di cannone. Eppure di fatto l'assalto è avvenuto, ed è stato coronato dal successo: i mediocri hanno preso il potere». Così questo libro annuncia l'oggetto delle sue pagine: la presa del potere dei mediocri e l'instaurazione globale del loro regime, la mediocrazia, in ogni ambito della vita umana. La trattazione che ne segue è una sorta di genealogia di questo evento che, nella prosa accattivante ed errabonda di Deneault, tocca campi differenti - dalla politica (affidata ormai al «centrismo» dei mediocri) all'economia, al sistema dell'educazione, alla stessa vita sociale - offrendo differenti modulazioni di questa forma di potere. Tuttavia, per Deneault, l'avvento della mediocrazia è impensabile senza l'avvento dell'industrializzazione del lavoro - sia manuale che intellettuale - e, in particolare, della sua espressione ultima, quella «Corporate Religion», quella religione d'impresa che pretende, nella nostra epoca, di «unificare tutto» sotto la sua egida. Oggi il termine «mediocrazia» designa standard professionali, protocolli di ricerca, processi di verifica attraverso i quali la religione d'impresa organizza il suo culto, quell'ordine grazie al quale «i mestieri cedono il posto a una serie di funzioni, le pratiche a precise tecniche, la competenza all'esecuzione pura e semplice». È il risultato di un lungo percorso che è cominciato quando il lavoro è diventato "forza-lavoro", un'esecuzione, appunto, in virtù della quale è divenuto possibile «preparare i pasti in una lavorazione a catena senza essere nemmeno capaci di cucinare in casa propria, esporre al telefono ai clienti alcune direttive aziendali senza sapere di cosa si sta parlando, vendere libri e giornali senza neppure sfogliarli». Il risultato è che oggi, nella società delle funzioni "tecniche" ("tecnica" qui designa, naturalmente il suo opposto, l'assenza totale, cioè, di "téchne", di arte e perizia), per lavorare «bisogna saper far funzionare un determinato software, riempire un modulo senza storcere il naso, fare propria con naturalezza l'espressione "alti standard di qualità nella governance di società nel rispetto dei valori di eccellenza" e salutare opportunamente le persone giuste. Non serve altro. Non va fatto nient'altro». E per affacciarsi alla vita pubblica in ogni sua forma (diventare un parlamentare oppure un preside di facoltà universitaria) non occorre altro che occupare «il punto di mezzo, il centro, il momento medio elevato a programma» e abbracciare nozioni feticcio quali «provvedimenti equilibrati», «giusto centro» o «compromesso». Insomma, essere perfettamente, impeccabilmente mediocri.


Questa la descrizione del libro del filosofo Alain Deneault dal titolo “La mediocrazia” (2017, ed. Neri Pozza) dove si analizza un fenomeno globale e globalizzante dato dall’espandersi di una qualità non-qualità quale la “mediocrità”.

Un mondo dove la “tecnica” ha prepotentemente invaso i campi del sapere umano, ha inibito lo sviluppo di competenze approfondite dal dubbio e dal continuo studio creando settori dove, come cita l’autore, il lavoro diviene “forza-lavoro” che richiede mera esecuzione (precisa e puntuale) senza aver esperienza sia teoretica che pratica. È un punto di stallo perché non vi è la “tèchne”, l’arte applicata, ma un compromesso spesso dequalificante e depersonalizzante. La mediocrità assurge a “valore di sistema” poiché è estremamente semplice, gratificante e “pigra”: non occorre eccessivo impegno ed analisi del dubbio, recando sempre un “utile consenso” che ricompensa l’animo di chi, quasi in modo banale, non si chiede mai il perché di ciò che accade o di ciò che esegue.

Progresso, innovazione ed eccellenza. Sono strumenti utilissimi, ma quale impatto hanno sul pensiero umano, sulla politica ? La mediocrità è un elemento perverso poiché non impone nulla, non funge da “faro ispiratore”, ma riesce comunque a distruggere l’autorevolezza di un individuo e lo fa grazie alla capacità dello stesso di interiorizzare questa pseudo-qualità; riesce a far questo poiché la persona mediocre agisce e si comporta in modo tale come se fosse “volontà sua” mentre, se colta da un barlume di riflessione o di meditazione, percepisce che qualcosa veramente “non va”.

In genere il mediocre tende sempre a “correggere” o mettere in dubbio un espressione od un fatto comprovato anche scientificamente; non di rado, di fronte ad un’analisi specifica, magari dotata di valore sperimentale, il mediocre si esprime con un “sì, sarà così sicuramente, ma io penso che….” Cercando di ribaltare un concetto “pro domo sua” alludendo ad un’esperienza personale che, statisticamente, non vale nulla e nemmeno confuta l’analisi che viene riportata. Ma, grazie alla mediocrità, cerca di elevarsi al di sopra della situazione pur non avendo né la competenza, né la forza intellettuale per farlo. Ed attenzione ! Non si tratta di “discutere” o di comunicare: oggi i pensieri devono necessariamente seguire delle linee, degli angusti spazi di espressione dato che si preferisce ricevere notizie che convalidano il nostro pensiero preconfezionato rispetto ad un continuo modellare intellettivo.

Diviene così imperante lo “stare al gioco” od il “sapersi vendere” (come l’autore sopra menzionato cita nel suo testo) in modo tale da costituire una “media” che, ahimé, non produce virtù, ma solo un piatto riferimento sociale. Esiste una sorta di “pressione sociale” che, in modo quasi arrogante, incoraggia a restare persone “qualunque”, prive di accesa passione o forza creativa perché, laddove serve il “capitale umano” non vi è necessità di pensiero creativo, ma di regolare esecuzione dei compiti che, in una società così impostata, accelera sempre di più i ritmi di vita non permettendo lo spazio riflessivo considerato oramai un pericolo.

È in questi parametri che si manipolano le menti di chi diviene, al tempo stesso, merce e consumatore, in un girone infernale di concetti devianti dalla natura della mente umana, imposti da mass-media sempre più conformati al rimbambimento generale che, grazie alla capacità di promuovere comportamenti sociali totalmente deficienti (sia nel senso di “deficere”, ossia della manchevolezza di spirito critico intellettivo, che della persona totalmente o parzialmente minorata nella sua attività intellettuale) che mirano a creare “minus habens” sociali proni all’inserimento nella mediocrità che lentamente diviene imperante. L’espansione di questa condizione è amplificata dai tanti eventi di raggruppamento sociale come i “social-media” che tendono alla autoreferenzialità senza fondamento critico o esperienziale, dove un singolo oggetto mentale (falso o corretto che sia) diventa automaticamente “pseudo-verità” a cui aggrapparsi per giustificare la pigrizia dell’intelletto mediocre.

Qual è l’antidoto ad un pericolo del genere ? La risposta la fornisce lo stesso Deneault in una sua intervista: “L’antidoto è il pensiero critico, perché smaschera l’ideologia, che è un discorso di interessi sotto la parvenza di scienza e fa subire un trattamento critico analitico a una nozione che qualcuno ci vuole ficcare nel cervello, per esempio, l’inevitabilità della vendita di armi o di una nuova autostrada”.

 


mercoledì 1 settembre 2021

Rivoluzione mainstream

 

Il grande Pasolini scrisse che “in una società dove tutto è proibito, si può fare tutto: in una società dove è permesso qualcosa si può fare solo quel qualcosa (da “Scritti Corsari”) lasciando intendere che un sistema di controllo sociale (da lui inteso come elemento “fascista”) si ottiene in modo intelligente, ossia delimitando astutamente le cose che “si possono fare” senza esagerare nelle imposizioni e lentamente minare la libertà altrui con graduali prescrizioni. Certo, perché il sistema così concepito funzioni occorre creare il caos che può essere variamente indotto e tramite cui le persone percepiscano “in interiore” la necessità dell’imporre e non la comprensione della possibile scelta.

Un mezzo di amplificazione di tale condotta è ottenibile trame i famosi “media”; sempre Pasolini, difatti, scrive “la rivoluzione del sistema d’informazioni è stata ancora più radicale e decisiva. Per mezzo della televisione, il Centro ha assimilato a sé l’intero paese, che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali. Ha cominciato un’opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza. Ha imposto cioè – come dicevo – i suoi modelli: che sono i modelli voluti dalla nuova industrializzazione, la quale non si accontenta più di un «uomo che consuma», ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo. Un edonismo neolaico, ciecamente dimentico di ogni valore umanistico e ciecamente estraneo alle scienze umane” (da “Scritti Corsari”) lasciando trasparire la spinta omologatrice e distruttrice delle differenze costruttive che rendono efficace lo spirito critico umano nell’analisi di una qualsiasi situazione sociale, permettendo una diversa concezione di essere e di esistere che identifica la personalità sociale di ognuno di noi.

La concretezza viene spinta verso un confine molto labile dove si confonde con l’inevitabile omologazione che oggi si potrebbe definire “mainstream”, ossia una corrente a carattere maggioritario spesso imposta come standard sociale e dalla quale prendono spunto i prodotti (perché tali sono) mediatici (giornali, social network, video-canali, etc…) che fungono da cassa di risonanza sia per motivi legati alla rendita economica (un titolo altisonante “vende” di più una testata giornalistica, poco importa se poi il contenuto rimanda ad altro od è palesemente contraddittorio), sia per evitare che il prodotto stesso esca dal circuito massificante ed omologante. Questo processo si abbina spesso alla falsa gratuità di una pseudo-informazione il cui consumatore non si rende conto dell’ormai famoso aforisma per cui “se il servizio è gratis, il prodotto sei tu” lasciando la società in balia di un “non-pensiero”.

Tale potente anestetico agisce grazie ad una mole impressionante di dati e di informazioni scarne e spesso in opposizione tra loro, mettendo colui che subisce il processo in condizioni di non poter razionalmente discernere e propriamente giudicare quale sia il punto di partenza di un ragionamento logico ed opportuno su di un qualsiasi tema sociale.

La forte massificazione mediatica quasi imposta ed indotta dalle nuove tecnologie che prevedono un’assimilazione dell’informazione in pochi secondi (con un surplus informativo) senza che i processi logici possano soffermarsi attentamente su cosa si legge e verificarne le eventuali fonti, hanno letteralmente instupidito la capacità mentale delle persone che, indipendentemente dal grado culturale (anche se una dose di cultura mitiga l’effetto), cedono di fronte ad una pletora di notizie ed indicazioni di cui riescono ad assimilare solo i primi trenta secondi di lettura, spesso dimenticando sia l’estensore dello scritto, sia la fonte di provenienza e dando per scontato che tutto ciò sia “concreto”. Risulta così difficile tentare una ricostruzione a ritroso della fonte di provenienza del tristemente famoso “terrapiattismo” che ha indotto in molti la convinzione che la terra sia effettivamente piatta (concetto che risale addirittura alla cosmografia mesopotamica) tanto da organizzare congressi ed esperimenti tesi a dimostrare la sciocchezza e realizzare gruppi “ad hoc” su social network. La convinzione estrema per cui si abiti sopra un disco sospeso nell’universo è l’esempio di come si possa esser deviati in modo massivo verso confini dove la logicità (e la scienza) impattano nello scoglio del “non-pensiero” che si noti bene, non è solo stupidità ed analfabetismo funzionale, ma anche (e forse, in determinati casi, soprattutto) impossibilità di utile discernimento dovuto ad un’opera di mercificazione delle informazioni.

Le famose “legioni di imbecilli” che Umberto Eco ricordò nel suo famoso discorso del 2015 in occasione della laurea honoris causa in “Comunicazione e cultura dei media” all’Università di Torino (“i social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli”) erano il segnale, a parer mio ormai tardivo, di un processo di involuzione che il mondo intero stava subendo e che ha repentinamente portato ad un nuovo “capitalismo della sorveglianza”, ossia ad una spinta capitalista che letteralmente ruba elementi dell'esperienza umana che diviene “materia utile” per ottenere dati sui comportamenti e realizzare modelli predittivi in grado di intuire cosa faremo nell’immediato o tra molto tempo. Questi dati divengono prodotti che, a loro volta, sono scambiati in un tipo di mercato del tutto nuovo che Shoshana Zuboff, nel suo libro “Capitalismo della sorveglianza”, definisce “mercato dei comportamenti futuri”.

In questo panorama che sfiora la distopia, ci muoviamo tra “pro-vax” e “no-vax”, tra correnti che elogiano il “green pass” e movimenti che identificano lo stesso certificato con il “lasciapassare nazista” di triste memoria, contribuendo ad un caos informativo inimmaginabile dove lo stolto e l’ignorante prende sempre più campo e permettendo al nuovo capitalismo di usare la società come un’enorme fonte di reddito. In questa situazione di prolungata emergenza, tutta questa confusione impedisce il pensiero costruttivo che chiarisce, o quantomeno tende ad attivare processi logico-scientifici, che possano ulteriormente spiegare alcune situazioni ancora oscure ed evitare che i “giochi di mercato” vadano ad incidere sulla salute di tutti noi. 

 


martedì 17 agosto 2021

Primum vivere, deinde philosophari

Uno dei meriti delle così dette “letture distopiche” è quello di portare all’attenzione del lettore alcuni temi sociali molto rilevanti quali la volontà del “pensiero unico”, la spietatezza dell’industria dell’intrattenimento (si pensi oggi ai vari “reality” con le situazioni proposte che si alternano tra l’utopia e lo squallore), la permanenza, sebbene in sordina, di una sorta di “classificazione sociale” ed altro. A partire da “1984” di Orwell, arrivando al “Signore delle mosche” di Golding, si assiste ad una denuncia (più o meno consapevole) del pericolo di una società assolutista ed all’attacco distruttivo che l’uomo quotidianamente fa nei confronti della natura; si legge, in buona sostanza, l’accusa nei confronti di una “democrazia” che, prima di fallire, diviene demagogia ed investe negativamente tutti i pieni dell’esistenza umana.

In un panorama così decadente, ovviamente anche l’informazione mass-mediatica fallisce il suo principio di libertà e resta compressa (forse addirittura “schiacciata”) tra le varie tensioni che possono assicurare un “buon titolo” per alzare il numero delle copie vendute oppure dei vari “mi piace” nei social network.

Nel periodo che tutti noi stiamo vivendo, poi, si assiste anche a disquisizioni filosofiche interessanti (alcune assai meno) sulla situazione sanitaria mondiale ed ognuno esprime il proprio pensiero sulla base di elementi spesso trovati a casaccio nei meandri della memoria o di una cultura personale (ahimé, spesso troppo accademica) che trova poca correlazione con la situazione reale per la quale occorre una praticità che, pur basandosi su profonda teoria, vive a stretto contatto con i numeri di una clinica impietosa.

È pertanto utile ricordare quello che due filosofi indiani (Sri Agamben e Maharishi Maesh Cacciaranda) scrissero al momento in cui si assisteva alla fine della campagna triennale di vaccinazione contro il vaiolo (che venne dichiarato “debellato” nel 1980 dall’OMS) in un momento in cui la popolazione mondiale affrontava una notevole crisi, sia economica che sociale.

Vi pregherei di leggere queste parole non tanto pensando all’utilità dei vaccini anti-CoViD19, quanto alla pericolosità di certe posizioni prive di fondamento che abilmente mescolano principi mistici con diritti umani per indurre l’idea di una condizione di “servitù” legata ad una forma di imperialismo che, in quel momento, assolutamente non giustifica la riflessione che risulta pertanto molto pericolosa. Se da una parte è comprensibile la preoccupazione del totalitarismo imperiale vissuto nel periodo di colonizzazione, dall’altra è totalmente fuori luogo quanto viene dichiarato tanto che il vaiolo (di cui viene messa in discussione la relativa epidemia !) è solo il “giusto pretesto” per un'altra forma di protesta che rischia di esser più dannosa del vaiolo stesso.

 “Di fronte alle frenetiche, irrazionali e del tutto immotivate misure di emergenza per una supposta epidemia dovuta al virus del vaiolo, occorre chiedersi perché i media e le autorità britanniche si adoperino per diffondere un clima di terrore, con gravi limitazioni dei movimenti e una sospensione del normale funzionamento delle condizioni di vita e di lavoro in intere regioni. La risposta è nella tendenza a usare lo stato di emergenza come paradigma normale di governo.

La quarantena con sorveglianza attiva fra gli individui che hanno avuto contatti stretti con casi confermati di vaiolo è una grave limitazione della libertà, e l’invenzione di un’epidemia offre il pretesto ideale per ampliare oltre ogni limite simili provvedimenti d’emergenza. Ma non ci sono state, come in altre occasioni, proteste e opposizioni, perché in un perverso circolo vizioso la limitazione della libertà imposta dagli inglesi viene accettata in nome di un desiderio di sicurezza che è stato indotto dagli stessi inglesi che ora intervengono per soddisfarlo.

Che cosa è, però, una società che non ha altro valore che la sopravvivenza?

Che non crede più in nulla se non nella vita biologica da preservare come tale a qualsiasi prezzo? L’uomo è soltanto un essere di transizione. E la soglia che separa nell’uomo la vita biologica da quella sociale è un’astrazione che si incarna ogni volta in figure storiche concrete e politicamente determinate: lo schiavo, il barbaro, il capro espiatorio, l’uomo-lupo, i prigionieri dei campi di concentramento in Sud Africa durante la seconda guerra boera, i mille massacrati nei giardini di Jalliawala, i 20 milioni di indiani affamati a morte dall’impero britannico, e la vedova che si immola sulla pira del marito. Oggi, nella gestione dell’epidemia di vaiolo, il malato viene isolato; e il non vaccinato (che la propaganda imperialista vorrebbe far passare per “nemico della scienza”) può essere privato delle sue libertà, assoggettato a divieti e controlli di ogni specie.

Monitoraggio, quarantena e vaccino sono come il battesimo di una nuova religione, definiscono la figura rovesciata di quella che un tempo si chiamava cittadinanza. Battesimo non più indelebile, perché il neo-cittadino ne esibirà per sempre il certificato sotto forma di cicatrice sul braccio. Ogni regime dispotico ha sempre operato attraverso pratiche di discriminazione, all ’inizio magari contenute e poi dilaganti. Non a caso le colonie dell’impero spagnolo in America e nelle Filippine  dichiarano di voler continuare con tracciamenti e controlli anche al termine dell’epidemia di vaiolo. Nessuno invita a non vaccinarsi! Ma non si può tacere sul fatto che ci troviamo tuttora in una fase di “sperimentazione di massa” e che il dibattito scientifico è del tutto aperto. Lo stesso Edward Jenner ha dichiarato che non è possibile prevedere i danni a lungo termine del vaccino, non avendo avuto il tempo di effettuare tutti i test di tossicità. Una guerra con un nemico invisibile che può annidarsi in ciascun altro uomo è la più assurda delle guerre. È, in verità, una guerra civile. Il nemico non è fuori, è dentro di noi.”

Mala tempora currunt….. 

 


 


giovedì 12 agosto 2021

Breve storia distopica - La scimmia

“Nel tempo dell'inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario.” 

(G. Orwell, “La fattoria degli animali”)

C’era una volta un paese dove vivevano assieme gatti, cani ed asini. Era un paese tranquillo ed i vari ruoli sociali venivano svolti senza bisogno di regole o norme, ma secondo il diritto naturale di esistere e di rispettare la vita altrui. I gatti, operosi e furbi (salvo l’immancabile pisolino pomeridiano) lavoravano assicurando al paese viveri e continuo rifornimento di acqua, il trasporto di tutto (comprese le missive postali per le famiglie) era affidato al tenace asino che, benché proverbialmente meno intelligente, era resistente e tenace. I cani servivano da guardiani nei confronti dell’esterno ed assicuravano una realtà tranquilla e collaboravano con gli asini per i lavori edili e di manutenzione del paese.

Ogni elemento era fondamentale per la vita serena della comunità e nessuno si sognava di pretendere un qualsiasi primato in qualche settore perché intimamente convinti che senza l’opera di uno, l’attività dell’altro era del tutto inutile. Non c’era bisogno di sanzioni od attività repressive perché erano tutti consapevoli che la realizzazione individuale secondo i propri talenti assicurava sia la felicità del singolo che della comunità. Certo se c’era da far di calcolo si ascoltavano attentamente i gatti, mentre se vi era da scegliere una strada più conveniente per trasportare le merci si prestava attenzione alla parola dell’asino; mai accadeva che l’asino protestasse per i conti del gatto perché, consapevole della sua incapacità nel calcolo, ragionava assieme al felino sui conti fatti e non di rado imparava sempre qualcosa di nuovo.

Una sera, al tramonto, in paese arrivò uno strano animale che attirò l’attenzione di tutti: aveva la coda ed ogni tanto stava bipede. Era arrivato, non si sa da dove, uno scimpanzé.

Il primate si integrò benissimo nella comunità, tanto da fungere da “jolly”: aiutava l’asino nel trasporto risparmiandogli un bel po' di fatica, collaborava con il gatto sia per i conti (che, sebbene non fossero il suo forte, esprimeva un’attenzione che affabulava l’interlocutore) e consigliava i cani sia sui lavori di manutenzione (che a volte nemmeno ne comprendeva l’utilità) che sulla linea di difesa del paese da mantenere.

Insomma, lo scimpanzé era qualcosa di indefinito che si infilava ovunque. Esperto in niente, mediocre in tutto. Un giorno un cane chiese alla scimmia da dove provenisse e quest’ultima raccontò di viaggi mirabolanti, di esperienze fantascientifiche e del contatto con culture avanzate e di un viaggio che, stranamente, lo aveva condotto sino a quel pacifico paese. Il cane rimase affascinato dall’eloquio del primate ed iniziò a seguirlo dappertutto, facendo domande ed iniziando a pensare che davvero quell’animale fosse una benedizione per tutto il paese.

Un giorno un asino si azzoppò ed un gatto, esperto in medicina, intervenne per cercare di curare l’animale steccando la zampa del quadrupede ferito. Il caso volle che una parte di quella “steccatura” si mosse (l’asino, in verità, continuò a lavorare anche se gli era stato consigliato del riposo… ma si sa: gli asini son fatti così) provocando dolore all’animale e la scimmia, notando in modo furbo il fatto e dopo aver fatto un lungo monologo sulle sue capacità di cura fondate sull’esperienza di vita (e non certo sui libri che il gatto-medico si era studiato), iniziò a manovrare a caso la medicazione che, per pura fortuna, si assestò alleviando di colpo il dolore dell’asino ferito.

Giubilo tra gli asini ! La scimmia divenne di colpo l’esperto indiscusso della medicina del paese e, benché poco ne sapesse, gli venne affidata la gestione sanitaria dell’intera comunità.

Dopo poco tempo dalla nuova carica affidata allo scimpanzé, accadde un diverbio tra un cane ed un gatto (il primo ribadiva che non si poteva uscire dopo il tramonto perché pericoloso mentre il secondo sosteneva che se non si recava a prendere dell’acqua a quell’ora, il paese avrebbe avuto un rifornimento insufficiente il giorno dopo). Solitamente queste cose si risolvevano spontaneamente (spesso il cane accompagnava il gatto nelle sue faccende, proteggendolo dai pericoli), ma quella volta lo scimpanzé intervenne e sostenne che i cani dovevano far rispettare leggi scritte in modo da impedire futuri diverbi. La proposta venne accettata solo che si doveva scegliere chi si assumesse la briga di scrivere le norme.

Lo scimpanzé immediatamente alzò la mano e, dopo un altro lungo apparentemente dotto monologo, dove magnificava la sua esperienza nel mondo esterno, decise le varie regole da imporre, suddividendo in classi tutta la popolazione del paese. Fu così che i cani, oltre a difendere la comunità dall’esterno, ringhiavano a spasso per il paese, dipendendo dalle decisioni della scimmia.

Da quel momento la situazione cambiò decisamente.

I gatti non erano più liberi né di far di conto, né di smerciare i viveri perché le regole imponevano “un equo scambio” di beni ed i conti dovevano esser supervisionati dalla scimmia. Dopo il tramonto nessuno poteva muoversi da casa perché sussisteva una condizione di “pericolo” imposta dalla scimmia e controllata dai cani che, nel frattempo, avevano ottenuto la libertà di mordere chiunque non rispettasse la norma imposta. Gli asini non capivano, non riuscivano più ad orientarsi nella comunità e menavano le loro decisioni operative tra i cani ed i gatti, spesso cadendo nel caos totale.

Fu così che, in tal modo, la scimmia prese il controllo anche degli asini decidendo dove dovessero passare e quale strada seguire.

Certo, qualcuno era dubbioso della scimmia: qualche gatto notava che i conti erano palesemente errati e più di un cane si rifiutava di mordere i paesani semplicemente perché passeggiavano dopo il tramonto (cosa peraltro abituale prima della comparsa della scimmia), ma i dubbiosi venivano immediatamente messi in secondo piano grazie a norme “ad hoc” emanate dalla scimmia stessa che, evidentemente, non gradiva le critiche (spesso giustificate).

Un giorno uggioso d’autunno, una malattia iniziò ad uccidere alcuni paesani con brutte pustole maleodoranti sul corpo e febbre molto alta. Subito venne chiesto alla scimmia cosa fare e questa, dopo un ennesimo lungo monologo fatto di luoghi comuni e “sentito dire” non si sa bene dove, disse che bastava lavare con dell’acqua fresca la pelle dei malati e tutto sarebbe scomparso. Alcuni gatti-medici si infuriarono ma erano troppo pochi per prevalere sulla comunità ormai prona alle decisioni della scimmia e la cura miracolosa venne accettata.

Poco prima di morire, l’ultimo cane guardò la scimmia e chiese dove avessero tutti sbagliato; la risposta del primate fu: “almeno c’ho provato… è così che va la vita !”.  La scimmia, mediocre ma astuta, evitava il contatto con tutti e si era chiusa in casa, salvando la pelle dal morbo letale. Si salvò un solo asino che, per lavoro, era stato fuori molto tempo a portare merci in un paese vicino ed al ritorno nel paese, ormai disabitato, cercò la scimmia che… era scomparsa nel nulla. L'asino decise di caricare di nuovo alcuni viveri e dirigersi in un paese limitrofo cercando riparo ed aiuto.

C’era una volta un paese dove maiali, cavalli e mucche vivevano in pace ed armonia, ognuno con il suo ruolo sociale e senza bisogno di regole alcune. Era un paese che scambiava merci, viveri e serenità con una comunità vicina composta da gatti, asini e cani. Un giorno, al tramonto, arrivò uno strano animale che attirò l’attenzione di tutti: aveva la coda ed ogni tanto stava bipede…

Ed io, asino, che sono arrivato sin qui dopo un lungo viaggio e sono riuscito a farmi accettare dalle mucche, adesso, devo iniziare di nuovo tutto da capo…