“Nel tempo dell'inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario.”
(G. Orwell, “La fattoria degli animali”)
C’era una volta un paese dove vivevano assieme gatti, cani ed asini. Era un paese tranquillo ed i vari ruoli sociali venivano svolti senza bisogno di regole o norme, ma secondo il diritto naturale di esistere e di rispettare la vita altrui. I gatti, operosi e furbi (salvo l’immancabile pisolino pomeridiano) lavoravano assicurando al paese viveri e continuo rifornimento di acqua, il trasporto di tutto (comprese le missive postali per le famiglie) era affidato al tenace asino che, benché proverbialmente meno intelligente, era resistente e tenace. I cani servivano da guardiani nei confronti dell’esterno ed assicuravano una realtà tranquilla e collaboravano con gli asini per i lavori edili e di manutenzione del paese.
Ogni elemento era fondamentale per la vita serena della comunità e nessuno si sognava di pretendere un qualsiasi primato in qualche settore perché intimamente convinti che senza l’opera di uno, l’attività dell’altro era del tutto inutile. Non c’era bisogno di sanzioni od attività repressive perché erano tutti consapevoli che la realizzazione individuale secondo i propri talenti assicurava sia la felicità del singolo che della comunità. Certo se c’era da far di calcolo si ascoltavano attentamente i gatti, mentre se vi era da scegliere una strada più conveniente per trasportare le merci si prestava attenzione alla parola dell’asino; mai accadeva che l’asino protestasse per i conti del gatto perché, consapevole della sua incapacità nel calcolo, ragionava assieme al felino sui conti fatti e non di rado imparava sempre qualcosa di nuovo.
Una sera, al tramonto, in paese arrivò uno strano animale che attirò l’attenzione di tutti: aveva la coda ed ogni tanto stava bipede. Era arrivato, non si sa da dove, uno scimpanzé.
Il primate si integrò benissimo nella comunità, tanto da fungere da “jolly”: aiutava l’asino nel trasporto risparmiandogli un bel po' di fatica, collaborava con il gatto sia per i conti (che, sebbene non fossero il suo forte, esprimeva un’attenzione che affabulava l’interlocutore) e consigliava i cani sia sui lavori di manutenzione (che a volte nemmeno ne comprendeva l’utilità) che sulla linea di difesa del paese da mantenere.
Insomma, lo scimpanzé era qualcosa di indefinito che si infilava ovunque. Esperto in niente, mediocre in tutto. Un giorno un cane chiese alla scimmia da dove provenisse e quest’ultima raccontò di viaggi mirabolanti, di esperienze fantascientifiche e del contatto con culture avanzate e di un viaggio che, stranamente, lo aveva condotto sino a quel pacifico paese. Il cane rimase affascinato dall’eloquio del primate ed iniziò a seguirlo dappertutto, facendo domande ed iniziando a pensare che davvero quell’animale fosse una benedizione per tutto il paese.
Un giorno un asino si azzoppò ed un gatto, esperto in medicina, intervenne per cercare di curare l’animale steccando la zampa del quadrupede ferito. Il caso volle che una parte di quella “steccatura” si mosse (l’asino, in verità, continuò a lavorare anche se gli era stato consigliato del riposo… ma si sa: gli asini son fatti così) provocando dolore all’animale e la scimmia, notando in modo furbo il fatto e dopo aver fatto un lungo monologo sulle sue capacità di cura fondate sull’esperienza di vita (e non certo sui libri che il gatto-medico si era studiato), iniziò a manovrare a caso la medicazione che, per pura fortuna, si assestò alleviando di colpo il dolore dell’asino ferito.
Giubilo tra gli asini ! La scimmia divenne di colpo l’esperto indiscusso della medicina del paese e, benché poco ne sapesse, gli venne affidata la gestione sanitaria dell’intera comunità.
Dopo poco tempo dalla nuova carica affidata allo scimpanzé, accadde un diverbio tra un cane ed un gatto (il primo ribadiva che non si poteva uscire dopo il tramonto perché pericoloso mentre il secondo sosteneva che se non si recava a prendere dell’acqua a quell’ora, il paese avrebbe avuto un rifornimento insufficiente il giorno dopo). Solitamente queste cose si risolvevano spontaneamente (spesso il cane accompagnava il gatto nelle sue faccende, proteggendolo dai pericoli), ma quella volta lo scimpanzé intervenne e sostenne che i cani dovevano far rispettare leggi scritte in modo da impedire futuri diverbi. La proposta venne accettata solo che si doveva scegliere chi si assumesse la briga di scrivere le norme.
Lo scimpanzé immediatamente alzò la mano e, dopo un altro lungo apparentemente dotto monologo, dove magnificava la sua esperienza nel mondo esterno, decise le varie regole da imporre, suddividendo in classi tutta la popolazione del paese. Fu così che i cani, oltre a difendere la comunità dall’esterno, ringhiavano a spasso per il paese, dipendendo dalle decisioni della scimmia.
Da quel momento la situazione cambiò decisamente.
I gatti non erano più liberi né di far di conto, né di smerciare i viveri perché le regole imponevano “un equo scambio” di beni ed i conti dovevano esser supervisionati dalla scimmia. Dopo il tramonto nessuno poteva muoversi da casa perché sussisteva una condizione di “pericolo” imposta dalla scimmia e controllata dai cani che, nel frattempo, avevano ottenuto la libertà di mordere chiunque non rispettasse la norma imposta. Gli asini non capivano, non riuscivano più ad orientarsi nella comunità e menavano le loro decisioni operative tra i cani ed i gatti, spesso cadendo nel caos totale.
Fu così che, in tal modo, la scimmia prese il controllo anche degli asini decidendo dove dovessero passare e quale strada seguire.
Certo, qualcuno era dubbioso della scimmia: qualche gatto notava che i conti erano palesemente errati e più di un cane si rifiutava di mordere i paesani semplicemente perché passeggiavano dopo il tramonto (cosa peraltro abituale prima della comparsa della scimmia), ma i dubbiosi venivano immediatamente messi in secondo piano grazie a norme “ad hoc” emanate dalla scimmia stessa che, evidentemente, non gradiva le critiche (spesso giustificate).
Un giorno uggioso d’autunno, una malattia iniziò ad uccidere alcuni paesani con brutte pustole maleodoranti sul corpo e febbre molto alta. Subito venne chiesto alla scimmia cosa fare e questa, dopo un ennesimo lungo monologo fatto di luoghi comuni e “sentito dire” non si sa bene dove, disse che bastava lavare con dell’acqua fresca la pelle dei malati e tutto sarebbe scomparso. Alcuni gatti-medici si infuriarono ma erano troppo pochi per prevalere sulla comunità ormai prona alle decisioni della scimmia e la cura miracolosa venne accettata.
Poco prima di morire, l’ultimo cane guardò la scimmia e chiese dove avessero tutti sbagliato; la risposta del primate fu: “almeno c’ho provato… è così che va la vita !”. La scimmia, mediocre ma astuta, evitava il contatto con tutti e si era chiusa in casa, salvando la pelle dal morbo letale. Si salvò un solo asino che, per lavoro, era stato fuori molto tempo a portare merci in un paese vicino ed al ritorno nel paese, ormai disabitato, cercò la scimmia che… era scomparsa nel nulla. L'asino decise di caricare di nuovo alcuni viveri e dirigersi in un paese limitrofo cercando riparo ed aiuto.
C’era una volta un paese dove maiali, cavalli e mucche vivevano in pace ed armonia, ognuno con il suo ruolo sociale e senza bisogno di regole alcune. Era un paese che scambiava merci, viveri e serenità con una comunità vicina composta da gatti, asini e cani. Un giorno, al tramonto, arrivò uno strano animale che attirò l’attenzione di tutti: aveva la coda ed ogni tanto stava bipede…
Ed io, asino, che sono arrivato sin qui dopo un lungo viaggio e sono riuscito a farmi accettare dalle mucche, adesso, devo iniziare di nuovo tutto da capo…

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