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giovedì 5 agosto 2021

La scienza del profitterol

Durante una trasmissione su di un canale televisivo, uno dei soliti “talk show” mattutini, è stata realizzata un’intervista che, sebbene banale nei contenuti, è risultata interessante nelle riflessioni che scaturisce.

Una nutrizionista (non so con quale titolo) ed un medico chirurgo specializzato in chirurgia estetica erano intervistati circa l’annoso problema del peso corporeo che, soprattutto dopo i vari “lockdown”, grava sulla società come una spada di Damocle che dondola sulle nostre teste. Di fronte a questo incredibile pericolo sociale (e dopo aver detto parecchie castronerie e luoghi comuni), ad un certo punto si invoca una “dieta non-dieta”, ossia ad una rilettura della nutrizione per cui il cibo ingerito in uno stato interiore sereno e pacato risulta meno dannoso (o quanto meno di pari valore) rispetto ad un’alimentazione equilibrata. A dimostrazione della qualità di tutto questo, la “nutrizionista” enuncia, poi, che la scienza ha ideato pure cibi incredibili come un profitterol che contiene più “fibre” di un’insalata.

Dopo questa dichiarazione, si nota giubilo e consenso in sala, lodando il fatto che, finalmente, la scienza si occupa di questi problemi e che, al di là del dubbio gusto al palato di questo cibo “scientifico” così elaborato, se la scienza lo dice…. vuol dire che è vero. A seguire poi i miti consigli del medico chirurgo estetico che invita tutti a “camminare” perché, oltre a far bene, rende le gambe “più belle”… lo dice sempre la scienza, per cui… guai a chi pone dubbi in merito !

In un film datato ma, ahimé, per certi versi profetico dal titolo “Idiocracy”, l’inizio della fine della “materia grigia” sociale avviene con l’attenzione scientifica totalmente tesa a migliorare le prestazioni sessuali maschili, letteralmente misurando l’erezione del povero scimpanzé chiuso in una gabbia, ignorando totalmente ciò che, invece, erano gli sviluppi necessari per evitare il degrado.

Qui, forse per l’orario in cui viene mandata in onda la trasmissione, non siamo di fronte ad una “animalesca capacità sessuale” ma ad un profitterol.

Interessante è notare come la scienza venga invocata a tutto titolo come fonte di certezza per queste baggianate (chiedo perdono per questo mio parere, del tutto personale) e come vi sia il plauso uniforme della platea. Altrettanto interessante è poi il notare come la stessa scienza sia considerata inutile, opinabile e spesso “malandrina” in altri frangenti, ossia quando il livello della discussione si fa più profondo e la famosa “università della vita”, la preparazione da “social network” o le opinioni da blog non riescono ad affrontare efficacemente tale livello di preparazione, dimostrando la totale incapacità di capire cosa si esprime.

Ecco che il “profitterol fibroso” diviene emblema di una superficialità comunicativa (forse necessaria) senza la quale non si ha “auditel”, ossia non si attira l’attenzione della massa che si suppone (ahimé) navighi nella mediocrità esistenziale e che alterni il divenire virologo ad essere allenatore di calcio con la stessa velocità con cui si diviene esperti di immunologia o di oncologia leggendo un articolo di un settimanale gossip o vedendo un’intervista di uno dei tanti “esperti” prezzolati che navigano in televisione, alla ricerca di riflettori (ottenuti grazie alla pandemia).

Il prodotto di tutto questo è il caos totale ed il menar sé stessi verso una sponda piuttosto che un’altra.

Purtroppo, determinate materie, per esser comprese e “digerite”, vogliono anni di studi e sacrifici ed in certi frangenti sparare stupidaggini, magari non comprendendo cosa è scritto in un articolo “scientifico”, è molto, molto facile. Si assiste così a dotte disquisizioni su virus e vaccini basate su commenti ed opinioni (per lo più stolte) lette sui social network od a soluzioni terapeutiche varie (che nella realtà sono molto complicate anche per chi veramente lavora nel settore) che rappresenterebbero la panacea di tutti i mali. Se disgraziatamente, poi, i veri “esperti” cercano di spiegare la falsità di tante fallaci dichiarazioni, si assiste ad un proverbiale “apriti cielo e spalancati terra” fatto di accuse idiote e giustificazioni folli (del tipo: “l’ho letto su Facebook da parte del dottor Pinco Pallo che l’ha scritto a sua cugina la quale ha avuto il coraggio di andare contro il sistema nazi-sanitario”).

Si invocano, poi, rimedi indiani, cure alternative (a volte “troppo” alternative), soluzioni di bicarbonato e limone, ascorbati di potassio vari, energie delle stelle, valori terapeutici dei simboli druidici, complotti rettiliani ed altro che, sebbene facciano sorridere, in determinate situazioni sono elementi molto pericolosi. Tempo addietro, mentre studiavo per gli esami universitari (ahimé, ho fatto questo errore per ben due volte! Che imbecille….) lessi di tale Alfred Russell Wallace, gallese di origine e naturalista, che, durante una sua permanenza nel Borneo, scrisse nel 1855 il saggio “Sulla legge che ha regolato l'introduzione di nuove specie” preludendo poi ad un’intuizione parallela a quella di Charles Darwin sulla “selezione naturale” che scrisse in un articolo che inviò a quest’ultimo nel 1858 (“On the Tendency of Varieties to Depart Indefinitely From the Original Type”). In tale concetto, Wallace paradossalmente era più “darwinista” di Darwin stesso ed era molto netto: il più forte sopravvive. Ora, Wallace era infuso di un Creazionismo che permeava la società in quei tempi, tanto che scrisse: “l'evoluzione umana si inseriva in una concezione finalistica, volta alla creazione da parte di un Essere Superiore di una futura razza umana perfetta” rendendo evidente quanto la sua selezione naturale rispondesse, in verità, ad esigenze a sua detta “superiori”, ma la dichiarazione spaventò, in un certo senso, il nostro Darwin che si preoccupò della paternità della sua intuizione.

Probabilmente il senso di imbecillità latente che vaga a livello mass-mediatico in un certo senso funge da “pressione selettiva” e tende a distinguere il “più adatto” (Darwin docet), ma non vorrei che, in questo momento particolare, fungesse da elemento distintivo per il “più forte” (secondo la visione di Wallace) imprimendo un’accelerazione nel distinguo tra il cretino ed il non-cretino, mettendo alla prova il primo e salvaguardando il secondo.

Non amo le posizioni nette (come, del resto, non le ama la Scienza), ma a volte temo che prevenire sia meglio che curare e che certe stupidaggini vadano bloccate sul nascere. Una volta questo avveniva nel bar sotto casa o di paese, adesso avviene sulle bacheche dei social network dove identificare l’idiota è sempre più difficile perché alla base del suo ragionamento vi sono molti scritti e ragionamenti di altri idioti che, così facendo, minano il raziocinio necessario per discutere serenamente su questioni delicate ed importanti, cercando di capire cosa accade e come sta accadendo ed alimentando una sorta di “classismo” alquanto pericoloso. Certo, non è solo un titolo di studio che assicura la bontà di certe dichiarazioni (ricordo che nella massa esiste sempre sia il “furbo opportunista” che l’imbecille), ma rappresenta almeno una base da cui partire per discutere su questioni delicate che prevedono approfondimenti piuttosto complessi ed una preparazione almeno teorica piuttosto forte. In questo caso, purtroppo, non è veritiero il detto “uno vale uno”, ossia la mia opinione vale quanto la tua, sia perché le opinioni, per definizione, possono esser distorte, sia perché in determinati temi occorre esser preparati (a volte molto preparati). Il grande fisico Stephen Hawking disse: “il più grande nemico della conoscenza non è l’ignoranza, ma l’illusione della conoscenza” e nessuna frase fu più attuale di questa.

In alternativa, però, possiamo sempre farci un bel profitterol alla crusca… 

 


 

 

 

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