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martedì 16 novembre 2021

In mediocritas stat virtus

«Non c'è stata nessuna presa della Bastiglia, niente di paragonabile all'incendio del Reichstag, e l'incrociatore Aurora non ha ancora sparato un solo colpo di cannone. Eppure di fatto l'assalto è avvenuto, ed è stato coronato dal successo: i mediocri hanno preso il potere». Così questo libro annuncia l'oggetto delle sue pagine: la presa del potere dei mediocri e l'instaurazione globale del loro regime, la mediocrazia, in ogni ambito della vita umana. La trattazione che ne segue è una sorta di genealogia di questo evento che, nella prosa accattivante ed errabonda di Deneault, tocca campi differenti - dalla politica (affidata ormai al «centrismo» dei mediocri) all'economia, al sistema dell'educazione, alla stessa vita sociale - offrendo differenti modulazioni di questa forma di potere. Tuttavia, per Deneault, l'avvento della mediocrazia è impensabile senza l'avvento dell'industrializzazione del lavoro - sia manuale che intellettuale - e, in particolare, della sua espressione ultima, quella «Corporate Religion», quella religione d'impresa che pretende, nella nostra epoca, di «unificare tutto» sotto la sua egida. Oggi il termine «mediocrazia» designa standard professionali, protocolli di ricerca, processi di verifica attraverso i quali la religione d'impresa organizza il suo culto, quell'ordine grazie al quale «i mestieri cedono il posto a una serie di funzioni, le pratiche a precise tecniche, la competenza all'esecuzione pura e semplice». È il risultato di un lungo percorso che è cominciato quando il lavoro è diventato "forza-lavoro", un'esecuzione, appunto, in virtù della quale è divenuto possibile «preparare i pasti in una lavorazione a catena senza essere nemmeno capaci di cucinare in casa propria, esporre al telefono ai clienti alcune direttive aziendali senza sapere di cosa si sta parlando, vendere libri e giornali senza neppure sfogliarli». Il risultato è che oggi, nella società delle funzioni "tecniche" ("tecnica" qui designa, naturalmente il suo opposto, l'assenza totale, cioè, di "téchne", di arte e perizia), per lavorare «bisogna saper far funzionare un determinato software, riempire un modulo senza storcere il naso, fare propria con naturalezza l'espressione "alti standard di qualità nella governance di società nel rispetto dei valori di eccellenza" e salutare opportunamente le persone giuste. Non serve altro. Non va fatto nient'altro». E per affacciarsi alla vita pubblica in ogni sua forma (diventare un parlamentare oppure un preside di facoltà universitaria) non occorre altro che occupare «il punto di mezzo, il centro, il momento medio elevato a programma» e abbracciare nozioni feticcio quali «provvedimenti equilibrati», «giusto centro» o «compromesso». Insomma, essere perfettamente, impeccabilmente mediocri.


Questa la descrizione del libro del filosofo Alain Deneault dal titolo “La mediocrazia” (2017, ed. Neri Pozza) dove si analizza un fenomeno globale e globalizzante dato dall’espandersi di una qualità non-qualità quale la “mediocrità”.

Un mondo dove la “tecnica” ha prepotentemente invaso i campi del sapere umano, ha inibito lo sviluppo di competenze approfondite dal dubbio e dal continuo studio creando settori dove, come cita l’autore, il lavoro diviene “forza-lavoro” che richiede mera esecuzione (precisa e puntuale) senza aver esperienza sia teoretica che pratica. È un punto di stallo perché non vi è la “tèchne”, l’arte applicata, ma un compromesso spesso dequalificante e depersonalizzante. La mediocrità assurge a “valore di sistema” poiché è estremamente semplice, gratificante e “pigra”: non occorre eccessivo impegno ed analisi del dubbio, recando sempre un “utile consenso” che ricompensa l’animo di chi, quasi in modo banale, non si chiede mai il perché di ciò che accade o di ciò che esegue.

Progresso, innovazione ed eccellenza. Sono strumenti utilissimi, ma quale impatto hanno sul pensiero umano, sulla politica ? La mediocrità è un elemento perverso poiché non impone nulla, non funge da “faro ispiratore”, ma riesce comunque a distruggere l’autorevolezza di un individuo e lo fa grazie alla capacità dello stesso di interiorizzare questa pseudo-qualità; riesce a far questo poiché la persona mediocre agisce e si comporta in modo tale come se fosse “volontà sua” mentre, se colta da un barlume di riflessione o di meditazione, percepisce che qualcosa veramente “non va”.

In genere il mediocre tende sempre a “correggere” o mettere in dubbio un espressione od un fatto comprovato anche scientificamente; non di rado, di fronte ad un’analisi specifica, magari dotata di valore sperimentale, il mediocre si esprime con un “sì, sarà così sicuramente, ma io penso che….” Cercando di ribaltare un concetto “pro domo sua” alludendo ad un’esperienza personale che, statisticamente, non vale nulla e nemmeno confuta l’analisi che viene riportata. Ma, grazie alla mediocrità, cerca di elevarsi al di sopra della situazione pur non avendo né la competenza, né la forza intellettuale per farlo. Ed attenzione ! Non si tratta di “discutere” o di comunicare: oggi i pensieri devono necessariamente seguire delle linee, degli angusti spazi di espressione dato che si preferisce ricevere notizie che convalidano il nostro pensiero preconfezionato rispetto ad un continuo modellare intellettivo.

Diviene così imperante lo “stare al gioco” od il “sapersi vendere” (come l’autore sopra menzionato cita nel suo testo) in modo tale da costituire una “media” che, ahimé, non produce virtù, ma solo un piatto riferimento sociale. Esiste una sorta di “pressione sociale” che, in modo quasi arrogante, incoraggia a restare persone “qualunque”, prive di accesa passione o forza creativa perché, laddove serve il “capitale umano” non vi è necessità di pensiero creativo, ma di regolare esecuzione dei compiti che, in una società così impostata, accelera sempre di più i ritmi di vita non permettendo lo spazio riflessivo considerato oramai un pericolo.

È in questi parametri che si manipolano le menti di chi diviene, al tempo stesso, merce e consumatore, in un girone infernale di concetti devianti dalla natura della mente umana, imposti da mass-media sempre più conformati al rimbambimento generale che, grazie alla capacità di promuovere comportamenti sociali totalmente deficienti (sia nel senso di “deficere”, ossia della manchevolezza di spirito critico intellettivo, che della persona totalmente o parzialmente minorata nella sua attività intellettuale) che mirano a creare “minus habens” sociali proni all’inserimento nella mediocrità che lentamente diviene imperante. L’espansione di questa condizione è amplificata dai tanti eventi di raggruppamento sociale come i “social-media” che tendono alla autoreferenzialità senza fondamento critico o esperienziale, dove un singolo oggetto mentale (falso o corretto che sia) diventa automaticamente “pseudo-verità” a cui aggrapparsi per giustificare la pigrizia dell’intelletto mediocre.

Qual è l’antidoto ad un pericolo del genere ? La risposta la fornisce lo stesso Deneault in una sua intervista: “L’antidoto è il pensiero critico, perché smaschera l’ideologia, che è un discorso di interessi sotto la parvenza di scienza e fa subire un trattamento critico analitico a una nozione che qualcuno ci vuole ficcare nel cervello, per esempio, l’inevitabilità della vendita di armi o di una nuova autostrada”.

 


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