“Guardi le do un consiglio, sua madre è maleodorante ed
occorre un cambio pulito eh…”
Questa è la frase che un’infermiera, in modo scorbutico, mi dice
al termine della visita al pronto soccorso dell’ospedale di Lucca dopo che mia
madre, ricoverata di urgenza a causa di un probabile evento vascolare
cerebrale, conclude la sua “visita” nella struttura di assistenza dopo ben cinque
ore: chiunque, immediatamente ricoverato in quelle condizioni (che implica il
fatto di perdere urina), dopo un’attesa del genere certo non profuma di
ciclamino.
Questa è una breve storia triste.
È una storia fatta di assenza di Etica professionale, di
competenze male espresse (forse anche mal sviluppate), di totale mancanza di
rispetto e comprensione sia per i malati che per i parenti che accompagnano.
Nel suo “consiglio”, l’infermiera in questione intendeva
darmi una sorta di “lezione” per indicare una forte disattenzione nella condizione
di mia madre, dimenticandosi che quest’ultima si trovava in una struttura
pubblica di primo soccorso e che vi era entrata in urgenza: difficilmente,
quando si trova un proprio parente (in questo caso un genitore) sdraiato nell’ingresso
di casa che si lamenta e vaneggia senza aver la forza di rialzarsi, si pensa
prima a fargli una doccia e profumarlo perché poi all’ospedale può “maleodorare”.
Quell’infermiera, forse, farebbe bene a cambiare mestiere
dato che il problema del profumo la assilla.
Durante quel girone infernale, fatto di attese
interminabili, di difficoltà nel comunicare con il personale (medici inclusi,
ahimé), di barelle spesso spostate e dimenticate per ore, si assiste anche a
scene che poco si addicono all’ambiente come, ad esempio, un gruppo di
infermieri e tecnici che si divertono e ridono nel corridoio ospedaliero
davanti alla stanza dove si eseguono gli esami diagnostici. Intendiamoci: non
biasimo l’attimo di pausa dove si scaricano le tensioni del lavoro (peraltro
difficile e delicato come quello eseguito nell’ospedale), ma il buon senso e l’Etica
professionale impongono (o dovrebbero farlo) di passare l’attimo di giusta e
doverosa ilarità lontano dagli occhi di pazienti su barelle (spesso in
condizioni critiche) e dei relativi accompagnatori perché, agli occhi di questi
ultimi, l’ambiente diviene una sorta di “tragico circo” i cui attori appaiono
degli imbecilli e questo non è giusto, almeno per coloro che credono ed amano quello
che fanno con dedizione e competenza.
La storia proseguirebbe con altre amenità che risparmio,
salvo la conclusione che si svolge nel reparto di osservazione breve intensiva
nel quale mia madre ha passato 48 ore piuttosto impegnative.
Al momento delle dimissioni, parlo con il medico (il terzo
che vedo in due giorni) che comunica l’esito delle analisi del sangue: parametri
buoni, dimissioni possibili. Bene, dato che il paziente non riesce a camminare,
chiedo un’ambulanza ma, sentita la richiesta, il medico stesso appare confuso e
ordina ad un’infermiera di provare a metter seduta mia madre.
L’infermiera, chiaramente, esegue e poi, rivolgendosi a me,
dice: “Oh, guarda che potete farlo anche da soli !”, ossia la movimentazione
del paziente in una struttura pubblica può esser eseguita da chiunque…
Passa poco tempo e mia madre chiede di esser nuovamente
distesa sul letto: ovviamente provvedo da solo perché intuisco la situazione disastrata
del reparto. Dopo che riesco nell’intento, arriva di nuovo un’infermiera con
una cartella in mano che mi consegna, indicandomi una serie di medicine da
somministrare e le modalità, facendo riferimento ad un appunto su di un foglio
di sopradetta cartella. Non solo: le somministra pure un antibiotico.
Dopo aver detto tutto in modo molto frettoloso, la stessa
infermiera se ne va lasciandomi il plico di fogli in mano.
Per una sorta di curiosità quasi professionale, cerco immediatamente
il referto della TAC dove leggo di un grave problema cerebrale (un tumore
neurogeno) con il consiglio di una risonanza magnetica cerebrale con mezzo di
contrasto; sulla pagina successiva, poi, vi sono le analisi del sangue con molti
valori completamente “sballati”.
Immediatamente corro dalla medesima infermiera che mi aveva
dato le indicazioni terapeutiche che, nel frattempo, si era barricata nella
stanza dedicata al personale ospedaliero con i colleghi e chiedo spiegazioni
dato che la TAC doveva esser negativa e gli esami visiti poc’anzi col medico
erano totalmente privi di valori sballati.
La ragazza mi guarda e mi dice che lei non può proprio
occuparsi di questo (?!) e mi devo rivolgere al medico. A questi punti entro
nella stanza e “blocco” il dottore di turno che stava lavorando al computer il
quale non capisce l’accaduto e mi chiede cosa c’è che non va.
È in quell’esatto momento che leggo il nome sulla cartella:
era di un’altra persona !
Mi chiedo cosa sarebbe accaduto se non avessi avuto l’intuizione
di leggere il plico e di eseguire la cura indicatami con tanta solerzia ed
ancora mi chiedo se quell’antibiotico somministrato fosse veramente per mia
madre. Il medico ovviamente perde le staffe e impreca contro il personale nella
stanza che non “batte ciglio” e nessuno chiede scusa, salvo il medico stesso
che a tono basso dice “ho fatto una parte di merda”.
Tutto ciò, alla fine, appare come un fatto quasi di routine di
fronte al quale fare “spallucce” sembra la cosa più logica.
E l’ambulanza ? La richiesta eseguita alle 12.30 viene
ribadita ben tre volte, ma sino alle 17.30 non si vede un’anima. Mia madre è
stata dimessa in ambulanza verso le 18 o poco più, grazie a due angeli della Misericordia
di Barga che, dopo aver fatto un’altra dimissione, si prendono in carico il
trasporto di loro spontanea volontà, sicuramente spinti dal vero senso Etico
del loro esser volontari e dal cuore.
Ho sempre pensato che lavorare in ospedale sia veramente
difficile ed ho sempre ammirato chi fa il mestiere di OSS, infermiere o medico
con amore, passione e competenza e sono ancora convinto che elementi del genere
siano presenti (in numero molto più basso rispetto quello che pensavo),
nonostante la disorganizzazione ed i tagli operati sia in termini economici che
sul personale. Questa, però, non è una storia che risente di tali parametri
negativi, ma del carente valore umano delle persone, della totale assenza di
buon senso e, concedetemi, di rispetto.
Esser medici non è un titolo nobiliare, ma un gradito onere
nei confronti di chi soffre e lavorare come infermieri in una struttura simile non significa esclusivamente
percepire uno “stipendio sicuro": forse in molti dovrebbero ricordarselo più spesso .
Questa, alla fine, è una breve storia triste…

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