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lunedì 23 settembre 2019

Cassa di risonanza per l'Ego insoddisfatto


“Sai mia figlia ha dato un esame difficilissimo ! Era Termodinamica applicata alla chimica con fisica quantistica …!”
“Scusa ma non fa Scienze Biologiche ? Perché anch’io ho fatto quegli esami e non ricordo… ma chi è il professore ?”
“E’ il professor XXX ed è severissimo…”
“Ma scusa…. Il prof XXX insegna Chimica Inorganica…. !”
“Sì ma lei ha studiato gli orbitali e poi le hanno insegnato la termodinamica…. Poi c’è anche la Quantistica !”
“Sì… ma si chiama sempre Chimica Inorganica…”

Per quanto mi riguarda, la Chimica Inorganica è una materia bellissima e difficilissima ed anzi, credo che sia un vero e proprio scoglio per i ragazzi al primo anno di uno dei corsi di studio della Facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali.
Di fatto quella chiaccherata riportata sopra è realmente accaduta ed è molto indicativa di quanto l’ego agisca da “cassa di risonanza” che distorce volutamente una semplice informazione, spesso andando ai confini del patologico.
L’interlocutore, stupidamente, pensava che un esame dal nome “Chimica Inorganica” sminuisse il corso di studi della figlia, così arricchiva la definizione dei punti trattati nel corso, enfatizzando il tutto (addirittura cambiava il tono della voce in un baritono imponente dando risalto ad ogni termine: Terrrrmodinamica, Quuuantistica…). Inoltre, come tanti “improvvisati” fisici, la “Quuuuantistica” spuntava ogni tre parole a mò di sigillo di enorme difficoltà intellettuale a cui solo pochi eletti potevano accedere (è certamente una materia difficile, ma sono in molti a studiarla e, soprattutto, non sono Biologi i quali ne sanno il giusto relativamente alla Chimica Inorganica, alla Chimica Organica ed alla Chimica Fisica).
Insomma, Chimica Inorganica proprio no… non si poteva dire.
Il nostro ego fa brutte sorprese e, spesso, nel famoso “Complesso di Superiorità” il mettere in campo comportamenti arroganti, narcisistici e spesso fallimentari nelle relazioni interpersonali che hanno come scopo quello di dimostrare la propria superiorità fittizia, è precisamente il modo in cui si tenta di uscire dalle proprie difficoltà esistenziali.
Quando si manifesta un complesso di superiorità, per eliminare il senso di inferiorità che sta alla base del vivere interiore, può bastare un illusorio senso di “successo” (spesso sbandierato ai quattro venti ed esaltato anche con termini altisonanti), per cercare di mettere a tacere emozioni negative e frustranti.
Il paradosso, poi,  giunge a noi quando l’interlocutore sbandiera termini incomprensibili ai più, oppure si abbina definizioni inesistenti o combinate di più termini che non trovano riscontro nella realtà od anche mascherano specializzazioni semplici da capire, ma, per il nostro “essere superiore”, troppo sminuenti.
Si ascoltano, così, termini come “Space Lawyer” ossia “Avvocato spaziale” la cui clientela, probabilmente, sono gli alieni più litigiosi o che si tamponano con le loro navicelle; curioso sarebbe poi sapere a cosa attengano le cause e quali i tribunali di competenza (https://www.amazon.com/James-Dunstan/e/B014YX1X54%3Fref=dbs_a_mng_rwt_scns_share) od anche “Bear Biologist”, ovvero un “biologo degli orsi (lavoro serissimo ed appassionante, ma il titolo di studio è semplicemente Biologo o Zoologo se vogliamo; https://alumni.berkeley.edu/california-magazine/just-in/2016-05-03/unusual-life-unfolding-noted-bear-biologist-gains-acclaim). Infine, come non citare il “Bride Kidnapping Expert” ossia “l’esperto rapitore di sposine” ? Occorre qui precisare che il “Bride Kidnapping” è un fenomeno realmente esistente che si realizza nel rapire la donna che si vuole sposare da parte dell’uomo che vuole sposarla. Ed essere un “esperto” di questo complesso fenomeno sociale, diffuso in varie parti del mondo, certo non significa che sia lo stesso a rapire donne da voler sposare, ma la definizione della tipologia di lavoro è quantomeno curiosa e forse il titolo di “Avvocato esperto nei Diritti dell’Uomo” sarebbe più calzante (https://en.wikipedia.org/wiki/Bride_kidnapping).  
Il “Complesso di Superiorità”, come detto poc’anzi, spesso maschera un forte e definito “senso di Inferiorità” che sopraggiunge come risultato di un’esperienza di vita negativa che, il bambino prima e l’adulto poi, non riesce ad accettare e mutare in insegnamento (per alcuni ciò è sinonimo di un’intelligenza emotiva ancora da formare). La dottoressa Francesca Ponziani, psicologa, in un suo articolo scrive:

“In un articolo precedentemente pubblicato ho già sottolineato che il senso di inferiorità è una condizione che fa parte di ognuno di noi. Ogni neonato alla nascita è assolutamente inerme nei confronti del mondo che lo circonda. Deve ancora strutturare competenze e abilità tali da permettergli di confrontarsi con il mondo in maniera paritaria. Con il tempo, ogni volta che il bambino crescendo si sperimenta nelle varie situazioni della vita, impara e acquisisce maggiori competenze. In questo processo il bambino può, di volta in volta e a seconda di come affronta le varie prove della vita, superare il congenito senso di inferiorità o confermarlo. Questo processo è però molto complesso, necessita del dispendio di molte energie e di un grande investimento su di sé.
Nel cammino orientato al superamento del senso di inferiorità tipico dell'infanzia la strada è irta di ostacoli, si fa molta fatica e si può sbagliare. Può anche capitare che dopo prime esperienze di collaudo negative le persone decidano di cercare strade alternative, meno lineari e più artificiose per compensare queste sensazioni di inadeguatezza. D'altronde il senso di inferiorità è una sensazione molto spiacevole, la tentazione di trovare una facile via d'uscita per cercare di non sperimentare più questa situazione può essere per alcuni irresistibile”.

È il grande investimento su di sé che, a volte, spesso non è sufficiente a compensare il disagio e l’inadeguatezza esistenziale e lo stesso, vuoi per un’educazione familiare che impedisce tale sviluppo, vuoi per esperienze fortemente traumatiche del giovane, impone a chi soffre di tale conflitto l’esaltazione della propria persona che spesso sfiora il ridicolo, ma che è del tutto incosciente nella sua realizzazione.
Insomma, chi si crede “superiore” si pone verso l’interlocutore spesso in modo altezzoso e il famoso "io ne so comunque di più" è il messaggio che passa od anche “io ho le conoscenze giuste, io ho le soluzioni migliori” è il senso del proprio inter-relazionarsi. Non siamo davanti al classico narcisista che cerca di piacere ad ogni costo per avere la sua giusta (presunta) accettazione, approvazione o conferma.
In realtà chi si sente “superiore” la conferma se l’è data da solo tanto tempo fa (oppure gliel’ha trasfusa un genitore a sua volta frustrato ed in cerca di riscatto); egli non vuole riconoscimenti, ma li toglie agli altri, che, quando hanno a che fare con lui, ne escono sempre sminuiti.
Qui rientrano anche i termini quasi inventati per autodefinirsi, poiché non resta che esaltare le proprie presunte capacità intellettive (che magari sono piuttosto comuni) e non raramente discute con dei medici senza essere medico o con ingegneri senza essere ingegnere ed altro ancora; insomma, crede di essere “alla pari”, ma la scena si rivela grottesca e manifesta il suo eterno bisogno di “sentirsi qualcosa o qualcuno”.
Di fatto, costui quanto più mostra di “essere” (magari senza competenze alcune), tanto meno, nel profondo, sente di essere ed una volta riconosciuto spesso è impossibile da aiutare: egli ci crede davvero! Il problema, pertanto, resta nel non farci coinvolgere dall’assurda influenza che la sua finta sicurezza può esercitare, spesso anche al di là del suo stesso volere.


  


mercoledì 18 settembre 2019

Buoneuscite per dolo


Curiosando sul sito dell’agenzia ANSA, si legge un articolo abbastanza usuale per questo belpaese: “Atlantia: Castellucci si è dimesso, oltre 13 milioni di liquidazione”; per chi non conosce questo signore, si sappia che Giovanni Castellucci è amministratore delegato di Atlantia,  la società che controlla Autostrade per l’Italia, il gestore autostradale coinvolto nella strage del ponte Morandi che ha costato ben 43 morti (http://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2019/09/17/atlantia-tiene-in-apertura-di-borsa-dopo-scivolone_0abff787-766f-4e11-9b8b-4fe7373e079a.html). In questo gioco di “scatole cinesi”, tipico della furbesca opera di esperti in holding e finanza creativa, gli incastri societari sono complessi e spesso difficili da individuare (e, per l’uomo comune, anche da capire) e quei 13 milioni di euro dati al signor Castellucci sicuramente saranno “dovuti”, ma restano pur sempre vergognosi soprattutto perché conseguenza di un tragico evento che ha portato via ben 43 vite e distrutto altrettante famiglie.
Sempre sul sito si legge, in seguito ad un’intervista al patron Luciano Benetton (la cui famiglia detiene il 30,25% della holding) circa il fatto se senta la responsabilità di tali morti, una frase che lo stesso proprietario dice e che lascia a dir poco perplessi: "È una settimana che siamo sotto choc per quello che appare dai comunicati della giustizia. Speriamo che si chiarisca. Sicuramente ci sarà qualche cambiamento. Questo lo aspettiamo dal cda di oggi".
Il sig. Benetton è “sotto choc” per l’inchiesta della giustizia relativa a fatti allucinanti, degni di una repubblica sudamericana (o meglio di “Bananas”), ossia ad alcuni “report” su due viadotti che sono stati falsificati o “attenuati”, anche dopo il crollo del ponte Morandi.
In parole povere, le società controllate da Atlantia, la Spea Engineering ed ASPI (le “scatole cinesi” cui sopra), che dovevano eseguire i controlli sui viadotti certificando il loro “stato di salute”, avrebbero “ammorbidito” la relazione dichiarando il falso ed addirittura omettendo alcune situazioni che potrebbero risultare critiche nei confronti della tenuta strutturale delle opere; dal sito Adnkronos si legge: “in alcuni casi, sono emerse falsificazioni e omissioni concordate, finalizzate ad occultare agli ispettori del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti elementi rilevanti sulla condizione dei manufatti ed il loro stato di conservazione, in occasioni di attività ispettive e nell’ambito della vigilanza ministeriale, che avrebbero comportato una verifica globale dell’opera ed altre misure precauzionali” (https://www.adnkronos.com/fatti/cronaca/2019/09/13/ponte-morandi-rapporti-falsificati-arresti-perquisizioni_8r1jufAglzxCRaWg5Z9BLM.html?refresh_ce) con un’intercettazione che, come riporta lo stesso sito, lascia a bocca aperta:

“Più andiamo oltre e più rosicchiamo i margini di sicurezza... quindi... non ci possiamo più permettere di avere aleatorietà... soprattutto perché siamo tutti consapevoli che nessuno ha fatto la tac a quel viadotto...- E' un viadotto che ha delle problematiche... alcune sono manifestate... noi lo abbiamo preso in conto... ma ce ne saranno delle altre...". Così Andrea Indovino, addetto all'ufficio Controlli Strutturali di Spea Engineering, al telefono con la responsabile della sorveglianza del'Utsa di Genova in una intercettazione riportata nell'ordinanza del GIP Angela Maria Nutini. E ancora, aggiunge che "Ferretti (Torricelli Lucio, responsabile della Direzione Opere d'arte di Spea Engineering, ndr) gli ha detto di rimandare tutto al mittente (Autostrade) e che non l'hanno fatto - scrive il giudice - solo perchè il mittente che c'è dietro è 'pesante': Io gli ho fatto presente - dice Indovino - Guarda che dietro c'ho un mittente pesante...”.  

C’è un “mittente pesante”… talmente pesante da omettere di riferire nell'atto di aver constatato che la realizzazione di un viadotto era avvenuta in modo discordante dal progetto, dalle relative “relazioni di calcolo” e dalla contabilità finale dei lavori e che tali documenti non potevano garantire la sicurezza statica della stessa opera.
Le Fiamme Gialle hanno ricostruito che i funzionari e i tecnici di Spea avrebbero ricevuto pressioni dai dirigenti della direzione del “VIII tronco di Bari” di Autostrade per l’Italia. In una intercettazione telefonica a carico di Andrea Indovino, addetto all’ufficio Controlli Strutturali di Spea Engineering, lo stesso rivela: “… Ci hanno chiesto di togliere la parte dove c’era ‘rimando agli elaborati incongruenti’, io mi sono rifiutato di toglierla…”, suggerendo un’opportuna revisione.
Alla fine, però, Indovino dichiara che le “illogicità” sono state eliminate tranne che nella revisione zero. Ma non solo ! L’addetto ai Controlli Strutturali candidamente dice: “Evitiamo di dire i dati da dove arrivano… diciamo direttamente che la trave è fatta così… e passiamo l’obiettivo”.
In parole povere: il ponte Morandi è crollato da poco più di tre mesi e tramite comunicazioni telefoniche si cerca l’accordo su come falsificare le relazioni tecniche sulla sicurezza di un viadotto autostradale che presenta una trave collassata, quella sul canale Paolillo dell’autostrada A16 Napoli-Canosa.
Il tutto allo scopo di “raggirare” in qualche modo l’ispettore incaricato dal ministero dei Trasporti che deve verificare se il ponte può sostenere mezzi pesanti relativi a trasporti eccezionali e scongiurare la chiusura del tratto con i conseguenti danni economici. L’intercettazione telefonica della Guardia di Finanza e il problema strutturale da abbuiare sono ben descritti in questo articolo: https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2019/03/09/a16-autostrade-occulta-un-altro-ponte-a-rischio/5024939/.
L’altro viadotto su cui sono stati “omessi” dati critici è il Pecetti sulla A26 (Genova-Gravellona Toce a Mele) e sempre Indovino esprime un forte dissenso su di un transito eccezionale di 141 tonnellate tanto da dichiarare: “Non è possibile una superficialità così spinta dopo il 14 agosto” (data del crollo del ponte Morandi) e prosegue poi con: “Vuol dire che la gente coinvolta non ha capito veramente un ca…o, ma proprio eticamente”. Indovino sembra porsi anche il problema etico che immediatamente poi mette da parte dato che: “Però, che prima di dire no secco, perché poi alla fine ti chiedono nuovamente il perché… prima di dire no secco mi sembra corretto esplorare tutte le possibilità in modo razionale” e l’uso della parola “razionale” in un contesto del genere lascia a dir poco allibiti.
Di fronte a tutta questa bufera, Autostrade per l’Italia emette un comunicato dove dichiara che i viadotti “sono sicuri” e “conferma nuovamente la sicurezza di tali opere, dove gli interventi di manutenzione sono stati conclusi diversi mesi fa” e che “era stata cambiata la sede dei due dipendenti”.
Questa è una storia ricca di insabbiamenti, di omissioni, di accordi tra vari personaggi scaltri, di società dentro società che ancora stanno dentro altre società, ma che poi rispondono ad una sola direzione, di soldi guadagnati (tantissimi) ma di investimenti fatti male ed a risparmio e di tante altre amenità che, con molta probabilità, sono costate 43 vite.
Al momento vi sono di tre arresti domiciliari e sei misure interdittive dal pubblico servizio e dal divieto temporaneo di esercitare attività professionali a favore di soggetti pubblici o privati, comprese perquisizioni negli uffici delle persone coinvolte, ma chissà se tali indagini porteranno “nuovi lumi” e chiariranno ulteriormente questo indegno quadro italiano, dato che sempre il gip di Genova, Angela Nutini, muove gravissime accuse nei confronti di Spea e di Autostrade per l’Italia in merito ad attività di bonifica dei computer, installazione di telecamere finalizzate ad impedire l’attivazione delle intercettazioni da parte degli inquirenti e nell’utilizzo di “disturbatori di frequenza” per ostacolare quelle già in corso nei locali delle ditte inquisite, ossia a manovre di “inquinamento probatorio”.
In questo paesello è molto probabile che un evento vomitevole come questo finirà prima in un “niente di fatto” e poi nel dimenticatoio sociale dato che “il mittente è pesante” e che i soldi e gli investimenti che arricchiscono i soliti noti hanno un potere strabordante che silenzia la coscienza ed annulla l’Etica di qualsiasi uomo da poco, squalo sociale che vive del capitalismo sfrenato dove la vita umana e la responsabilità sociale contano meno di zero.
Un’ultima nota: il signor Castellucci avrà anche la totale copertura legale finanziata da Autostrade: forse quei 13 milioni di euro non gli bastano a garantirsi una pensione serena.



martedì 17 settembre 2019

Una breve storia triste ossia "lasciate ogni speranza o voi ch'entrate"


“Guardi le do un consiglio, sua madre è maleodorante ed occorre un cambio pulito eh…”
Questa è la frase che un’infermiera, in modo scorbutico, mi dice al termine della visita al pronto soccorso dell’ospedale di Lucca dopo che mia madre, ricoverata di urgenza a causa di un probabile evento vascolare cerebrale, conclude la sua “visita” nella struttura di assistenza dopo ben cinque ore: chiunque, immediatamente ricoverato in quelle condizioni (che implica il fatto di perdere urina), dopo un’attesa del genere certo non profuma di ciclamino.
Questa è una breve storia triste.
È una storia fatta di assenza di Etica professionale, di competenze male espresse (forse anche mal sviluppate), di totale mancanza di rispetto e comprensione sia per i malati che per i parenti che accompagnano.
Nel suo “consiglio”, l’infermiera in questione intendeva darmi una sorta di “lezione” per indicare una forte disattenzione nella condizione di mia madre, dimenticandosi che quest’ultima si trovava in una struttura pubblica di primo soccorso e che vi era entrata in urgenza: difficilmente, quando si trova un proprio parente (in questo caso un genitore) sdraiato nell’ingresso di casa che si lamenta e vaneggia senza aver la forza di rialzarsi, si pensa prima a fargli una doccia e profumarlo perché poi all’ospedale può “maleodorare”.
Quell’infermiera, forse, farebbe bene a cambiare mestiere dato che il problema del profumo la assilla.
Durante quel girone infernale, fatto di attese interminabili, di difficoltà nel comunicare con il personale (medici inclusi, ahimé), di barelle spesso spostate e dimenticate per ore, si assiste anche a scene che poco si addicono all’ambiente come, ad esempio, un gruppo di infermieri e tecnici che si divertono e ridono nel corridoio ospedaliero davanti alla stanza dove si eseguono gli esami diagnostici. Intendiamoci: non biasimo l’attimo di pausa dove si scaricano le tensioni del lavoro (peraltro difficile e delicato come quello eseguito nell’ospedale), ma il buon senso e l’Etica professionale impongono (o dovrebbero farlo) di passare l’attimo di giusta e doverosa ilarità lontano dagli occhi di pazienti su barelle (spesso in condizioni critiche) e dei relativi accompagnatori perché, agli occhi di questi ultimi, l’ambiente diviene una sorta di “tragico circo” i cui attori appaiono degli imbecilli e questo non è giusto, almeno per coloro che credono ed amano quello che fanno con dedizione e competenza.
La storia proseguirebbe con altre amenità che risparmio, salvo la conclusione che si svolge nel reparto di osservazione breve intensiva nel quale mia madre ha passato 48 ore piuttosto impegnative.
Al momento delle dimissioni, parlo con il medico (il terzo che vedo in due giorni) che comunica l’esito delle analisi del sangue: parametri buoni, dimissioni possibili. Bene, dato che il paziente non riesce a camminare, chiedo un’ambulanza ma, sentita la richiesta, il medico stesso appare confuso e ordina ad un’infermiera di provare a metter seduta mia madre.
L’infermiera, chiaramente, esegue e poi, rivolgendosi a me, dice: “Oh, guarda che potete farlo anche da soli !”, ossia la movimentazione del paziente in una struttura pubblica può esser eseguita da chiunque…
Passa poco tempo e mia madre chiede di esser nuovamente distesa sul letto: ovviamente provvedo da solo perché intuisco la situazione disastrata del reparto. Dopo che riesco nell’intento, arriva di nuovo un’infermiera con una cartella in mano che mi consegna, indicandomi una serie di medicine da somministrare e le modalità, facendo riferimento ad un appunto su di un foglio di sopradetta cartella. Non solo: le somministra pure un antibiotico.
Dopo aver detto tutto in modo molto frettoloso, la stessa infermiera se ne va lasciandomi il plico di fogli in mano.
Per una sorta di curiosità quasi professionale, cerco immediatamente il referto della TAC dove leggo di un grave problema cerebrale (un tumore neurogeno) con il consiglio di una risonanza magnetica cerebrale con mezzo di contrasto; sulla pagina successiva, poi, vi sono le analisi del sangue con molti valori completamente “sballati”.
Immediatamente corro dalla medesima infermiera che mi aveva dato le indicazioni terapeutiche che, nel frattempo, si era barricata nella stanza dedicata al personale ospedaliero con i colleghi e chiedo spiegazioni dato che la TAC doveva esser negativa e gli esami visiti poc’anzi col medico erano totalmente privi di valori sballati.
La ragazza mi guarda e mi dice che lei non può proprio occuparsi di questo (?!) e mi devo rivolgere al medico. A questi punti entro nella stanza e “blocco” il dottore di turno che stava lavorando al computer il quale non capisce l’accaduto e mi chiede cosa c’è che non va.
È in quell’esatto momento che leggo il nome sulla cartella: era di un’altra persona !
Mi chiedo cosa sarebbe accaduto se non avessi avuto l’intuizione di leggere il plico e di eseguire la cura indicatami con tanta solerzia ed ancora mi chiedo se quell’antibiotico somministrato fosse veramente per mia madre. Il medico ovviamente perde le staffe e impreca contro il personale nella stanza che non “batte ciglio” e nessuno chiede scusa, salvo il medico stesso che a tono basso dice “ho fatto una parte di merda”.
Tutto ciò, alla fine, appare come un fatto quasi di routine di fronte al quale fare “spallucce” sembra la cosa più logica.
E l’ambulanza ? La richiesta eseguita alle 12.30 viene ribadita ben tre volte, ma sino alle 17.30 non si vede un’anima. Mia madre è stata dimessa in ambulanza verso le 18 o poco più, grazie a due angeli della Misericordia di Barga che, dopo aver fatto un’altra dimissione, si prendono in carico il trasporto di loro spontanea volontà, sicuramente spinti dal vero senso Etico del loro esser volontari e dal cuore.
Ho sempre pensato che lavorare in ospedale sia veramente difficile ed ho sempre ammirato chi fa il mestiere di OSS, infermiere o medico con amore, passione e competenza e sono ancora convinto che elementi del genere siano presenti (in numero molto più basso rispetto quello che pensavo), nonostante la disorganizzazione ed i tagli operati sia in termini economici che sul personale. Questa, però, non è una storia che risente di tali parametri negativi, ma del carente valore umano delle persone, della totale assenza di buon senso e, concedetemi, di rispetto.
Esser medici non è un titolo nobiliare, ma un gradito onere nei confronti di chi soffre e lavorare come infermieri in una struttura simile non significa esclusivamente percepire uno “stipendio sicuro": forse in molti dovrebbero ricordarselo più spesso .
Questa, alla fine, è una breve storia triste…