Il cervello non si “rilassa” mai.
E' una verità fisiologica, quindi indiscutibile, sulla
base della quale si basa il funzionamento e l’adattamento del nostro apparato
centrale di controllo, sia in condizioni di normalità che di patologia (il
cervello dei depressi risulta in iperattività grazie a disequilibri del
circuito della serotonina, potente neurotrasmettitore).
Questo straordinario insieme di cellule, organizzato mirabilmente
in reti e sottoreti, ha capacità straordinarie che realizzano, in interiore, mondi ed universi interi. Questa
potenza creatrice basa la sua forza su input che arrivano dall’ambiente
esterno; segnali che, elaborati ad hoc,
attuano una vera e propria costruzione immaginifica che opera un’interpretazione
della realtà che influisce, direttamente od indirettamente, sull’organo.
Quindi, a seconda di cosa arriva ai “sensori” che ci
connettono con l’esterno, l’elaborazione cerebrale rimanda ad immagini ed
elementi di ragionamento che, basandosi sull’esperienza acquisita (ricordi od
insegnamenti dovuti ad esperienze), genera un’interpretazione (a volte pure visuale)
di ciò che accade o ci circonda.
Questa meraviglia organica, però, oltre a produrre grandi
cose è anche fonte di problemi proprio in virtù della sua splendida plasticità
nell’adattamento funzionale.
A seconda della “qualità” e della “quantità” di input, si
hanno distorsioni interpretative che conducono a paradossi logici difficilmente
risolvibili se permane lo stesso stimolo; in sostanza, il sistema elabora e
risponde sulla base dei dati raccolti e della loro “incisività” in termini di “rilevanza”.
I moduli di comportamento, pertanto, sono frutto di questi complicati
processi che, catalizzati dallo stato emotivo reso disponibile dalle regioni
cerebrali corticali e sottocorticali dette sistema
limbico, rilanciano il passato come un “vissuto emozionale” vero e proprio.
Tali reti di elaborazione delle emozioni sono
talmente interconnesse anche con altre zone cerebrali, al punto che si
realizzano trasmissioni di informazioni a centri relativamente lontani tra loro nelle
aree cerebrali limbiche. Si pensi che l’amigdala,
uno dei centri del sistema limbico e forse il più importante, si attiva per esperienze
emozionali intense ed è soprattutto legata ad un tono
negativo di affettività, ma è anche coinvolta nella decodifica di “informazioni
sociali” ed addirittura per l’elaborazione di espressioni facciali ambigue.
L’ippocampo, struttura
cerebrale situata profondamente all’organo e fortemente coinvolto nei processi
di memoria, è pure connesso con l’amigdala e ciò risulta fondamentale per la
formazione di quelle paure che, una volta imparate, scatenano il richiamo di ricordi
emotivamente significativi che sono concausa dei processi di ansia; assieme a tale
struttura anche l’insula (altro centro
cerebrale profondo), che ha un forte ruolo per tutti i processi di
consapevolezza corporea e del senso del sé, è connessa (anche indirettamente)
con l’amigdala e dato che è una struttura fortemente coinvolta nelle emozioni del “disgusto”
e per il riconoscimento delle relative espressioni facciali, si può intuire
quanto sia complicata e sottile la formazione del “mondo emozionale” e del suo
correlarsi alle elaborazioni comportamentali.
Da questo piccolo esempio, si può notare quanto sia
difficile (ma non impossibile) trovare un corrispettivo neurobiologico a certe
attività cerebrali e quanto sia importante la “regolazione” e la scelta degli
input che formano il nostro vissuto.
Il cervello, pertanto, possiede una funzione continua di
elaborazione che sta alla base del corretto funzionamento e della salute
fisiologica dell’organo che non comporta mai una sorta di “inattività” da
riposo, così come generalmente la si intende.
Bombardare il nostro sistema di elaborazione, sebbene per
brevi periodi di tempo ma ripetuti, di input ritenuti erroneamente “rigeneratori”
e “rilassanti” ma che invece rappresentano una distorsione della realtà oggettiva
oppure una rappresentazione emotiva di uno stato artificioso, implica un
adattamento del sistema delle reti cerebrali che tende a confermare quella
sorta di “realtà” e basa, successivamente, la sua computazione logica su quelle
distorte evidenze, creando moduli di comportamento che, spesso, entrano in
conflitto con l’oggettività o con la propria personalità.
Inoltre, il permanere di questi segnali, genera un potente
feedback che rafforza ulteriormente l’appreso, infilandolo nel “vissuto
emozionale” e generando “ricordi emozionali” che possono non corrispondere ad
un fatto oggettivo o reale, ma che sono solo il frutto di una elaborazione di dati distorti
e, grazie ad una forte connessione con il senso della consapevolezza di sé (in senso
corporeo), costruire anche esperienze organiche che non sono indotte da un
evento esterno, bensì da un processo scaturito dall’interno di noi stessi.
Così, quando sentiamo dire che “si occupa il cervello con
una cosa stupida da fare (o da vedere) per rilassarlo”, ricordiamoci che, in
realtà, noi non otteniamo quel risultato, ma esattamente l’opposto, scatenando
nuove ed inadeguate risposte emozionali e generando nuovi ricordi (o modificando i
pre-esistenti) che modulano una nuova visione del mondo attorno, attribuendo
valori e consapevolezze che nulla hanno a che vedere con l’oggettività e la
logica.
È anche così che i vari mass media influiscono sulla “reattività
cerebrale”; quando i vari “reality show” (che sono “irreali” in verità) proiettano
situazioni ed emozioni artificiose, inducono input fuorvianti che tendono a
rimodellare i parametri emozionali tramite una sorta di ristrutturazione dell’informazione
nella rete nervosa che agisce lasciando traccia dell’informazione distorta e
facilitando gli elementi per la sua elaborazione in stato di bassa consapevolezza.
Allo stesso modo i “social network” costituiscono una sorta di “società nella
società” che spesso prende il sopravvento rispetto il vissuto reale che, anzi,
tende ad esser quasi modificato in base agli input che derivano dalle relazioni
virtuali della connessione multimediale; questo costituisce uno degli svariati
motivi per cui, spesso, le informazioni “mordi e fuggi” sulla bacheca virtuale
di un “social network” sono più attraenti dell’elaborazione e computazione
delle informazioni tratte da un libro: gli input emessi ripetutamente hanno
consentito la facilitazione di un certo tipo di “immagine interiore” e di “modello
emotivo” che divengono primari perché il sistema si è semplicemente adattato ad
una sorta di “standard” che lentamente, ma inesorabilmente, ha modificato il
processo di accettazione e modulazione degli stimoli portando ad una
computazione distorta, ma resa reale seppure soggettivamente.
Ed è per questo che “il cervello non si rilassa mai”, ma può
comunque “equilibrarsi” variando l’impegno intellettivo (il cui aumento è
sempre salutare), diversificando gli interessi e forzando il suo agire nell’impegno
fisico (la ginnastica è il miglior atto di “rimodellamento alternativo” per il nostro
cervello).

