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mercoledì 29 maggio 2019

Il cervello non si rilassa mai


Il cervello non si “rilassa” mai.
E' una verità fisiologica, quindi indiscutibile, sulla base della quale si basa il funzionamento e l’adattamento del nostro apparato centrale di controllo, sia in condizioni di normalità che di patologia (il cervello dei depressi risulta in iperattività grazie a disequilibri del circuito della serotonina, potente neurotrasmettitore).  
Questo straordinario insieme di cellule, organizzato mirabilmente in reti e sottoreti, ha capacità straordinarie che realizzano, in interiore, mondi ed universi interi. Questa potenza creatrice basa la sua forza su input che arrivano dall’ambiente esterno; segnali che, elaborati ad hoc, attuano una vera e propria costruzione immaginifica che opera un’interpretazione della realtà che influisce, direttamente od indirettamente, sull’organo.
Quindi, a seconda di cosa arriva ai “sensori” che ci connettono con l’esterno, l’elaborazione cerebrale rimanda ad immagini ed elementi di ragionamento che, basandosi sull’esperienza acquisita (ricordi od insegnamenti dovuti ad esperienze), genera un’interpretazione (a volte pure visuale) di ciò che accade o ci circonda.
Questa meraviglia organica, però, oltre a produrre grandi cose è anche fonte di problemi proprio in virtù della sua splendida plasticità nell’adattamento funzionale.
A seconda della “qualità” e della “quantità” di input, si hanno distorsioni interpretative che conducono a paradossi logici difficilmente risolvibili se permane lo stesso stimolo; in sostanza, il sistema elabora e risponde sulla base dei dati raccolti e della loro “incisività” in termini di “rilevanza”.
I moduli di comportamento, pertanto, sono frutto di questi complicati processi che, catalizzati dallo stato emotivo reso disponibile dalle regioni cerebrali corticali e sottocorticali dette sistema limbico, rilanciano il passato come un “vissuto emozionale” vero e proprio.
Tali reti di elaborazione delle emozioni sono talmente interconnesse anche con altre zone cerebrali, al punto che si realizzano trasmissioni di informazioni a centri relativamente lontani tra loro nelle aree cerebrali limbiche. Si pensi che l’amigdala, uno dei centri del sistema limbico e forse il più importante, si attiva per esperienze emozionali intense ed è soprattutto legata ad un tono negativo di affettività, ma è anche coinvolta nella decodifica di “informazioni sociali” ed addirittura per l’elaborazione di espressioni facciali ambigue.
L’ippocampo, struttura cerebrale situata profondamente all’organo e fortemente coinvolto nei processi di memoria, è pure connesso con l’amigdala e ciò risulta fondamentale per la formazione di quelle paure che, una volta imparate, scatenano il richiamo di ricordi emotivamente significativi che sono concausa dei processi di ansia; assieme a tale struttura anche l’insula (altro centro cerebrale profondo), che ha un forte ruolo per tutti i processi di consapevolezza corporea e del senso del sé, è connessa (anche indirettamente) con l’amigdala e dato che è una struttura fortemente coinvolta nelle emozioni del “disgusto” e per il riconoscimento delle relative espressioni facciali, si può intuire quanto sia complicata e sottile la formazione del “mondo emozionale” e del suo correlarsi alle elaborazioni comportamentali.
Da questo piccolo esempio, si può notare quanto sia difficile (ma non impossibile) trovare un corrispettivo neurobiologico a certe attività cerebrali e quanto sia importante la “regolazione” e la scelta degli input che formano il nostro vissuto.
Il cervello, pertanto, possiede una funzione continua di elaborazione che sta alla base del corretto funzionamento e della salute fisiologica dell’organo che non comporta mai una sorta di “inattività” da riposo, così come generalmente la si intende.
Bombardare il nostro sistema di elaborazione, sebbene per brevi periodi di tempo ma ripetuti, di input ritenuti erroneamente “rigeneratori” e “rilassanti” ma che invece rappresentano una distorsione della realtà oggettiva oppure una rappresentazione emotiva di uno stato artificioso, implica un adattamento del sistema delle reti cerebrali che tende a confermare quella sorta di “realtà” e basa, successivamente, la sua computazione logica su quelle distorte evidenze, creando moduli di comportamento che, spesso, entrano in conflitto con l’oggettività o con la propria personalità.
Inoltre, il permanere di questi segnali, genera un potente feedback che rafforza ulteriormente l’appreso, infilandolo nel “vissuto emozionale” e generando “ricordi emozionali” che possono non corrispondere ad un fatto oggettivo o reale, ma che sono solo il frutto di una elaborazione di dati distorti e, grazie ad una forte connessione con il senso della consapevolezza di sé (in senso corporeo), costruire anche esperienze organiche che non sono indotte da un evento esterno, bensì da un processo scaturito dall’interno di noi stessi.
Così, quando sentiamo dire che “si occupa il cervello con una cosa stupida da fare (o da vedere) per rilassarlo”, ricordiamoci che, in realtà, noi non otteniamo quel risultato, ma esattamente l’opposto, scatenando nuove ed inadeguate risposte emozionali e generando nuovi ricordi (o modificando i pre-esistenti) che modulano una nuova visione del mondo attorno, attribuendo valori e consapevolezze che nulla hanno a che vedere con l’oggettività e la logica.
È anche così che i vari mass media influiscono sulla “reattività cerebrale”; quando i vari “reality show” (che sono “irreali” in verità) proiettano situazioni ed emozioni artificiose, inducono input fuorvianti che tendono a rimodellare i parametri emozionali tramite una sorta di ristrutturazione dell’informazione nella rete nervosa che agisce lasciando traccia dell’informazione distorta e facilitando gli elementi per la sua elaborazione in stato di bassa consapevolezza. Allo stesso modo i “social network” costituiscono una sorta di “società nella società” che spesso prende il sopravvento rispetto il vissuto reale che, anzi, tende ad esser quasi modificato in base agli input che derivano dalle relazioni virtuali della connessione multimediale; questo costituisce uno degli svariati motivi per cui, spesso, le informazioni “mordi e fuggi” sulla bacheca virtuale di un “social network” sono più attraenti dell’elaborazione e computazione delle informazioni tratte da un libro: gli input emessi ripetutamente hanno consentito la facilitazione di un certo tipo di “immagine interiore” e di “modello emotivo” che divengono primari perché il sistema si è semplicemente adattato ad una sorta di “standard” che lentamente, ma inesorabilmente, ha modificato il processo di accettazione e modulazione degli stimoli portando ad una computazione distorta, ma resa reale seppure soggettivamente.
Ed è per questo che “il cervello non si rilassa mai”, ma può comunque “equilibrarsi” variando l’impegno intellettivo (il cui aumento è sempre salutare), diversificando gli interessi e forzando il suo agire nell’impegno fisico (la ginnastica è il miglior atto di “rimodellamento alternativo” per il nostro cervello).


lunedì 27 maggio 2019

In nome di Ipazia


Nell’Alessandria del IV° secolo d.C. viveva una grandissima personalità di rara intelligenza che il mondo mai ha conosciuto; il suo nome era Ipazia (Ὑπατία), figlia di un grande matematico: Theon Alexandricus che fece istruire la figlia ad Atene, rendendola edotta della filosofia platonica.
Alessandria era, attorno al 350 d.C., un vero e proprio fuoco culturale che ospitava la più grande biblioteca che l’umanità abbia mai conosciuto; una città che esprimeva la conoscenza dell’uomo ed una eterogeneità di popoli ed idee che divenne una vera e propria fucina intellettuale dalla quale emerse con forza la figura di Ipazia.
Filosofia, astronomia e matematica erano le discipline in cui la scienziata eccelleva ed era una figura di primo piano nella conoscenza che in quel momento guidava il mondo.
Ipazia fu brutalmente uccisa perché “portatrice di insegnamenti pagani” che avevano, a dire di cristiani fanatici, influenza sul governatore di Alessandria, tale Oreste.
Illuminante il passo di Ian Pears, storico, che nel suo romanzo “Il sogno di Scipione”, dice: “è stata fatta a pezzi da una folla di cristiani incensati non perché fosse una donna, ma perché il suo apprendimento era così profondo, le sue capacità di dialettica così estese che riduceva tutti quelli che la interrogavano al silenzio imbarazzato. Non potevano discutere con lei, quindi l’hanno uccisa”.
Ipazia è un simbolo legato alla conoscenza ed un emblema dell’ignoranza che, arrogante e stupida, distrugge ciò che non comprende (che, forse, mai potrà comprendere data la limitatezza dell’intelletto).
Forse a molti apparirà una storia anacronistica, ma se riflettiamo bene, nonostante (al momento) non vi sia l’amara abitudine di uccidere e smembrare un presunto avversario, ancora oggi la superstizione ed il fanatismo uccide la conoscenza e l’intelletto sembra bloccato (se non retrocesso) su posizioni allucinanti.
Assistiamo, più o meno in modo imbecille, a proclami assurdi dove la scienza, ossia quella che permette la civiltà ed il progresso di un popolo, è derisa oppure semplicemente trascurata dato che l’impiego della massa cerebrale nel cercare di capire cose un po’ più complesse degli stereotipi grossolani dettati ad arte dalla televisione o dai mass-media (social network inclusi), implica fatica ed impegno e spesso, ahimé, non porta soldi nell’immediato.
Gli scienziati, coloro che dedicano la vita nella comprensione dei misteri di ogni cosa ci circonda, non sono ascoltati ed il grado di culturizzazione è talmente basso che la comprensione dei minimi teorici è divenuta quasi un’utopia.
Purtroppo, questo lo si vede ovunque: basta che un citrullo qualsiasi invochi la Madonna ed impugni un rosario che immediatamente assurge ad un’aura di beatitudine che fa passare in secondo piano la logica e la ragione, che infiamma i cuori degli imbelli e che, grazie a teorie stupide e totalmente ascientifiche, lascia passare  il messaggio che, similmente al “Dio lo vuole” delle crociate, istiga il popolo al comportamento simile ad un gregge di pecore che segue, pascola e defeca là dove il pastore vuole, ordinato dai pochi cani che digrignano i denti ogni qualvolta una pecorella smarrita perde la via (o magari decide di pascolare altrove).
Mala tempora currunt, sed peiora parantur” (corrono tempi brutti, ma se ne preparano di peggiori) scriveva Tullio Cicerone, e forse oggi questo è attuale più che mai.
La cultura, che se ne voglia dire, rende liberi poiché mette al riparo dalle stupidaggini che, inevitabilmente, vengono subito sconfessate dalla logica e dalla forza della ragione, complice un intelletto formato che, poggiandosi su di una personalità realizzata, riempie il “gap” tra il sapere e non sapere: quando non si conosce, si studia.
La pratica, di indubbia importanza, senza una forte preparazione teorica diviene una ripetizione asettica di gesti dove la minima variazione operativa diventa una montagna insormontabile e dove non esiste progettualità o capacità critica del proprio operato: le pecore pascolano laddove il pastore vuole.
Partendo dai terrapiattisti che si lanciano in congressi dove molti cretini si riuniscono per sconfessare l’evidente, arrivando ai “no-vax” che nutrono le proprie menti di varie teorie complottistiche senza la minima conoscenza scientifica di come funziona il sistema immunitario, ma basandosi su ciò che si legge “online” da fonti discutibili (quasi sempre fuori dalla scienza), si assiste ancora una volta allo smembramento di Ipazia, ormai più volte uccisa.
Il decadimento della capacità intellettiva di un popolo spesso corrisponde all’esaurimento della forza educativa della scienza che, impotente, assiste alle peggiori situazioni ed alle deviazioni antropologiche che tristemente hanno reso famoso il nostro genere.
Il grande evoluzionista Stephen Jay Gould, nel suo meraviglioso saggio “The mismeasure of man” (tradotto in Italia con “Intelligenza e pregiudizio, contro i fondamenti scientifici del razzismo”, edizioni Il Saggiatore), illustra con dovizia e semplicità l’errore madornale del concetto di “razza”. La prima edizione uscì nel 1981 ed è spaventoso trovare ancor’oggi attuale questo bellissimo libro che, invece di rimanere tra i bestseller che aiutano a ricordare, resta un testo su cui ancor oggi dover imparare.
Purtroppo, si preferisce “uccidere Ipazia perché con lei non possiamo dialogare”, ossia uccidiamo chi ci ribatte davanti la nostra incapacità nel comprendere le cose elementari che, per pigrizia ed ignoranza, non vogliamo capire perché è più semplice nutrirci delle sciocchezze altrui o del mediocre che, con un atto di arroganza, si auto-elegge a guida della massa, sventolando stupidaggini come vessillo di libertà. Una sorta di presunta ribellione ad un sistema che, a sua volta, diviene sistema egli stesso che si impone come un totalitarismo di svariati imbecilli convinti di aver peso perché, come spesso si legge, sono formati “all’università della vita”, ossia ignoranti e felici di esserlo.