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martedì 19 febbraio 2019

La tranquillità dell'anima


Certo anche questo è importante per la tranquillità d’animo, l’esaminare soprattutto noi stessi e ciò che ci riguarda direttamente, e, se questo non è possibile, osservare chi ha meno di noi e non confrontarci con chi invece ha di più, come fa la maggior parte della gente. Così, ad esempio, chi è in catene subito è portato a stimare felice chi ne è stato liberato; questi a loro volta stimano felice chi è libero per condizione naturale; e costui chi è cittadino a pieno titolo, il cittadino chi è ricco, il ricco i satrapi, i satrapi i re, i re gli dei, e poco ci manca non vogliano anch’essi tuonare e scagliare fulmini !” (tratto da Plutarco, “La calma”)

In una società tesa al materialismo come quella attuale, la ricerca della tranquillità dell’anima sembra quasi un’utopia.
Come nostro solito, viaggiamo sempre agli estremi per cui non riconosciamo mai la possibilità di una via di mezzo tanto che, di fronte al caos interiore ed esteriore, giustifichiamo la nostra iperazione nevrotica con il fatto che oggi il mondo impone a noi determinati ritmi e scelte ben definite per cui è impossibile fare a meno della nostra agitazione ed istintività.
Come poter riuscire a “calmare le acque di questo impetuoso mare” ?
Di solito il nostro pensiero conduce a due condizioni: nell’impossibilità di calmare alcunché perché se vogliamo il “successo” dobbiamo per forza rispondere istericamente alle situazioni sempre più numerose e pressanti della società, oppure la possibilità del “rilassamento” (che può non corrispondere ad un senso di “felicità”) grazie ad una sorta di mediocre appiattimento della propria condizione verso il basso, ossia alla rinuncia dell’aspirazione a ciò che ci piace (lavorativamente, professionalmente od altro) in modo tale da “avere più tempo libero” e, magari, girare con la bicicletta per la campagna ascoltando gli uccellini che cantano.
Il problema è che, con molta probabilità, in entrambi i casi dopo un po’ di tempo queste condizioni ci porterebbero comunque ad una forma di infelicità o depressione, sia perché l’isteria delle scelte improvvise e la mancanza di tempo utile alla nostra mente uccide ogni spinta interiore alla riflessione utile per migliorarsi e migliorare ciò che ci circonda, sia perché l’essere avulsi dalle nostre passioni implica una sorta di sterile impegno nella nostra vita dato che dobbiamo comunque qualcosa a noi stessi: alla fine anche il canto gioioso degli uccellini si chiuderebbe con lo sfinirci.
Vi sono persone che si massacrano interiormente (e non di rado esteriormente) con impegni irraggiungibili solo perché temono di non apparire all’altezza di alcuni presupposti da altri definiti, ma non da loro stessi e si gettano in uragani impetuosi fatti di corsi, appuntamenti, attività sportive al limite del masochismo e strani orari di lavoro solo perché l’apparenza possa risplendere in qualche modo, gettando la propria luce sul malcapitato che, involontariamente, incrocia la sua strada con costoro.
Tempo addietro ho conosciuto una persona che, parlando del suo lavoro, si è autodefinito come una sorta di “dio” poiché curava degli animali e, sulla base di quello, riconosceva innumerevoli sue possibilità che, in tutta onestà, intravedeva solo lui.
Esistono, poi, altre persone che, pur avendo ogni possibilità (intellettuale e non) si pongono nella mediocrità assoluta, autodefinendosi incapaci e limitate e sedendo sempre su di un gradino più basso, rifiutando rapporti con altre persone che, invece, gioiscono di quello che fanno o che hanno un grado di preparazione culturale più elevata rispetto alla media. Si circondano spesso di altri mediocri perché in tal modo non devono “sforzarsi” nel ragionare più intensamente del solito, evitano situazioni che hanno un barlume di complessità (spesso dicendo di non essere in grado di affrontare la situazione perché “limitate”) e collocano le azioni della propria vita in una sfera di semplicità che, pur non appartenendo loro, garantisce una specie di scudo che protegge dalle proprie ansie (derivate dalle paure interiori) e alimenta il deperimento della propria autostima, appiattendo sempre di più una capacità cerebrale che, invece, garantirebbe il raggiungimento della propria serenità nel fare e, soprattutto, riuscire a fare ciò che si ama.
Come Plutarco indica, forse è il caso di centrare la nostra esistenza su noi stessi, senza spasimare verso le situazioni altrui e cercare di capire che ognuno ha una sorta di daimon, per dirla alla Hillmann, che guida la nostra esistenza e che, se non ascoltato, ci imporrà sempre il suo peso esistenziale.
Potremmo allora girare per le campagne in bicicletta per un buon lasso di tempo, ascoltare gli uccellini e salutare il contadino che vendemmia, ma alla lunga se chi pedala ha un amore sconfinato per la filosofia dovrà per forza tornare sui libri, altrimenti quella pedalata diverrà fonte di schizofrenia.
Viceversa, può esistere chi si impegna in una carriera manageriale intensa, trascurando tutto compreso sé stesso, ma se il suo cuore batte per la pittura, dovrà per forza trovare tempo utile per dipingere “i suoi quadri” con “i suoi colori”, altrimenti la depressione farà il suo corso.
Le fughe (ormai famose) verso distrazioni create ad arte da noi stessi, che siano vacanze lussuose o programmi televisivi idioti, possono anche funzionare per rilasciare le catecolamine cerebrali del nostro stress quotidiano, ma non devono divenire l’abitudine del nostro pensiero: quest’ultimo è reale quanto le pietre che ergono una montagna. Essere (o voler essere) sempre stupidi, diventa noioso sia nei confronti degli altri, ma soprattutto nei confronti di noi stessi.
Umberto Eco scrisse che “l'ammirazione per la cultura tuttavia sopraggiunge quando, in base alla cultura, si viene a guadagnar denaro. Allora si scopre che la cultura serve a qualcosa. L'uomo mediocre rifiuta di imparare ma si propone di far studiare il figlio” (da “Fenomenologia di Mike Bongiorno”) ed in questa frase, spesso, si ritrova uno dei cliché sempre più dominanti della nostra società dove sia il frenetico attore della propria vita agitata che l’eremita di sé stesso in preda alla solitudine della natura, trovano appoggio per le loro azioni infelici. Sempre Eco, però, durante un’intervista disse anche che “posso leggere la Bibbia, Omero o Dylan Dog per giorni e giorni senza annoiarmi” (frase tratta da Tiziano Sclavi, “Dylan Dog. Indocili sentimenti, arcane paure”, ed. Euresis), indicando la necessaria plasticità con cui affrontare un’esistenza intellettuale che non opprime, ma crea e genera diversità utile agli altri ed a noi stessi, senza necessità di fughe o di spegnimenti dell’interruttore cerebrale.
Esiste pertanto la famosa “via di mezzo”, ossia quella posizione in cui si centra il nostro valore e la stima di noi stessi, senza le paure che inibiscono il nostro essere e dove non occorre l’affanno della remissività (che mai coincide con l’umiltà) o la paranoia del “successo” che non ci appartiene.
In questa posizione risiede la tranquillità dell’anima e la calma interiore, elementi che ci permettono la riflessione giusta e doverosa sul da farsi nella nostra vita; costoro sorgeranno spontaneamente poiché quando si è centrati con il proprio essere, con il Sé, come dice Hillmann “l'occhio della Necessità svela che ciò che facciamo è soltanto ciò che poteva essere” (J. Hillmann, “Il codice dell’anima”).


giovedì 7 febbraio 2019

Essenza di vita


Profondo e pacifico, libero da costrutti, di una luminosità incomparabile: ho scoperto un Dharma che è come un nettare. Eppure, se dovessi insegnarlo, nessuno lo capirebbe e dunque resterò qui, in silenzio nella foresta” (Buddha, al momento della sua illuminazione, tratto dal “Sutra del Diamante”)

Nel principio della ciclicità dell’esistenza, non esiste un Sé indipendente e nemmeno una realtà che possa dirsi oggettiva, ma ogni cosa diviene interdipendente.
Questo, brevemente, è l’insegnamento di base che arriva a noi dalla riflessione di Nagarjuna, saggio indiano e fonte illimitata di riflessione grazie al suo magistrale scritto “La saggezza fondamentale della Via di Mezzo”.
Nella ciclicità del tempo interiore, nella vera essenza di ogni vita e nel senso eterno del nostro esistere, si muovono innumerevoli anime spesso confuse dall’apparenza delle cose e degli eventi.
Quell’essenza a-priori che muove l’universo intero si riflette in noi come frutto di un’armonia che non pone il contrasto della dualità come fondamento della comprensione, ma indica la sua presenza in una “forma che è vacuità e dove la vacuità è forma”.
Non vi è, pertanto, un’oggettività da mettere a contrasto con la propria mente, ma una capacità di riflessione che consente l’ottenimento del mezzo fondamentale affinché si possa percepire la realizzazione di quel sentimento sostanziale che permette il viaggio in queste dimensioni dell’essere: la compassione.
Non esistono, in tal modo, più verità, ma una sola grande Verità che può assurgere a faro spirituale che indica la direzione verso quella Realtà sfuggevole nel ramo dell’esistenza che conduciamo su questo ed altri innumerevoli piani costretti dalla materia.
L’individuo non è semplice “esistenza” a sé stante composta da un aggregato psicofisico, ma una base sulla quale poggiare la propria comprensione verso vie di comunicazione a doppio senso, nelle quali causa ed effetto sono interdipendenti in senso ciclico e senza soluzione di continuità.
Vi è necessità, pertanto, di superare l’illusione del mondo che si ritiene oggettivo per spingere la mente verso l’ampiezza di un universo senza confini e senza tempo che solo la sacralità dello spirito può identificare; a tale scopo solo il silenzio, che non si identifica esclusivamente nell’assenza di suono, ma anche con l’allontanamento del pensiero orientato verso l’inganno degli stereotipi mentali, può fungere da incomparabile sonda nella dimensione del Sé e, così come un diamante recide il duro, il silenzio apre la porta di quella stanza eterna ed infinita che rappresenta la nostra vera essenza.
In tal modo la meditazione, quella che raggiunge le fibre profonde dell’essere, crea armonia e cura le piaghe dell’illusione data dalla rivoluzione continua della materia.
Nello sconvolgimento inevitabile che risulta dalla posizione duale della “soggettiva realtà” che un qualsiasi costrutto mentale impone a noi stessi, sorgono emozioni distruttive (rabbia, orgoglio, attaccamento, bramosia, gelosia ed altro) che usano violenza nei confronti di noi stessi, legandoci al giogo dell’infelicità e gettandoci nella spirale dell’auto-commiserazione, minando alla base quella pace interiore che sorgerebbe, invece, con la naturalezza del sole durante l’alba del mattino.
L’azione di tali forze demolitrici, impone a noi stessi una distrazione forzata dalla ciclicità cui apparteniamo, ponendo un velo scuro sull’interdipendenza che ognuno ha nei confronti di ogni essere e di ogni dimensione dell’esistere, creando sofferenza e dolore.
Perché questo possa esser evitato, occorre aver inciso dentro di sé il fatto che l’accesso ad una complessa dimensione quale quella dello spirito, si realizza non fuori dal tempo, né dal mondo e nemmeno dopo questa vita, ma nell’istante, nel “qui ed ora” poiché, come scrive Ananda K. Coomaraswamy, “l’eternità è più vicina a noi del tempo”.
Non vi è stasi, pertanto, ma continuo mutamento dove esiste sempre un inizio e mai una fine, dove si concretizza l’unità del tempo in un’unica e continua totalità.
È in questo continuo rivolgersi in silenzio all’assoluto che sentiamo amore e passione, immagini di eternità riflesse nella luce dell’istante.
La vita, in tal modo, non termina mai tanto che coincidono fine ed inizio, eterno ritorno e sempiterna permanenza. Nessun contrapposto e niente dualità: solo un piacevole naufragio nel mare dell’infinito.



mercoledì 6 febbraio 2019

Dove paga la Conoscenza ?


Tempo addietro, durante una conversazione occasionale, ascoltavo un’estetista che magnificava gli effetti di una dieta “disintossicante” da prodotti dell'organismo da lei definiti “di scarto”. Argomento senza dubbio interessante che attirava l’attenzione dei presenti soprattutto quando si accennava alla perdita di peso ottenibile in poco tempo.
La descrizione della dieta procedeva secondo una logica che, all’apparenza, non faceva una piega.
La discussione, poi, si è spostata pure sulla famosa dieta chetogenica (Keto-diet) che in breve tempo assicura una buona perdita di peso e con un po’ di controllo sull’alimentazione e con l’ausilio di alcune precauzioni, si ottengono risultati più che soddisfacenti.
Questi due esempi sopra citati sono classici casi di come si possa far “marketing” per far "abboccare" le persone per far assumere stili di vita apparentemente sani che, invece, non lo sono. O quanto meno che richiedono un’attenzione massima poiché la realtà non è così semplice come viene descritta.
In una discussione telefonica con un collega, circa la professionalità nella riabilitazione ed il benessere della persona, mi è stato detto che, visto il mutare dei tempi, occorre adeguarsi ad essi: se vi è qualcosa di più “fantasioso” che possa stimolare le persone a "venir da noi" ed alla fine non sia così lontano dai valori scientifici della disciplina, perché no ? Insomma, un po’ di marketing fa bene e non c’è da esser troppo “pignoli”. Inoltre, mi è stato pure ribadito il concetto che la conoscenza “non paga”, ossia io posso aver pubblicato decine di articoli scientifici ed aver conseguito due lauree, ma alla gente poco importa dato che "va dove l’offerta è più intrigante”: la conoscenza la posso sviluppare ed ampliare solo per una sorta di “soddisfazione personale”, ma nulla di più.. insomma, serve a poco…
Al termine della telefonata, sono rimasto molto perplesso e, lasciatemelo dire, un po’ deluso.
Forse sono un povero illuso, ma non credo che le persone siano così deficienti da non rendersi conto di quanto sia valida una proposta che seriamente basa le sue convinzioni sul valore scientifico-applicativo rispetto qualcos’altro che, magari, profuma di scienza, ma si perde nei meandri dell’appetibilità dell’offerta.
Cerco di spiegarmi meglio.
Le due diete proposte sopra hanno un “senso” scientifico, ma occorrerebbe dire all’ignaro utente che ci si disintossica quando si è intossicati da qualcosa e non dai prodotti catabolici che il proprio organismo normalmente produce e che smaltisce secondo processi dettati dalla Biochimica; se si è obesi e il sistema organico non risponde a sufficienza od è in difficoltà in alcuni distretti, allora tali cataboliti possono esser in qualche modo “d’impiccio” ed ha senso proporre un regime alimentare del genere, ma l’obesità è una patologia e l’individuo che ne soffre diviene un “paziente”. Inoltre, il nostro utente dovrebbe anche sapere che la dieta chetogenica (così chiamata per la produzione di “corpi chetonici”), che costringe le cellule a modificare la loro fonte energetica, è indicata solo in caso di patologie conclamate quali iperglicemia, riduzione dei casi di epilessia infantile, obesità grave, diabete di tipo due o sindromi metaboliche, tumori invasivi ed altro e dev’essere, pertanto, eseguita esclusivamente sotto stretto controllo medico da parte di specialisti del settore, dato che le controindicazioni sono piuttosto pesanti (problemi cardiaci, diminuzione della densità ossea, problemi al sistema gastrointestinale, nefrolitiasi, disturbi biliari, vertigini posturali ed altro) tanto che a termine del trattamento è previsto pure un periodo di “riabilitazione nutrizionale”.
Quindi, i due regimi alimentari sicuramente hanno “basi fisiologiche” certe, ma lo scopo a cui si rivolgono è stato leggermente “fuorviato” a pro di una manovra di marketing e di stereotipi richiesti dalla moda del momento.
La conoscenza serve al professionista (che si pensa onesto e competente) ad evitare queste distorsioni ed a indirizzare meglio il proprio cliente verso soluzioni che siano sempre più adatte alla richiesta e meno dannose al benessere della persona.
Adattarsi ai tempi è un’indubbia qualità, ma anche riconoscere ciò che porta allo scadere dell’Etica personale e professionale pure e per riconoscere questo occorre studiare, ampliare la propria conoscenza e formare i futuri professionisti con onestà intellettuale e capacità di insegnamento.
A volte occorre, forse, esser meno “venditori” e più “competenti”, anche se questo comporta il proporre attività meno divertenti, ma sicuramente più efficaci.
Una nota finale: nella telefonata mi è stato detto che vi sono “molte teorie” che cercano di spiegare una determinata patologia; ecco: quelle sono “ipotesi”, non “teorie” (che sono verificate e dimostrate sperimentalmente) e sebbene nulla c’è di sbagliato nel lavorare tenendo conto di varie ipotesi intelligenti e logiche, occorre sempre ricordare che tali sono e che si nutrono della plasticità dell’avanzamento nelle scoperte scientifiche verso le quali occorre inevitabilmente tenersi aggiornati.
Ecco “dove paga” la conoscenza…