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lunedì 17 dicembre 2018

Io so cos'è il tempo..


Io so che cosa é il tempo,
 ma quando me lo chiedono non so spiegarlo
(Sant’Agostino, “Le Confessioni”, libro IX)

È un articolo rapsodia, uno scritto dove non vige un ordine od una logica lineare, ma una sorta di movimento unico che, di colpo, varia, assume altro ritmo e si piega, come lo spazio-tempo tra le distanze dell’universo.
Romano Battaglia, ottimo scrittore e buon filosofo che ha lasciato questo mondo nel 2012 e che ho avuto il piacere di conoscere, scrisse in un suo libro del 1991 (“Storia di settembre”): tutti coloro che, arrivati ai cinquanta anni, credono che l'avvenire non abbia più bagliori né emozioni e si avviano stanchi e delusi verso l'inverno della vita. Essere convinti di ciò è un errore perché questa età è come il mese di settembre che prelude all'autunno ma ha ancora luci e colori più intensi degli altri mesi. L'aria è pulita, il mare trasparente e dappertutto fioriscono un'altra volta i fiori della primavera. Può essere il periodo più bello della vita. Basta saperlo guardare e viverlo con semplicità e naturalezza.
Basta saper guardare con semplicità e naturalezza.
È un “click”, è lo scatto di un interruttore, è una sorta di improvvisa consapevolezza che si assume quasi inconsciamente e che, per molti versi, porta ad una spinta in avanti.
Però, se valutiamo con attenzione questa cifra, cinquanta, e la si paragona ad un righello maledetto, si nota che il mezzo secolo è un gran numero che può sgomentare, può annichilire ogni emozione e spegnere il bagliore interiore che sino a questo punto ci ha sospinto nei nostri sogni, nelle nostre aspirazioni e nel percorso di una vita che ancora abbiamo davanti.
Il tempo trascorso spaventa il nostro futuro e intenerisce il passato.
Non è una crisi, ma un segno di maturità e di maggior comprensione dell’utilità e del valore del tempo che rimane in questa ignota dimensione. Così come l’universo nasce dal “big bang”, anche noi, espressione di infinito, ci creiamo continuamente in una sorta di esplosione interiore che ci distingue attimo per attimo, pensiero dopo pensiero perché, per quanto si possa cercar di negare con un materialismo spinto sino all’estremo, il pensiero è la nostra forza creatrice ed il nostro lascito in questo mondo. Il pensiero genera e costituisce: ecco i fiori della mia primavera.
La maggior consapevolezza del valore assoluto del tempo che comporta una liberazione di estremi prima mai toccati. Prima del momento (puramente indicativo) nel quale si assume l’onere del mezzo secolo, si ha paura, ci si sente confusi perché si rivolge il proprio sguardo solo indietro, solo a quello che è stato ed assumiamo le fattezze di un Giano bifronte che mantiene aperti gli occhi solo verso ciò che sta dietro e li chiude verso quello che si pone davanti. Il famoso “click” prima citato opera aprendo quegli occhi, rendendoli utili a noi stessi. In questo senso ci “liberiamo”, è una libertà conquistata con le rughe e con le esperienze, con i passi falsi e con i successi. In questa nuova ottica, in questo panorama più ampio, sopraggiunge la necessità dell’eliminare il superfluo e di rompere i confini con sé stessi, abbiamo dentro di noi la forza creatrice che ci impone il lasciar andare le sciocchezze e le noie date dalle apparenze per realizzare, finalmente, quello che si è e che, alla fin fine, siamo sempre stati. Qui prendono vigore di nuovo i sogni, la netta sensazione che ancora dobbiamo compiere qualcosa e che, a differenza dei tempi trascorsi, non abbiamo più molto margine di scarto da poter utilizzare. Le apparenze che segnano le tante difficoltà nel riconoscersi, per chi può fare un minimo di introspezione qui, in questa soglia, cessano di agire: non abbiamo più nulla da dimostrare (e forse non ne abbiamo mai avuto) né agli altri, né (soprattutto) a noi stessi.
Il “giudizio”, sempre deleterio, si interrompe e ci si abbandona alla vita, quella “vera”.
Ecco sopraggiungere “l’aria pulita” ed il “mare trasparente” che dona un po’ di pace nel dover decidere. Qui i ricordi assumono un sapore dolce e non importa se siano rimembranze difficili o gioiose, vale quello che il protagonista di un famoso film di Nolan dal titolo “Memento” dice: la memoria può cambiare la forma di una stanza, il colore di una macchina, i ricordi possono essere distorti, sono una nostra interpretazione, non sono la realtà ! Sono irrilevanti rispetto ai fatti.
Ed i fatti, quelli che ci hanno portato sin qui, gridano per la nostra “liberazione”, per l’espressione definitiva del nostro essere senza l’onere di sobbarcarci ciò che non si vuole o di quello che non ci riguarda: è una potenza che sgombra il campo del nostro Sé dalle futilità quotidiane e dona la capacità di lasciar perdere ciò che, ormai, non ci riguarda più.
Si è liberi di scegliere definitivamente, di realizzarsi indipendentemente dalle paranoie altrui (fatto che dovrebbe esser risolto già a suo tempo, ma che sempre più spesso necessita di vita per esser realizzato) e di mollare il ciclo delle aspirazioni che altri, inevitabilmente, pongono sulla nostra esistenza, senza considerare che noi stessi siamo gli unici padroni delle nostre vite.
Noi stessi siamo le pieghe dello spazio in cui il tempo si frantuma, siamo tutto ciò che vogliamo essere. 


mercoledì 12 dicembre 2018

La logica del verme nell'alcol


Un conferenziere aveva deciso di dimostrare una volta per tutte a un gruppo di alcoolizzati che non esiste flagello peggiore dell'alcool. Sul palco, aveva davanti a sé due recipienti pieni di un liquido incolore, apparentemente identici. Disse che uno conteneva acqua schietta, l'altro alcool non diluito. Mise un vermetto in uno dei recipienti, e tutti videro che, dopo aver galleggiato un poco, esso si dirigeva verso la parete del vaso e poi si arrampicava fino all'orlo. Il conferenziere allora lo prese e lo mise nel recipiente pieno d'alcool. Davanti agli occhi di tutti, il verme si disintegrò. ''Ecco" disse l'oratore. ''Quale morale se ne può trarre?". Dal fondo della sala si udì distintamente una voce: ''Che se bevi alcool ti vanno via i vermi".
(tratto da W. Dyer, “Le vostre zone erronee”)

Questo breve racconto che lo psicologo Wayne Dyer narra nel suo libro “Le vostre zone erronee”, illustra bene una visione che spesso si ha quando si tenta di spiegare qualcosa ad un pubblico attento ma ben assettato sui propri giudizi e pregiudizi e sulla ferma volontà di fuga da sé stessi.
Ultimamente mi sono imbattuto in un cliché piuttosto comune che circola in questo momento come prova del proprio esistere, ossia l’ostentazione forzata e la misura inadeguata della propria esistenza ancorata alle apparenze più o meno costruite.
Mi ha stupito molto il persistere di tali “gabbie” autocostruite che rinchiudono l’essere in angusti spazi dai quali si teme l’uscita e nei quali si cerca disperatamente un’autorealizzazione che mai avverrà a causa della svalutazione della propria vita e della carente stima delle proprie possibilità.
La persona in questione con cui ho condiviso attimi di vita è un ragazzo a mio modesto parere intelligente, ma che ha la maledetta abitudine di porsi di fronte agli altri come colui che ha la necessità di essere sempre in cima alla lista dei migliori uomini del momento, tendendo a ridicolizzare le attività di chi lo ascolta (spesso vittima dei suoi monologhi o delle sue espressioni arroganti) o credendo che chi sopporta il suo sproloquio sia un mediocre essere di fronte alla sua presunta grandezza.
Così, parlando del più o del meno, spunta sempre una sua opinione che, espressa con fare altezzoso, diviene fastidiosa e noiosa e spesso priva di senso.
Questo individuo non fa del sano movimento o dello sport per passione, ma si cimenta in discipline estreme per il desiderio di apparire egli stesso un “estremo” e autogratificare il suo “io” duramente colpito da limiti autoimposti e da una necessità di “apparire” invece di “essere”. Egli non studia o esegue la sua professione per amore, ma perché “tutti” i suoi clienti lo considerano “un dio” (sua stessa ammissione). Chi ascolta, pertanto, è costretto ad essere un soggetto passivo della conversazione e bere qualsiasi stupidaggine perché non può competere con tante “amenità” dette tutte assieme. La compulsività nel dover manifestare la sua necessità di allenamento fisico (peraltro condotto male e senza una sequenza logica), nel rispondere a messaggi vocali a voce alta dove gli veniva chiesto un parere professionale, nell’esprimersi sempre con termini tecnici e nel correggere continuamente gli altri anche in materie di cui non conosceva assolutamente nulla, rendeva evidente il disagio interiore che lo pressava dentro quella “gabbia dorata”.
Quello che mi ha fortemente colpito è l’atteggiamento difensivo subito espresso di fronte ad un’altra persona che manifestava competenze professionali specifiche, instaurando una sorta di “gara” in cui egli stesso doveva apparire “il migliore”, il “più preparato”, senza rendersi conto della situazione in cui si trovava: una vacanza rilassante (evidentemente per tutti, tranne lui).
Banalmente lo si potrebbe definire un imbecille e terminare qui ogni considerazione circa la sfortunata esperienza, ma oltre alla pochezza manifesta (perché fondamentalmente di questa si tratta), se ci si sofferma un attimo a riflettere si scopre che vi è di più.
Seneca, nelle sue lettere a Lucilio (libro V), scrisse che “la sorte produce spesso mediocrità destinate alla massa, ma alle cose straordinarie dà pregio il fatto stesso di essere rare. Costui è ancora molto lontano dal punto in cui si dichiara di essere arrivato; e se sapesse veramente che cosa è un uomo virtuoso, non si riterrebbe ancora tale, e forse dispererebbe anche di poterlo diventare” ed è molto interessante quanto ancor oggi si confonda la virtù con l’ostentazione.
L’essere vincolati al “giudizio” (soprattutto verso sé stessi) produce mostruosità esistenziali e comunicative che operano una distorsione nei confronti della comprensione del sé e della conoscenza in senso lato. Qualunque sia stata la “sorte” che abbia determinato la mediocrità, l’incapacità di riconoscere una virtù dall’apparenza produce fantasmi interiori che mordono il cuore e portano alla deriva nel mare della vita la nostra imbarcazione credendo che quei venti che sospingono la nostra vela così lontano, siano i prodromi del successo, quando invece sono solo il soffio cauto di una tempesta ancora latente, ma presente.
Lo stesso scritto poi continua con: “perciò nelle mete che ci prefiggiamo e a cui tendiamo con grande sforzo, dobbiamo osservare che non c'è nessun vantaggio o che gli svantaggi sono superiori; alcune sono superflue, altre non meritano tanto impegno. Ma di questo non ci accorgiamo e ci sembrano gratuite cose che, invece, paghiamo a carissimo prezzo. La nostra insensatezza è evidente: secondo noi compriamo unicamente ciò per cui sborsiamo del denaro, e definiamo gratuito quello per cui paghiamo di persona” e quel “pagare di persona”, spesso, significa perdere il bene più prezioso: il tempo. Il prezzo così alto di mete verso cui il nostro impegno si volge, non significa che siano obiettivi fondamentali, ma spesso sono superflui orpelli che carichiamo sulle nostre spalle per aver l’impressione di essere accettati dagli altri (che ci accetterebbero comunque) e, fatto più importante, da noi stessi. Ecco perché ribaltiamo la logica del verme nell’alcol: nascondiamo un fatto oggettivo dietro una visione soggettiva che può essere altrettanto “vera”, ma inutile se non dannosa.
Questa è la grande “insensatezza”, il grande fraintendimento verso noi stessi che ci conduce verso un limite in cui, alla fine, restiamo veramente soli a grattare tutte le cicatrici della nostra vita.
Le cose che appaiono gratuite ma che, in verità, hanno un prezzo alto, sono le posizioni antitetiche assunte nei confronti del proprio essere, il non ascoltare la spinta interiore che ci dice quando fermarci ed impedire lo sfacelo. È l’equivalente dell’auto in corsa che crede di fermarsi a pochi centimetri dal muro senza aver rallentato prima. È una forma di stupidità ? Onestamente non credo, ma penso fermamente che sia un cumulo di blocchi psicologico-emozionali che ci ostiniamo a non rimuovere per il profondo timore di vedere noi stessi per ciò che realmente siamo, con tutti gli aspetti positivi e negativi. Nell’armonia interiore, secondo una logica orientale Taoista, lo Yin e lo Yang (ossia l’aspetto freddo, scuro, femmineo e la parte calda, luminosa, maschile), ovvero gli “opposti”, devono coesistere in una danza creatrice e la loro accettazione è vincolo fondamentale perché si manifesti quell’equilibrio proprio della vita e dell’universo stesso, a cui tutti noi apparteniamo.
Qui si trova la pace e la serenità, in questi scopriremo il nostro “fulcro vitale” ed il nostro “scopo” ed allora, con la quiete nel cuore, potremo decidere le nostre azioni ed armonizzare i nostri rapporti con gli altri.
Magari, poi, si scoprirà che quel verme disciolto nell’alcol stava ad indicarci che bere all’eccesso può uccidere…



martedì 11 dicembre 2018

Unconventional Maldives


Ebbene lo confesso: anche io sono stato attirato dal fascino delle Maldive.
Per il mio 50esimo compleanno ho deciso, sotto l'audace consiglio di un'esperta viaggiatrice, di concedermi questa meta tanto ambita da molti. Così, dopo aver accettato l'idea, il viaggio è stato programmato nei minimi dettagli, comprese le "escursioni" tipiche di quei posti a base di pic-nic su isolette dell'atollo prescelto e pranzi su banchi di sabbia in mezzo all'oceano, con snorkeling annesso. Devo dire che lo snorkeling e l'apnea mi hanno sempre attirato (sopratutto quest'ultima) per cui l'accettare il pacchetto di viaggio non è stato difficile. Durante la prenotazione della permanenza nell'isoletta di Thinadhoo, nell'atollo chiamato Vaavu, l'amica esperta mi confida che dovrò sopportare l'assenza di alcool dato che tutta la zona segue i precetti islamici. "Poco male", mi dico, "sarà una sorta di depurazione".
Dopo un volo interminabile e stancante, anche se condotto con la meravigliosa compagnia aerea Emirates, arrivo a Malé, capitale della Repubblica delle Maldive. Appena fuori dalla porta degli arrivi, trovo un ragazzo Thailandese che subito organizza il trasferimento in una sorta di motoscafo potentissimo con due motori che, spinti al massimo, fanno letteralmente volare lo scafo sopra il mare. Dopo circa un'ora e mezzo di peripezie tra le onde, arrivo frastornato alla meta.
Da ora in poi ecco le "Unconventional Maldives", le Maldive non-convenzionali.
Appena arrivato, ad accogliere vi è un simpatico signore che fa immediatamente caricare il bagaglio su di un carretto semicoperto da un telo di plastica e trainato da un ragazzo del posto che non aveva certo l'aspetto di Maciste. Inizio ad intuire che quei resort di lusso che tanto sono pubblicizzati, con palafitte in acqua e camere da sogno sopra, non saranno il mio alloggio. E così è stato. La permanenza era organizzata in un hotel di cui non si conoscono le stelle (che forse non interessano a nessuno), ossia una struttura che sembra ottenuta da una caserma suddivisa in due palazzi. Il primo palazzo, denominato impropriamente "boutique" (il perché nessuno ancora l'ha compreso), ospita la reception principale ed una piscina di circa 6 metri buona per un ammollo costante, mentre il secondo palazzo, direttamente sul mare, presenta stanze "DeLuxe" che rispecchiano quelle di un buon tre stelle italiano. Insomma, come si può intuire, niente Resort, nessuna piscina riscaldata, totale assenza di panorama dalla camera (purtroppo davanti al terrazzo vi era una palma enorme che offuscava l'80% della vista oceanica, ma lasciava ammirare i tondini di ferro che salivano dal tetto della terrazza-ristorante rigorosamente di cemento), un ristorante che sembrava un ricovero (un tetto sorretto da quattro pilastri di cemento con pareti costituite da un telo di plastica che si poteva avvolgere e svolgere in senso verticale) con cibo servito a buffet ed un bar esterno che chiudeva immancabilmente alle 22, ossia quando il probabile turista era invitato a consumare.
A complicare la vita ad un occidentale medio, inoltre, vi era la rigida regolamentazione imposta dall'Islam (che in tutti gli stati del genere s'infila nella costituzione giuridica): per lunghi tratti di spiaggia, compreso quello davanti l'albergo, le donne non potevano assolutamente indossare il bikini, ma passeggiare coperte almeno da un pareo ed una maglietta e con essi fare pure il bagno (per l'uomo bastava una t-shirt normalissima). Si poteva così camminare per mezzora su spiagge ben attrezzate, ma con pochissima gente (parte dedicata alla legge islamica) per arrivare alle zone più frequentate dove, ahimé, con mio sconforto vedevo gazebo di legno improvvisati e mezzi sfondati dalle intemperie e dal vento, bottiglie di plastica sparse verso la foresta retrostante e sdraio malconce (di plastica pure queste). Durante quelle passeggiate, poi, notai pure dei copertoni d'auto ed una testata di un motore nautico lasciata arrugginire in bella vista. A quel punto mi venne la curiosità di fare un giro nel paese (quattro strade disposte in modo più o meno ortogonale tra loro e tutte rigorosamente di sabbia) e quello che vidi fu assurdo: nelle piccole aiuole che accoglievano chi scendeva dai traghetti al porto, vi era di tutto, dalle lattine di aranciata alle bottigliette di Coca Cola, dal sacchetto a pezzi di ferro arrugginito. Insomma, pattume ovunque !
Il colmo venne raggiunto alla prima "escursione programmata", ossia un pic-nic organizzato presso un'isoletta del medesimo atollo. Raggiunto il numero sufficiente di partecipanti, una piccola barchetta di legno ci portò verso quello che credevo fosse un paradiso tropicale che, invece si rivelò... una discarica, anzi due ! Sì, proprio due poiché prima di giungere all'approdo, la nostra "barchetta" dondolante è sfilata in una sorta di gola tra due isolotti: il pattume a mucchi regnava incontrastato. Mucchi di bottiglie di plastica, di taniche di ferro e plastica, di sacchetti e di ogni altra amenità dominava il panorama. Una discarica a cielo aperto ! Il pranzo si svolse in riva, cercando di tener lontani i malcapitati dal sudicio che imperversava al centro dell'isolotto, ma bastava fare 5 minuti di comoda passeggiata per scorgere sacchetti e bottiglie di plastica.
il problema si ripetè anche nella meravigliosa Ambarà: fondali strepitosi che contenevano lattine di Fanta. Tra i pesci pagliaccio e le stelle marine un pò birichine, stavano le lattine consumate, forse, dal turista distratto.
Tornati a Thinadhoo, solo per banale curiosità, notai la data di scadenza delle bottigliette di acqua offerte gentilmente dallo staff: la più recente risaliva a tre mesi fa. Ecco perché il sapore di quell'acqua virava decisamente verso la plastica.
Alle 5 della mattina dopo, venni svegliato dalla moschea che intonava i canti all'onnipotente Allah, mentre subito dopo, verso le 7.30, il "sound" di Brian Adams, "Everything I do, I'll do it for you", riempiva il cortile. Subito dopo la playlist continuava con "Staying alive" e l'immancabile "That's Amore", canzone che, per i miei gusti, assume i connotati di una presa per i fondelli. Un passaggio netto dal sacro al profano. Questa, più o meno, era la "tabella di marcia" del mattino che, iniziando con questi toni, si lanciava successivamente verso azzardi anche maggiori con la presentazione dei "Mocktail" ossia di cocktail non alcolici che, in tutta franchezza, non erano granché, ossia dei buoni rinfrescanti (come la "ginger beer"), ma non certo né aperitivi, né post cena. Al massimo erano ottimi da consumare il pomeriggio dopo una giornata passata a far snorkeling o immersioni.
In quel posto, possiamo dire con una certa sicurezza, mancava tutto ciò che ci si aspetta da una vacanza blasonata come quella maldiviana. Atolli usati come discariche, spiagge letteralmente da cartolina con bottiglie di plastica e copertoni, alloggio in un paese sperduto su di un isolotto ai margini dell’arcipelago, nessun confort, niente alcol, massima attenzione all’indossare il bikini femminile od alle improbabili nudità maschili... insomma, leggendo sin qui il lettore si chiederà: "ma cosa diavolo si è messo a fare questo tipo per i suoi 50 anni ?" e subito dopo affermerà che: "le Maldive... ma tu pensa... chi l'avrebbe mai detto ?".
Rispondiamo subito al "chi l'avrebbe mai detto ?".
Purtroppo l'uomo è il peggior parassita che esista sulla faccia della terra ed è stato capace, oltre di razziare e rovinare la meraviglia della barriera corallina, anche di annullare, di coprire intere meraviglie della natura con cemento a presa rapida, palafitte, cuscini di lusso, villette a schiera ed altre amenità architettoniche che annientano ogni piccola presenza della natura incontaminata tipica di questa zona del mondo. il turismo intensivo che stanno vivendo questi lembi di terra immersi nell'oceano, sono esclusivamente una lussuriosa sporcizia. I maldiviani stessi sono increduli di quanto si possa costruire e lo stanno dimostrando grazie ad una loro totale incapacità nel gestire il tutto: Malé, la capitale, è una città sudicia, caotica, inquinata. I vari grattacieli costruiti e tutt’ora in costruzione sono dei veri obbrobri strutturali che annichiliscono il visitatore che possieda un minimo di gusto estetico. Le strade sono impraticabili per chiunque, salvo non si possegga un motorino con in quale correre come folli per le vie strette di una città nel completo caos. Il caldo equatoriale completa il quadro con un sudore appiccicaticcio che ti avvolge ad ogni passo. Bellissima la moschea ed il giardino annesso, ma sono come soffocati da qualcosa di terribilmente anomalo ed inquietante. Il turismo sempre più massivo sta uccidendo un arcipelago intero, complici i suoi abitanti che non riescono a portare equilibrio tra la giusta resa economica e l'opportuna salvaguardia (che a volte dovrebbe essere molto decisa) del proprio ambiente di vita che coincide, volenti o nolenti, con uno dei posti più belli del mondo. Gli innumerevoli resort che esistono e sono in costruzione, benché segno dell'opulenza occidentale (a volte grossolana, grezza nel suo modo di porsi), sono anche una totale disfatta per l'ambiente e per l'ecosistema.
E noi tutti ne siamo colpevoli perché complici.
Qualcuno dice che tra 50 anni metà arcipelago non esisterà più... forse resteranno solo le palafitte di lusso e gli spazi animazione, magari impraticabili perché ormai tana delle bellissime aquile di mare e degli squali nutrici che, sebbene generalmente pacifici, esercitano il diritto di padroni del luogo. Mi dispiace solo che, con molta probabilità, io non sarò a vedere lo spettacolo: sarei centenario.
Cari lettori, le Maldive non sono quelle del volantino dell'agenzia di viaggio, a meno che non si opti per la permanenza nel resort “stellare” che, grazie al servizio "all inclusive", vi da anche il latte di capra. Le Maldive non sono mai state come hanno raccontato i tour operator sin'oggi. La loro meraviglia è stata distrutta da tempo e quel poco che rimane è in gravissimo pericolo.
Perché sono andato alle Maldive, in quel "tipo" di Maldive, per un appuntamento sentito come quello dei 50 anni ? Perché, nonostante tutto, il fascino di un mare ancora non totalmente rovinato e libero di esprimere la sua forza e la sua natura, è potente e raro da sperimentare. I fondali meravigliosi che esprimono una fauna al limite dell'estinzione porta con sé una rara armonia che addirittura, a volte, si spezza anche solo immergendoci con le bombole e la si mantiene esclusivamente appena a pochi metri con un’immersione in apnea. Lo spettacolo che si ammira è incommensurabile e nonostante le storture prima dette, non si ha un'idea di cosa realmente sia se non proviamo l'esperienza di persona.
C'è un altro fatto che mi spinge addirittura a meditare un ritorno: Thinadhoo. Quest'isola, fuori dai grandi giri turistici, con un gelataio che non sa nemmeno cosa ha in frigo od il piccolo mercatino della frutta e verdura (in realtà una sola piccola stanza in uno stabile fatiscente), con le volpi volanti che si appollaiano davanti alla finestra della camera penzolando da un ramo della palma come un grande pipistrello, con la piccola moschea che richiama ogni sera la maggior parte degli abitanti lasciando vuoti i negozi che mantengono comunque il cartello "open", con il sorriso e la grandissima disponibilità delle persone che con il cuore ti accompagnano ed aiutano in qualsiasi tua richiesta, fanno sì che l'isola intera conservi una personalità incredibile ed un fascino coinvolgente. Lo stesso ottimo cibo (carne - pesce - riso) che veniva cucinato con passione ed in vari modi, confermava il desiderio di far sentire gli ospiti il più possibile a casa loro: con il poco che avevano i maldiviani di Thinadhoo riuscivano egregiamente in questa impresa. Per il giorno del mio compleanno ho goduto di una cena sotto un gazebo allestito con gusto, amore e tanta voglia di soddisfare il festeggiato. Ho tagliato un dolce buonissimo circondato dai cuochi che lo hanno fatto al momento e dai camerieri che cantavano un "happy birthday to you" davanti ad un oceano brillante ed alle razze che danzavano a pochi metri da me. Non si può non percepire il calore di queste persone e l'armonia, l'equilibrio, che portano al posto, nonostante tutte le sue contraddizioni.
Quindi, tornerò alle Maldive ? Sì, lo farò di nuovo e sempre a Thinadhoo, laddove non vi sono resort stellari e dove alle 21.30 vige una sorta di coprifuoco, dove non posso assolutamente bere alcolici e dove si deve dormire alle 22. Dove mi aspetta una barriera corallina a pochi metri dalla spiaggia e dove, nei giorni di sole e vento calmo, non appena togli la maglietta ed inizi a fermarti un solo attimo, le zanzare ti assalgono a frotte .
Tornerò lì, perché quella è la vita maldiviana e quelli sono gli ambienti dove tutto il fulcro dell'arcipelago si muove, non il resort anonimo, più o meno uguale in ogni atollo.